IWA MONTHLY FOCUS

CORNO D’AFRICA E MAR ROSSO LABORATORI DI VERIFICA DELLE ALLEANZE MEDIO-ORIENTALI

Mogadiscio chiede il ritiro delle truppe etiopi inviate dall’UA e rompe ogni accordo con gli EAU. L’ascesa dei middle powers e le alleanze tra potenze regionali che competono per il dominio geo-politico dell’area. La trappola degli Accordi di Abramo, l’intesa in atto tra Israele, Etiopia e EAU e la rottura tra Abu Dhabi e Riyāḍ marcano il nuovo clima geo-politico.

di Glauco D’Agostino

I Paesi del Corno d’Africa

Instabilità dell’area e destabilizzazione degli Stati

Una preoccupante instabilità continua a intaccare l’equilibrio precario del Corno d’Africa, aggiungendo alle crisi già presenti inedite inquietudini per i governanti dell’area ed ennesime sofferenze per le relative popolazioni. Il mutamento in atto delle alleanze tra le potenze regionali che regolano i rapporti reciproci degli Stati locali provoca tensioni sul territorio e nuove forme di guerra ibrida o di dominio dissimulato.

L’ultimo esempio è l’ulteriore destabilizzazione della Somalia, inasprita dal riconoscimento da parte di Israele della sovranità dello Stato del Somaliland, auto-proclamatosi indipendente dalla Repubblica Democratica Somala già 35 anni fa. La risposta di Mogadiscio è stata immediata, con la sconfessione istituzionale dell’atto israeliano e l’inaugurazione del nuovo Stato federato del Nord-Est, incuneato tra il Puntland e il territorio secessionista del Somaliland.[1] Alla cerimonia del 16 gennaio scorso nella capitale Las Anod hanno partecipato il Presidente della Repubblica Hassan Sheikh Mohamud, il Primo Ministro Hamza Abdi Barre, assieme agli Ambasciatori di Turchia, Arabia Saudita, Cina e Sudan e a delegazioni di alto livello di Djibuti e delle Forze Armate Sudanesi.[2]

Mogadiscio ha inoltre chiesto il ritiro delle truppe etiopi inviate dall’Unione Africana e rotto ogni accordo con gli Emirati Arabi Uniti, ritenuti responsabili di istigazione alla secessione degli Stati federati dalla madrepatria.[3]

Queste presenze e queste esclusioni sono anche indicative del nuovo clima geo-politico nell’area del Mar Rosso e del Golfo di Aden, con significativi cambiamenti nelle alleanze tra i players interessati.

Dal punto di vista geografico, il Corno d’Africa comprende i territori di Somalia, Djibuti, Etiopia e Eritrea, coprendo una superficie di quasi 2 milioni di chilometri quadrati e accogliendo circa 140 milioni di abitanti. Da una prospettiva regionale, l’area coinvolge quanto meno il Sudan e gli Stati sulle coste occidentali della Penisola Arabica, cioè l’Arabia Saudita e lo Yemen, che, assieme agli altri Paesi citati, ambiscono al controllo strategico del fulcro costituito dallo Stretto di Bāb al-Mandeb (figura sotto). Ovvio che, in un’ottica geo-politica più ampia, il teatro della scena si allarghi anche a tutto il Medio Oriente, i cui Paesi sono tutti coinvolti in un’attività diplomatica e non solo, finalizzata ad aiuti economici, ma anche al condizionamento dei soggetti istituzionali recettori. A questi si aggiungono gli Stati interventisti dell’alleanza democratica occidentale, i quali, da quando l’abuso della retorica dell’interesse nazionale giustifica tutto, operano un vero e proprio dominio marittimo e terrestre con il pretesto di condurre operazioni di contrasto al terrorismo e alla pirateria.

Tutto questo attivismo si inserisce in un ambiente geo-antropico complesso, composto di popoli di diversa estrazione etnica e religiosa, molto spesso in dissidio tra loro e segnati da una tormentata storia coloniale che, anche dopo le acquisite indipendenze nazionali, ne ha delimitato confini difficili da presidiare e permeabili alle naturali interdipendenze di comunità omogenee ma separate da artificiose barriere di frontiera.

Il Corno d’Africa nel settembre 1935

Viceversa, più recentemente, interessi esogeni hanno puntato sulla destabilizzazione degli Stati esistenti. Il tentativo in atto in Somalia ha un precedente nella frantumazione del Sudan, che, pur fra colpi di stato e sanguinose guerre civili, aveva mantenuto la sua unità. La secessione del Sud Sudan del 2019, subito riconosciuta dai suoi istigatori, tra cui Israele, Stati Uniti e Germania, non ha purtroppo condotto all’auspicata pace neanche nel Sud, contribuendo, invece, a destabilizzare la Repubblica del Sudan, tuttora in preda al conflitto tra il Consiglio Sovrano e l’organizzazione paramilitare delle Forze di Supporto Rapido sostenuta dagli Emirati Arabi Uniti.

