IWA MONTHLY FOCUS

L’ACCORDO DELLA MECCA DI FRONTE AGLI ACCORDI DI ABRAMO

L’IRAN, NEL FRATTEMPO, RESISTE E ATTENDE

La guerra USA-Iran colpisce l’Arabia Saudita e gli alleati del Golfo e rafforza l’intesa tra formazioni politiche e militari islamiche in Medio Oriente. Il forte legame Riyāḍ-Islāmābād e la loro apertura verso Ankara. Il problema Israele e l’opportunità Egitto. Le complesse strategie regionali e le proiezioni esterne.

di Glauco D’Agostino

L’Accordo della Mecca

Il Medio Oriente sta cambiando rapidamente volto, in linea con l’impotenza di Washington nel gestire efficacemente quell’ordine che pretendeva di governare unilateralmente in virtù della sua potenza bellica. L’errore più clamoroso è stato il concepimento di un avventato strumento strategico enfaticamente denominato Accordi di Abramo, che avrebbe dovuto porre Tel Aviv nella condizione di ingraziarsi la benevolenza di alcuni Stati arabi. I risultati più evidenti ad oggi sono la frantumazione delle alleanze faticosamente costruite nell’area (soprattutto nella Penisola Arabica con il Consiglio di Cooperazione del Golfo), una maggiore aggressività israeliana nei confronti dei Paesi e dei popoli contermini (la guerra di sterminio a Gaza, l’invasione del Libano meridionale e di territori in Siria, attacchi aerei contro l’Iran), una rafforzata intesa tra formazioni politiche e militari islamiche di diversa estrazione (vedi la convergenza tra Ḥamās, Ḥizb Allāh e Ḥūthi).

La risposta politica, non tanto esplicitamente diretta agli Accordi di Abramo, ma senz’altro all’incauto modello di immaginare gli assetti geo-politici senza valutarne gli effetti di medio-lungo periodo, giunge qualche settimana fa dal Mecca Joint Defence Agreement. Niente di così sconvolgente, sia chiaro, e soprattutto niente di risolutivo se si valutano le ambiguità e le contraddizioni, ma è rilevante il tentativo di sottolineare la presa di coscienza politica in materia di sicurezza regionale con mezzi a piena responsabilità e controllo regionali. Comunque, l’importanza attribuita all’Accordo tripartito, siglato il 7 agosto scorso a Palazzo Aṣ-Ṣafā alla Mecca, è testimoniata dal rango dei suoi firmatari, il Principe ereditario e Primo Ministro saudita Muḥammad bin Salmān, il Presidente turco Recep Tayyip Erdoğan e il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif [foto in basso da Iran Analytica].

L’Accordo è finalizzato a incrementare la cooperazione per la sicurezza regionale. Un comunicato concordato tra Turchia e Pakistan chiarisce che “ha lo scopo di rafforzare la deterrenza collettiva contro qualsiasi atto di aggressione e stabilisce che qualsiasi attacco armato contro uno qualsiasi dei tre Stati sarà considerato un attacco contro tutti e tre”.[1] Tuttavia, l’Accordo non specifica le circostanze in cui i tre Paesi sarebbero tenuti a intervenire né tantomeno l’obbligatorietà della partecipazione ad alcuna azione militare intrapresa da ciascun Paese contraente. Inoltre, non vi è alcun cenno, né nel testo né nelle dichiarazioni ufficiali, a una struttura di comando unificata, organi permanenti, una forza congiunta permanente, un bilancio comune.[2] Dunque, non è un’alleanza militare stile NATO e non ha meccanismi come quelli derivanti dal suo art. 5.

Questa considerazione è fondamentale per comprendere il contesto in cui nasce il patto tripartito e soprattutto il momento di preoccupante crisi che attraversa l’intero Medio Oriente e le aree contermini, dall’Asia meridionale all’Africa orientale. La guerra di aggressione condotta dal 28 febbraio scorso da Israele e Stati Uniti contro l’Iran ha comportato la risposta difensiva della Repubblica Islamica contro le installazioni militari in Paesi della regione alleati di Washington, in particolare in Arabia Saudita, altri stati del Golfo Persico, Giordania e Iraq. Da qui la preoccupazione di questi stati per la loro sicurezza, in mancanza di un’efficace protezione americana, e per la praticabilità dei servizi trasportistici, soprattutto energetici ma non solo, a seguito del blocco della navigazione nello Stretto di Hormuz.

L’Accordo sembra essere una reazione difensiva a vantaggio dell’Arabia Saudita e contraria ad eventuali nuovi attacchi da parte di Tehrān. Si tratta di verificare l’esattezza di questa troppo semplice deduzione attraverso un’attenta analisi delle dichiarazioni, della predisposizione delle diplomazie alla prudenza, del groviglio delle relazioni economico-commerciali che gli stati coinvolti intrattengono tra di loro e all’esterno dell’area coinvolta, e della volontà politica degli attori a farsi coinvolgere nei conflitti armati in atto.

Le dichiarazioni dai Paesi coinvolti

Dice il Presidente Erdoğan: “L’Accordo, che riafferma anche il diritto di difesa come definito dall’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, non prende di mira alcun Paese ed è aperto alla partecipazione di tutti i Paesi fratelli che mirano alla pace, alla prosperità e alla stabilità della nostra regione”,[3] concetto ribadito anche dal suo Vice Cevdet Yılmaz[4] e rafforzato da altri esponenti governativi con la specificazione che tutti gli accordi in essere contratti con altri stati e organizzazioni restano pienamente in vigore.

Anche Ishaq Dar, Vice Primo Ministro e Ministro degli Esteri del Pakistan, ha dichiarato l’adesione all’intento pacifico dell’Accordo: “Restiamo impegnati a promuovere la causa della risoluzione pacifica di tutti i conflitti e a costruire un futuro più sicuro, stabile e prospero per i nostri popoli”.[5]

L’Accordo diplomatico tra Iran e Arabia Saudita mediato da Wáng Yì, Consigliere di Stato e Ministro degli Esteri cinese, Pechino, 10 marzo 2023

Tuttavia, Tehrān ha criticato l’Accordo. Ebrahim Rezaei Babadi, membro della Commissione per la Sicurezza Nazionale e la Politica Estera dell’Assemblea Consultiva Islamica, ha scritto: “I Sauditi dovrebbero sapere che un accordo sulla carta con la Turchia e il Pakistan non garantirà loro la sicurezza, così come anni di ‘sfruttamento’ unilaterale da parte degli Americani non hanno garantito loro la sicurezza. Cambiate le vostre politiche in modo da non dover implorare sicurezza agli altri”.[6] È da ricordare che la Repubblica Islamica dell’Iran e l’Arabia Saudita hanno ripreso le relazioni diplomatiche a marzo del 2023 durante un summit tenutosi a Pechino con la mediazione della Repubblica Popolare Cinese.[7]

Mas’ūd Pezeshkian, Presidente della Repubblica Islamica dell’Iran

L’irritazione di Tehrān verso l’iniziativa tripartita è anche dovuta all’impressione che questa possa trasformarsi in una coalizione anti-sciita e mirare a colpire il Paese guida della comunità religiosa di riferimento nel mondo. Questa eventualità si allineerebbe con le politiche israeliane condotte dal 1979 in poi, da quando la Rivoluzione Islamica a Tehrān ha reso evidente che una barriera insormontabile si sarebbe eretta all’espansionismo sionista nella regione, dal Libano alla Siria all’Iraq.

Per contro, l’invito che l’Iran avrebbe ricevuto nei giorni scorsi ad aderire al Patto della Mecca cambierebbe la prospettiva. La notizia, non ufficialmente confermata dal Ministero degli Esteri iraniano, era stata rivelata da Mehdi Rahimi, Capo dell’agenzia di stampa del Parlamento iraniano Khaneh Mellat, in un’intervista con il canale televisivo satellitare panarabo libanese Al Mayadeen.[8]

Abbas Araghchi, Ministro degli Esteri iraniano (Foto BGNES)

Da parte saudita, si sottolinea che “l’Accordo non va a discapito delle solide e strategiche relazioni del Regno a livello del Golfo, arabo e internazionale” [Fraser and Ahmed, 2026].

Rayed Khālid Krimly, Vice Ministro saudita per la Diplomazia Pubblica, afferma che l’Accordo “non rappresenta un tentativo di stabilire un asse militare o un blocco settario, né è collegato ad ambizioni nucleari o a una corsa agli armamenti”;[9] e ʿAbdul-ʿAzīz Sager, fondatore e attuale Presidente del Gulf Research Center, un think tank con sede a Jeddah, dice: “Tre degli stati più influenti del mondo musulmano si riuniscono in un momento di accresciuta incertezza, a dimostrazione di una crescente volontà tra le potenze regionali e di medio livello di coordinarsi più strettamente in materia di sicurezza … Il quadro trilaterale potrebbe rafforzare il peso diplomatico e di difesa collettivo dei tre Paesi, contribuendo al contempo all’emergere di un’architettura di sicurezza maggiormente orientata a livello regionale”.[10]

Tel Aviv non commenta e Nuova Delhī fa sapere di seguire la situazione da vicino.

I rapporti tra i contraenti

La comparsa di questa nuova intesa sullo scacchiere medio-orientale, per quanto ancora strategicamente debole, avrà sicuramente l’effetto di scompaginare alcune alleanze già da prima in crisi. Arabia Saudita, Turchia e Pakistan combinano assieme capacità e competenze che vanno da un vasto potere finanziario, industriale e commerciale a un’agibilità militare che spazia dall’appartenenza pluridecennale alla NATO (la Turchia) alla deterrenza atomica (il Pakistan) ad un appeal religioso simbolico e assieme autorevole per tutto il mondo musulmano (l’Arabia Saudita, con i luoghi sacri di Mecca e Medina).