Eritrea: Il Presidente Isaias Afwerki incontra ad Asmara ʿAbd al-Fattāḥ ʿAbd ar-Raḥmān al-Burhān, leader del Consiglio Sovrano del Sudan, il 26 novembre 2024 (Fonte: Eritrean Minister of Information’s official account @hawelti via X)

Lo stesso si può dire per le continue sommosse che ammorbano l’Etiopia dal 2020, con la guerra del Tigrè prima e l’insurrezione in corso della milizia Fano nello Stato nazionale regionale degli Amara. Questa rappresentazione riguarda la sobillazione esogena dei conflitti interni, ma va completata con il subdolo incitamento agli scontri tra nazioni, che nell’area non sono mancati, a partire da quelli seguenti:

  • Etiopia e Sudan, con il conflitto di al-Fashaga che ha coinvolto milizie Amara d’Etiopia e stato sudanese tra il 2020 e il 2022;
  • Etiopia e Eritrea, in guerra tra il 1998 e il 2000, frutto dell’indipendenza eritrea del 1991, con la conseguente Seconda insurrezione degli ʿĀfār di Dancalia fino al 2018;
  • Somalia e Kenya, per la delimitazione degli spazi marittimi ancora in disputa dopo 63 anni, sebbene la Corte Internazionale di Giustizia delle Nazioni Unite abbia emesso una sentenza di merito nel 2021.

Nonostante questi scontri di confine, bisogna riconoscere anche che ad oggi non si verificano gravi scontri diretti tra governi nazionali e che negli ultimi 35 anni soltanto due secessioni (Eritrea e Sud Sudan) sono state coronate da successo. Questo anche in virtù di una Risoluzione dell’Organizzazione dell’Unità Africana adottata a luglio 1964 al Cairo, che impegna tutti gli Stati membri “a rispettare i confini esistenti al momento del conseguimento dell’indipendenza nazionale”.[4] Naturalmente, la Somalia, impegnata all’epoca nella disputa sull’Ogadēn etiope a maggioranza etnica somala, rifiutò di accogliere la risoluzione e questo, da allora, ha comportato inevitabilmente il deterioramento delle relazioni tra i due Paesi. Il paradosso è che l’Unione Africana dal 2007 ha affidato la stabilizzazione della Somalia a truppe fornite dall’Etiopia, che l’aveva invasa l’anno prima, e dal Kenia, un Paese con un annoso e aspro contenzioso frontaliero già accennato.

Le alleanze regionali

In questo già complicato contesto, si inserisce la questione delle alleanze regionali, in questo momento condizionate dal tangibile inserimento di Israele nello scacchiere geo-politico del Corno d’Africa. Vale la pena considerare almeno tre argomenti che possono impattare sugli assetti politici interni ed esterni dell’area:

  • Le relazioni di Mogadiscio con Ankara e Dōḥa;
  • Le opzioni di Addis Abeba verso i Paesi confinanti;
  • L’atteggiamento dei Paesi del Golfo nei confronti di Tel Aviv.

La Somalia può contare su un sostegno duraturo della Turchia in materia di cooperazione allo sviluppo sin dal 2011.[5] L’accordo decennale del 2024 di cooperazione militare per l’ammodernamento delle Forze Armate somale, in particolare la Marina Militare,[6] ha seguito l’apertura della base militare turca Camp TURKSOM a Mogadiscio nel 2017.[7] Ma la Turchia ha anche espresso sostegno alla Somalia attraverso l’accordo per l’esplorazione e l’estrazione di riserve di idrocarburi nella Zona Economica Esclusiva della Somalia, nonché per la lotta del governo somalo contro al-Shabāb.

La richiesta somala di sicurezza e protezione ad Ankara è stata naturalmente determinata dalle caratteristiche della sua potenza militare, in quanto membro della NATO con la seconda più grande forza militare permanente in termini di personale attivo,[8] e come 10a tra le marine più forti del mondo.[9] Ma sulla fiducia che Mogadiscio ha riposto in Ankara ha giocato un ruolo non secondario la valutazione della capacità di mediazione e costruzione dei rapporti internazionali della sua diplomazia.

Fino al 2024, come sottolineato da uno studio dell’Osservatorio Turchia del think tank italiano Centro Studi di Politica Internazionale (CeSPI), la Turchia di Erdoğan ha mantenuto un’accorta azione geo-politica basata sulla collaborazione con i Paesi del Corno d’Africa, oltre che con gli Stati del Golfo e l’Egitto. Con l’Etiopia ha sviluppato una cooperazione militare e commerciale, svolgendo un ruolo di supporto al governo di Addis Abeba durante le crisi insurrezionali nel Tigrè e nello Stato degli Amara; ha mantenuto buone relazioni anche con il Somaliland, svolgendo un prezioso ruolo di mediazione tra Hargeysa e Mogadiscio; con Djibuti ha sottoscritto accordi per la formazione e addestramento dei militari locali.[10]

La Somalia ha sempre ritenuto contrari al diritto internazionale aiuti e investimenti degli Emirati Arabi Uniti in Somaliland e l’allineamento dello Stato federato del Puntland con l’asse Abu Dhabi-Riyāḍ.[11] Questo in virtù del suo assetto istituzionale federale inaugurato nel 2012 con la nascita della Repubblica Federale della Somalia, erede del Governo Federale di Transizione che, nato in Kenia con il sostegno di Etiopia, Stati Uniti e l’approvazione dell’ONU, aveva governato il Paese negli otto anni precedenti.