La Mecca (Arabia Saudita), il sito della Ka’ba

Il ruolo giocato dalle tre potenze regionali in Medio Oriente è spesso stato o è tuttora di mediazione nei conflitti (la Turchia nella contrapposizione tra Tel Aviv e Gaza, il Pakistan nella guerra tra Washington e Tehrān) o di aggregazione regionale (come l’Arabia Saudita con il Consiglio di Cooperazione del Golfo).

Le relazioni bilaterali hanno testimoniato soprattutto il forte legame tra Riyāḍ e Islāmābād, con il Paese arabo beneficiario nel campo delle forniture militari e della relativa assistenza tecnica. Da quasi un anno i due Stati sono legati da un accordo di sicurezza e difesa, lo Strategic Mutual Defence Agreement (SMDA),[11] che può essere considerato il precursore del Mecca Joint Defence Agreement, viste le caratteristiche similari e gli intendimenti espressi nelle due intese. Anche allora era stato sollevato il tema dell’opportunità di un eventuale uso dell’arma atomica a difesa dei Sauditi, considerato che il Pakistan è l’unica potenza nucleare del mondo musulmano. Ma, in questo contesto, Islāmābād ha già dato prova di equilibrio e saggezza non reagendo di conseguenza con l’applicazione di un controverso impegno adombrato dall’accordo siglato con Riyāḍ.

Il Primo Ministro pakistano Shehbaz Sharif con il Principe ereditario e Primo Ministro saudita Muḥammad bin Salmān, Riyāḍ, 17 settembre 2025

Dunque, la novità presentata nel Patto della Mecca è l’apertura di Riyāḍ verso Ankara, con cui le relazioni in passato erano state non certo idilliache soprattutto in tema di atteggiamento verso una parte dell’Islam politico, in particolare verso i Fratelli Musulmani.

Quel che è certo è che l’attuale crisi mediorientale colpisce l’Arabia Saudita non solo sul piano della sicurezza, ma anche riguardo ai suoi interessi sia commerciali (l’esportazione del petrolio) sia sulla realizzazione dei grandi piani di sviluppo economico (vedi Saudi Vision 2030, il megaprogetto della città intelligente lineare NEOM e la Zona Economica Speciale di Jāzān, entrambe sul Mar Rosso in localizzazioni strategiche).

Riyāḍ ha capito che l’iniziativa diplomatica conta più delle volatili protezioni di difesa bellica del suo maggiore alleato, cui si era affidata. Islāmābād e Ankara possono offrirle garanzie di sicurezza discusse e determinate allo stesso livello di responsabilità, senza dipendere unicamente dalla decisione inaffidabile di declinanti superpotenze e subordinata a strategie e interessi altrui (leggi Israele). Naturalmente, le contropartite da concedere saranno importanti e adeguate (facilitazioni per apertura di mercati e acquisizioni tecnologiche e militari), ma forse non così condizionanti come quelle a cui è stata sottoposta per decenni. Viceversa, i Sauditi dovranno prendere atto che i due altri partner dell’Accordo hanno le proprie rispettive strategie in Medio Oriente che possono non coincidere con quelle del Regno. Per esempio, è improbabile che sia la Turchia sia il Pakistan si lascino trascinare in conflitti regionali con l’Iran. L’Accordo non è un’alleanza, appunto.

Riyāḍ deve anche tener conto che i suoi partner hanno vastità di interessi e relazioni internazionali di cui il Regno non dispone, per la sua scelta di interlocuzione limitata al mondo occidentale, che lo ha condotto ad una dipendenza frenante e troppo selettiva. La Turchia è un importante Paese NATO, certo, ma ha voce in capitolo nelle aree del Mar Nero, nel Caucaso, nell’Asia Centrale, nel Mediterraneo Orientale e in Africa Orientale, oltre che in Medio Oriente. Questa sua ampiezza di prospettiva la conduce ad avere rapporti di interlocuzione con svariati Paesi del Mondo, tra cui quelli dell’Unione Europea, la Federazione Russa, la Repubblica Popolare Cinese e, ovviamente, gli onnipresenti Stati Uniti. Lo stesso dicasi per il Pakistan, che, a parte l’influenza esercitata su molti Paesi musulmani, ha proiezioni economiche e culturali in gran parte dell’Asia meridionale e orientale, conquistandosi un ruolo determinante negli assetti geo-politici continentali.

Il Ministro degli Esteri turco Hakan Fidan

Il problema Israele e l’opportunità Egitto

Il problema Israele, naturalmente è il vero dilemma del Medio Oriente. Israele non esprime giudizi pubblici sull’Accordo della Mecca, lo abbiamo già detto. La nascita di questa nuova intesa comporta aspetti assieme negativi ma anche positivi, a seconda del punto di vista e dell’inferenza conseguente sulle strategie di Tel Aviv. L’Accordo tripartito sembra orientato a contrastare Tehrān e i suoi alleati nel contesto della guerra USA-Iran in corso, ma potrebbe essere proteso ad un vero asse geo-politico per la regolazione e il controllo delle politiche degli Stati mediorientali o che da queste sono influenzate. Il che comporterebbe una costrizione per lo Stato Ebraico e per i suoi intendimenti espansionistici nell’area.

Il nodo inestricabile resta la controversia sul futuro di Gaza. Ankara ha una posizione intransigente sul tema, come lo è quella di Tehrān e Dōḥa, ma, nonostante l’adesione dell’Arabia Saudita agli Accordi di Abramo sembri ormai tramontata, Riyāḍ ha preferito mantenere aperto un dialogo con Tel Aviv anche dopo l’invasione della Striscia. E il Pakistan, nel frattempo, sembra più che altro infastidito dal nuovo ruolo di proxy di Israele svolto da Abu Dhabi, confermando sul tema la sua consonanza con Riyāḍ.

L’incontro tra i Ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita a Islāmābād, marzo 2026

In questo contesto, il ruolo dell’Egitto è fondamentale. L’incontro tra i Ministri degli Esteri di Arabia Saudita, Turchia, Pakistan e Egitto, ospitato nella capitale saudita a marzo scorso durante un vertice islamico,[12] aveva prospettato un’intesa su uno scenario di sicurezza comune.[13] Nonostante la conformità di vedute con questi partner sulla necessità di difesa di Sudan, Somalia e Eritrea (tutti Paesi affacciati sul Mar Rosso e sul Golfo di Aden e quindi capisaldi della sicurezza egiziana),[14] l’Accordo della Mecca non include l’Egitto. Il Presidente Erdoğan ha dichiarato che la partecipazione dell’Egitto è tra le opzioni per la futura espansione dell’Accordo.[15] Ma restano non chiarite le motivazioni che hanno indotto Il Cairo a declinare (o forse differire) questa importante intesa regionale.

Incontro ad Ankara nel 2024 tra i Presidenti ʿAbd al-Fattāḥ as-Sīsī e Recep Tayyip Erdoğan (Foto Egyptian Presidency)

L’incontro tra i Ministri degli Esteri di Turchia, Egitto, Pakistan e Arabia Saudita nella città turca di Antalya, maggio 2026

La visita al Cairo di Jared Kushner, Inviato speciale degli Stati Uniti per le missioni di pace, che ha incontrato mediatori egiziani, turchi e qatarioti, apre forse qualche spiraglio di comprensione. Perché l’intraprendente genero del Presidente Trump, accompagnato dal bulgaro Nikolaj Mladenov, Direttore Generale del Board of Peace a guida USA, e dall’ex Primo Ministro britannico Tony Blair, ha avuto un lungo incontro senza precedenti con una delegazione di Ḥamās capeggiata dal leader Khalīl al-Ḥayya.[16] Infatti, è la prima volta che gli Stati Uniti incontrano ufficialmente e ad alto livello un’organizzazione da loro designata terrorista, come anche da Regno Unito, Unione Europea e altri dieci Paesi in buona parte latino-americani, ma non dall’ONU.

Il Cairo si ritaglia forse un ruolo di mediazione che accordi come quello della Mecca intralcerebbero, pur essendo gli obiettivi condivisi. Sembrerebbe una posizione concordata più che un distinguo rispetto ai partner. Insomma, un Medio Oriente in movimento che, tra mille fibrillazioni, si rende protagonista del proprio futuro. In questo quadro, l’Egitto è titolato per il suo pragmatismo. Bisogna ricordare che il riavvicinamento del Cairo ad Ḥamās più di dieci anni fa era stato preceduto dal colpo di stato del 2013 e dalla feroce repressione contro i Fratelli Musulmani, ma anche che l’accordo di riconciliazione politica tra Ḥamās e Fataḥ è stato siglato proprio nella capitale egiziana quattro anni dopo.

Le complesse strategie regionali e le proiezioni esterne

Le rivalità tra gli attori regionali in Medio Oriente persistono e continuano a plasmare le agende di politica estera dei singoli Stati e, di conseguenza, le loro priorità. Per esempio:

  • La Repubblica Islamica dell’Iran, a parte la storica contesa con la Turchia, considera Israele il suo peggior nemico e contrasta le continue aggressioni che da decenni lo Stato ebraico compie in Medio Oriente nella speranza di poter realizzare un giorno la Grande Israele;
  • Israele, nella sua breve storia, ha invaso temporaneamente tutti i Paesi confinanti e tuttora detiene permanentemente il possesso di Gaza, Cisgiordania e parti della Siria, ma oggi intrattiene rapporti privilegiati con Emirati Arabi Uniti e Bahrein, suoi partner negli Accordi di Abramo.

Per quanto riguarda i sottoscrittori dell’Accordo della Mecca e lo stesso Egitto, la strategia è quella di mantenere aperto il dialogo con i competitori regionali senza esacerbare le ostilità:

  • Il Regno Saudita vede come maggiore avversario l’Iran degli Āyatollāh, non solo dal punto di vista della disputa religiosa, ma anche e soprattutto per la competizione geo-politica attorno al Golfo. Tuttavia, ha ripreso le relazioni diplomatiche con Tehrān, come già accennato, e, nelle contingenze presenti, non ricorre a particolari reazioni di ritorsione contro attacchi subiti sul proprio territorio durante la guerra in corso;
  • La Turchia ha una storica contesa con l’Iran per il controllo degli spazi confinanti con reciproche minoranze etnico-linguistiche in Siria, Iraq e Azerbaijan. Ma anche Ankara non intende essere trascinata in conflitti armati che coinvolgono Tehrān, anzi sta appoggiando le mediazioni in corso per accordi di tregua o di pacificazione;
  • Il Pakistan, a parte i contenziosi ancora aperti risalenti alla fine dei Dominions della Corona britannica nell’area, considera l’India il suo antagonista prioritario e l’Iran il suo vicino scomodo. Ma la mediazione in corso a Islāmābād con la presenza della Repubblica Islamica e la cooperazione con Tehrān per contrastare il terrorismo e per la sicurezza delle frontiere comportano una non facile neutralità e quanto meno un atteggiamento non ostile;
  • L’Egitto, come già accennato, si oppone all’ingerenza di Israele non solo nella Striscia di Gaza, ma anche nel Corno d’Africa, compreso il Somaliland appena riconosciuto da Tel Aviv come stato indipendente.[17] Ma questo non impedisce un continuo dialogo diplomatico con lo Stato Ebraico pur nelle spesso dure contrapposizioni.

Il quadro si complica se si prendono in considerazione i rapporti che legano i suddetti Paesi alle grandi potenze globali. Semplificando:

  • Tutti, tranne l’Iran, mantengono buoni rapporti con gli Stati Uniti d’America, attraverso accordi bilaterali economico-commerciali, ma altri anche di alleanza militare (la Turchia) o di partenariato di sicurezza (Israele, Arabia Saudita, Egitto, Pakistan);
  • Tutti, tranne Israele, hanno sottoscritto i Memorandum d’Intesa della Belt and Road Initiative, intrecciando relazioni economico-commerciali con la Repubblica Popolare Cinese.[18] In aggiunta, tre dei Paesi citati (Iran, Egitto e EAU) sono entrati a far parte dei BRICS+ come Stati membri [D’Agostino, febbraio 2025], due (Iran e Pakistan) hanno aderito all’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e altri due (Arabia Saudita e EAU) ne sono diventati partner.[19] Importante è il valore dei commerci cinesi con i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo e degli investimenti infrastrutturali di Pechino in Iran e Arabia Saudita.
  • Dopo la caduta del regime siriano di Baššar al-Asad, dall’anno scorso l’Iran è l’unico Paese medio-orientale ad avere un Trattato sul partenariato strategico globale firmato con la Federazione Russa. Ma ottimi rapporti commerciali e nell’area della sicurezza persistono con Mosca anche da parte di Turchia, Egitto e EAU.

Bisogna anche considerare, oltre alle adesioni a singoli formati rispondenti a esigenze puramente diplomatiche, i più fattivi strumenti di pianificazione di integrazione economica tra aree regionali, che sono poi veri e propri strumenti di costruzioni geo-politiche. Il Medio Oriente è interessato da due assi di comunicazione principali:

  • Il Corridoio Economico India-Medio Oriente-Europa (IMEC), che unisce i due terminali attraverso gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita, la Giordania e Israele;
  • Il Corridoio Cina-Asia Centrale-Asia Occidentale, parte della Belt and Road Initiative, che già coinvolge l’Iran, il Caucaso e la Turchia e che è destinata a raggiungere i Balcani.

Superfluo sottolineare la contrapposizione geo-politica che le due iniziative sottintendono, scaturendo dall’evidente disputa tra Stati Uniti e Cina per il controllo e l’influenza del Medio Oriente come ponte di collegamento tra Asia e Europa.[20]

Chiaramente, l’IMEC nasce nel 2023 come risposta alla BRI di iniziativa cinese ed è il prodotto della partnership I2U2 tra IndiaIsraele, EAU e USA, nata nel 2022 a seguito e a sostegno degli Accordi di Abramo.[21] Il secondo corridoio citato è affiancato da un’altra iniziativa ispirata da Ankara, la Via di Sviluppo Iraq-Europa, a seguito del Memorandum d’Intesa tra Iraq, Turchia, Qatar e EAU siglato nel 2024 con proiezioni di piena realizzazione al 2050. A sua volta, questo intendimento può essere considerato una reazione al progetto IMEC e chiarisce anche i rispettivi fronti degli interessi geo-politici in campo.[22]

A proposito dell’Accordo tripartito della Mecca, bisogna constatare che Riyāḍ, Ankara e Islāmābād non perseguono gli stessi obiettivi strategici, poiché l’IMEC esclude la Turchia e include Israele nel suo itinerario, suffragando la normalizzazione dei rapporti tra Riyāḍ e Tel Aviv secondo gli intendimenti degli Accordi di Abramo; e il Pakistan, anch’esso scavalcato dall’IMEC, guarda all’Iran come partner e alla Cina come finanziatrice degli enormi investimenti infrastrutturali sul suo territorio. Da qui le limitazioni dell’Accordo della Mecca se interpretato come alleanza e la difficoltà delle decisioni di politica estera che il Regno Saudita dovrà prendere nel prossimo futuro.

Considerazioni conclusive

In sintesi, i Paesi mediorientali stanno approcciando con maggiore versatilità le opzioni di politica estera, sganciandosi dalle costrizioni delle rigide alleanze che avevano caratterizzato il passato ideologico. In questo senso, è in atto una transizione verso una nuova mentalità con indirizzi propositivi e conseguenti metodi di attuazione più realistici. La resilienza nel governare i processi conduce a maggiore comprensione delle opzioni sul terreno e questo promuove una consapevole azione diplomatica meno auto-referenziale. Viceversa, la rottura del vecchio ordine regionale, se non gestita con giudizio e criteri strategici, potrebbe produrre instabilità con conseguenze inimmaginabili.

Paradossalmente, oggi le guerre tra Stati in Medio Oriente e dintorni sono, nonostante tutto, mantenute a bassa intensità, come accade con quella tra Stati Uniti e Iran. Sono invece ferocemente combattute da Stati contro organizzazioni politico-militari, come avviene clamorosamente per Israele, armato dall’Occidente e dai suoi alleati, contro Ḥamās, Ḥizb Allāh e Ḥūthi, tutti movimenti che nei rispettivi Paesi rappresentano legittimamente una consistente parte della popolazione o che hanno ricoperto e ricoprono importanti ruoli istituzionali. In questo caso, Tel Aviv è un’eccezione nel panorama mediorientale per la sua rigida concezione ideologica legata al Sionismo del XX secolo. E tuttavia, pur perseverando nella sua vetusta e sconsiderata agenda, coglie lo spirito dei tempi quando tenta di emanciparsi dalla totale sottomissione al suo ormai consunto alleato americano, diventando addirittura un abile consigliere delle mosse di Washington in Medio Oriente. Fino a che punto?

Oggi gli Stati Uniti sono attraversati da una crisi esistenziale, testimoniata dall’instabilità e inaffidabilità del POTUS, ma anche dall’insostenibilità di un debito pubblico derivato dall’onere del suo ruolo nel mondo. E questa questione, di cui gli analisti hanno quasi timore reverenziale a discutere, non nasce certo con la Presidenza Trump. Gli Stati Uniti perseguono un’agenda ben precisa che, fortunatamente, non è più diretta dalle ingannevoli ideologie propagandate. Questo ha un prezzo molto alto in termini di immagine politica fino al punto di mostrarsi perdenti in una guerra insensata contro la Repubblica Islamica e di riconoscere che la pace non si ottiene solo con gli accordi tra Stati, ma aprendo ai movimenti che effettivamente rappresentano i popoli e fino a ieri braccati come terroristi. E tuttavia, la Casa Bianca non è avulsa dal contesto fino al punto di non comprendere che una nuova era si sta aprendo, lasciandosi alle spalle le logiche che da più di un secolo hanno retto, nel bene e nel male, il mondo intero.

Difficile da cogliere soprattutto per i suoi terrorizzati alleati europei, se, dopo aver flirtato con il peggior sionismo internazionale, a tutt’oggi e con un ritardo inaccettabile, si rivolgono a Netanyahu chiedendo se, per favore, possa rinunciare all’espansionismo coloniale in Cisgiordania. La risposta inflessibile arriva dalle istituzioni di Tel Aviv in piena campagna elettorale, con l’inaugurazione del sito dove verranno impiccati i Palestinesi che non si piegano ai diktat di regime. Questa è la diplomazia europea, purtroppo, soprattutto di quelle nazioni che ancora oggi si rifiutano di riconoscere lo Stato di Palestina alle Nazioni Unite.

Se Mosca è silente, ancor di più lo è Pechino, che non insegue la cronaca politica degli scontri bellici dettati dalle consultazioni elettorali dei singoli Paesi, ma persegue la propria politica strategica di sicurezza di lungo termine e dà le chiavi di lettura sul nuovo panorama del rapporto tra i popoli:  “I Paesi possono diventare partner quando hanno gli stessi valori e ideali, ma possono anche essere partner se cercano un terreno comune pur conservando le differenze”, si legge nel documento programmatico China’s Policies on Asia-Pacific Security Cooperation del 2017. E ancora, con grande preveggenza sulle vicende dell’attualità: “I grandi Paesi dovrebbero trattare le intenzioni strategiche degli altri in modo obiettivo e razionale, respingere la mentalità della guerra fredda, rispettare i legittimi interessi e le preoccupazioni altrui, rafforzare le interazioni positive e rispondere alle sfide con sforzi concertati. I Paesi di piccole e medie dimensioni non hanno bisogno e non dovrebbero schierarsi con i grandi Paesi. Tutti i Paesi dovrebbero compiere sforzi congiunti per perseguire un nuovo percorso di dialogo anziché di confronto e perseguire partenariati piuttosto che alleanze”.[23]

Il Segretario Generale dell’ONU António Guterres, intervenendo in Kyrgyzstan al Summit dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO+ Meeting) di Bishkek il 1° settembre scorso [a sinistra, i leader del Gruppo, foto a cura dell’Ufficio del Primo Ministro indiano], ha detto: “Dobbiamo riformare le nostre istituzioni multilaterali, comprese le Nazioni Unite e il sistema di Bretton Woods, affinché rispecchino le realtà odierne e aumentino la rappresentanza e l’influenza dei Paesi in via di sviluppo per costruire un ordine mondiale più giusto”.[24] Con questa dichiarazione, l’ONU ribadisce l’accoglimento dei propositi espressi nella Dichiarazione di Tianjin emessa durante il Summit SCO a presidenza cinese dell’anno scorso [D’Agostino, settembre 2025].

E Sua Santità Leone XIV, sottolineando la necessità della diplomazia e del multilateralismo, nella Lettera Enciclica Magnifica Humanitas così si esprime: “Nelle relazioni internazionali, il dialogo è lo strumento insostituibile della diplomazia per prevenire i conflitti e ricucire legami di fiducia. Contro le comunicazioni impulsive, le retoriche aggressive e le logiche di potenza che segnano il nostro tempo, la vocazione della diplomazia è quella di favorire il dialogo con tutti, compresi gli interlocutori considerati più ‘scomodi’ o che non si riterrebbero legittimati a negoziare”.[25]

Sarà questo il futuro del XXI secolo ancora neonato?

 

RIFERIMENTI

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Arab News. “Turkish, Saudi, Egyptian and Pakistani FMs meet in Riyadh amid Ankara’s push for security pact — report”, 22 marzo 2026. https://www.arabnews.com/node/2637221/pakistan.

Azhari, Timour, Shahid, Ariba and Gumrukcu, Tuvan. “Saudi Arabia, Turkey, Pakistan pledge mutual defence as Middle East turmoil escalates”, 7 agosto 2026. https://www.reuters.com/world/asia-pacific/saudi-arabia-turkey-pakistan-sign-joint-defence-deal-amid-regional-turmoil-2026-08-07/

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PROVE UNILATERALI DI NUOVO ORDINE MONDIALE A SPESE DI SOMALIA, VENEZUELA E GROENLANDIA

D’Agostino, Glauco. “Lo ‘Spirito di Shànghăi’ e il lento declino dell’Occidente”, 16 settembre 2025.

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Zehra, Ishaal. “Arabia Saudita-Pakistan – Come l’attacco israeliano a Dōḥa ha innescato il patto di mutua difesa”, 27 Ottobre 2025, traduzione in Italiano dell’articolo pubblicato il 6 ottobre 2025 su Geopolitical Monitor.

Arabia Saudita-Pakistan – Come l’attacco israeliano a Dōḥa ha innescato il patto di mutua difesa

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[1] CBS News, “Saudi Arabia, Turkey and Pakistan sign key defense agreement”, 7 agosto 2026, https://www.cbsnews.com/news/saudi-arabia-turkey-pakistan-defense-agreement/

[2] The Times of India, “Islamic Nato taking shape? What the Saudi-Pakistan-Turkey Mecca pact means for Iran & Israel”, 7 agosto 2026, https://timesofindia.indiatimes.com/defence/international/islamic-nato-taking-shape-what-the-saudi-pakistan-turkey-mecca-pact-means-for-iran-india-israel/articleshowprint/133032539.cms.

[3] Suzan Fraser and Munir Ahmed, “Saudi Arabia, Turkey and Pakistan have signed a key defense agreement”, 7 agosto 2026, https://apnews.com/article/saudi-arabia-turkey-pakistan-defense-agreement-58048d4a100befd4d2c18e0cbae58b7c.

[4] France 24, “Saudi Arabia, Pakistan and Turkey sign mutual defence agreement”, 7 agosto 2026, https://www.france24.com/en/middle-east/20260807-saudi-arabia-pakistan-and-turkey-sign-mutual-defence-agreement.

[5] Aamir Latif, “Pakistan’s top diplomat says Mecca defense pact ‘purely’ defensive in nature, remains open to other regional countries”, 9 agosto 2026, Anadolu Ajansı, https://www.aa.com.tr/en/middle-east/pakistans-top-diplomat-says-mecca-defense-pact-purely-defensive-in-nature-remains-open-to-other-regional-countries/4022424.

[6] The Associated Press, “Saudi Arabia, Turkey, Pakistan sign mutual defense pact”, in The Asahi Shimbun, 10 agosto 2026, https://www.asahi.com/ajw/articles/16798981.

[7] Glauco D’Agostino, “La nuova geo-politica asiatica sulle orme della Via della Seta e delle imprese di Marco Polo”, 17 febbraio 2025, https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-42/ e pubblicato in Inglese su Geopolitica. Revistă de Geografie Politică, Geopolitică şi Geostrategie, no. 105 (4/2024), (Bucureşti: Top Form), https://www.geopolitic.ro/2025/02/nr-4-105-2024-principiul-dominoului/

[8] Eli Leon, “Saudi Arabia, Turkey, Pakistan invited Iran to join newly-established Mecca defense pact – report”, 23 agosto 2026, The Jerusalem Post, https://www.jpost.com/middle-east/iran-news/article-906316.

[9] Iran International, “Defense pact not linked to nuclear ambitions, Saudi official says”, 7 agosto 2026, https://www.iranintl.com/en/202608070847.

[10]  Timour Azhari, Ariba Shahid and Tuvan Gumrukcu, “Saudi Arabia, Turkey, Pakistan pledge mutual defence as Middle East turmoil escalates”, 7 agosto 2026, https://www.reuters.com/world/asia-pacific/saudi-arabia-turkey-pakistan-sign-joint-defence-deal-amid-regional-turmoil-2026-08-07/

[11] Vedi Ishaal Zehra, “Arabia Saudita-Pakistan – Come l’attacco israeliano a Dōḥa ha innescato il patto di mutua difesa”, 27 Ottobre 2025, traduzione in Italiano dell’articolo pubblicato il 6 ottobre 2025 su Geopolitical Monitor, https://www.islamicworld.it/wp/arabia-saudita-pakistan-come-lattacco-israeliano-a-do%e1%b8%a5a-ha-innescato-il-patto-di-mutua-difesa/

[12] Saudi Press Agency (SPA), “Minister of Foreign Affairs Holds Meeting with the Foreign Ministers of Egypt, Türkiye and Pakistan”, 30 settembre 1447 (2026), https://spa.gov.sa/en/N2541576.

[13] Arab News, “Turkish, Saudi, Egyptian and Pakistani FMs meet in Riyadh amid Ankara’s push for security pact — report”, 22 marzo 2026, https://www.arabnews.com/node/2637221/pakistan.

[14] Glauco D’Agostino, “Corno d’Africa e Mar Rosso laboratori di verifica delle alleanze medio-orientali”, 22 Febbraio 2026, https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-45/

[15] Türkiye Today, “Erdogan opens door to Egypt joining Mecca defence agreement”, 15 agosto 2026, https://www.turkiyetoday.com/region/erdogan-opens-door-to-egypt-joining-mecca-defence-agreement-3226168?s=1.

[16] Al Jazeera, “Why Kushner met Hamas leaders, and what it means for Trump’s Gaza roadmap”, 17 agosto 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/8/17/why-kushner-met-hamas-leaders-and-what-it-means-for-trumps-gaza-roadmap.

[17] Glauco D’Agostino, “Prove unilaterali di nuovo ordine mondiale a spese di Somalia, Venezuela e Groenlandia”, 15 gennaio 2026, https://www.islamicworld.it/wp/prove-unilaterali-di-nuovo-ordine-mondiale-a-spese-di-somalia-venezuela-e-groenlandia/

[18] Christoph Nedopil, Countries of the Belt and Road Initiative (Shanghai, China: Green Finance & Development Center, FISF Fudan University, 2025), www.greenfdc.org.

[19] Glauco D’Agostino, “Lo ‘Spirito di Shànghăi’ e il lento declino dell’Occidente”, 16 settembre 2025, https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-44/

[20] Cyril Widdershoven, “The Mecca Agreement Is Not a New NATO”, 8 agosto 2026, https://bluewaterstrategy.substack.com/p/the-mecca-agreement-is-not-a-new?r=8uofs3&utm_campaign=post-expanded-share&utm_medium=web.

[21] Sameena Hameed, “Israel as India’s Pivot in the IMEC”, in Contemporary Review of the Middle East, Special Issue: Gaza Crisis and India, Guest Editor P. R. Kumaraswamy, no. 11 (4/2024) (Thousand Oaks, California, U.S.A: Sage Publishing), 511–525, doi: 10.1177/23477989241293556.

[22] Ragip Soylu, “Turkey’s Erdogan opposes India-Middle East transport project”, 11 settembre 2023, https://www.middleeasteye.net/news/turkey-erdogan-opposes-india-middle-east-corridor.

[23] Glauco D’Agostino, “Global Governance: sta arrivando il momento dell’Asia?”, 24 febbraio 2023, https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-37/ e pubblicato in Inglese su Geopolitica. Revistă de Geografie Politică, Geopolitică şi Geostrategie, no. 96-97 (4/2022), (Bucureşti: Top Form), https://www.geopolitic.ro/2023/02/centre-de-putere-axe-si-falii-geopolitice-2/

[24] United Nations, “At SCO summit In Kyrgyzstan, Guterres calls for more representative global governance”, 1° settembre 2026, https://news.un.org/en/story/2026/09/1168239.

[25] La Santa Sede, Dicastero per la Comunicazione, “Lettera Enciclica Magnifica Humanitas del Santo Padre Leone XIV sulla custodia della persona umana nel tempo dell’Intelligenza Artificiale”, 15 maggio 2026, https://www.vatican.va/content/leo-xiv/it/encyclicals/documents/20260515-magnifica-humanitas.html#diplomazia.

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