Cosa avviene nel Corno d’Africa nel 2024 tale da minare una situazione di equilibrio instabile, ma dopotutto tollerato dalle potenze regionali?

Il Memorandum d’Intesa tra Etiopia e Somaliland, firmato nel gennaio 2024, consentirebbe al Paese senza sbocco sul mare di utilizzare uno dei suoi porti e addirittura apre la strada all’accesso sul Mar Rosso per una base militare in affitto.[12] Si tratterebbe del porto di Berbera, un’infrastruttura sul Golfo di Aden che gli Stati del Golfo Persico, in particolare Arabia Saudita e Emirati Arabi Uniti, hanno finanziato assieme a Port Sudan, considerando anche il Mar Rosso un territorio strategico.[13] La presunta contropartita offerta da Addis Abeba a Hargeysa sarebbe stata il riconoscimento diplomatico del Somaliland (Chome, 2026). Non solo la Lega Araba, di cui la Somalia è membro, ma anche Turchia, Unione Europea, Stati Uniti e Cina hanno disapprovato l’accordo, proprio basandosi sull’importanza dell’unità, sovranità e integrità territoriale della Somalia.[14]

Shaykh Khālid bin Muḥammad bin Zāyid Ān-Nahyān, Principe ereditario di Abu Dhabi (a sinistra), ricevuto al suo arrivo nel Regno del Bahrein da Salmān bin Ḥamad Āl-Khalīfa, Principe ereditario e Primo Ministro, 2 marzo 2024

Si direbbe che il controllo del porto di Berbera e il riconoscimento del Somaliland coinvolgano tutti i principali players interessati, interni ed esterni al Corno d’Africa, appena citati nel paragrafo precedente. Con l’aggiunta di due giganti medio-orientali, Israele ed Egitto. Colmiamo subito la lacuna.

Il ruolo di Israele e la rottura Arabia Saudita-EAU

Tel Aviv, con il riconoscimento di Hargeysa, è sospettata di aver ripercorso lo stesso iter tentato da Addis Abeba, puntando, in compenso, su un proprio avamposto proprio a Berbera. In risposta, Ankara e Mogadiscio, i cui buoni rapporti abbiamo già descritto, avrebbero concordato l’avviamento di una base militare turca a Lāsqoray, affacciata sul Golfo di Aden e situata non in Somaliland, ma, dal punto di vista di Mogadiscio, nel nuovo Stato federato somalo del Nord-Est.[15] Viene così spiegato il senso della cerimonia del 16 gennaio scorso nella capitale del Nord-Est, menzionata nella prima pagina di questa analisi.

Egitto: il Presidente ʿAbd al-Fattāḥ as-Sīsī (a destra), con il Presidente somalo Hassan Sheikh Mohamud al Cairo, 21 gennaio 2024

Incontro tripartito ad Asmara tra i Presidenti dell’Eritrea, Isaias Afwerki (a sinistra), dell’Egitto, ʿAbd al-Fattāḥ as-Sīsī (al centro), e della Somalia, Hassan Sheikh Mohamud, 10 ottobre 2024 (Fonte: Presidenza della Repubblica Araba d’Egitto)

L’Egitto, che pone grande attenzione strategica al controllo dei traffici sul Mar Rosso (porta d’accesso al Canale di Suez), ha risposto politicamente all’avventato accordo Etiopia-Somaliland, promuovendo a ottobre 2024 l’Alleanza regionale trilaterale con Eritrea e Somalia[16] e ribadendo ad aprile successivo che il governo del Mar Rosso compete soltanto agli Stati costieri. Questa alleanza lascia intravedere un’intesa anche con altri Paesi a maggioranza musulmana originariamente inclusi, come Turchia e Qatar (alleati della Somalia), la Repubblica Islamica dell’Iran (che mantiene buoni rapporti con l’Eritrea) e il Regno Saudita (che, assieme a Egitto e Qatar, supporta le Forze Armate Sudanesi) (Chome, 2026).

La spaccatura più clamorosa avviene proprio nel mondo arabo-musulmano. Arabia Saudita e EAU avevano marciato insieme quando decisero la sospensione del Qatar dal Consiglio di Cooperazione del Golfo e abbiamo citato i notevoli investimenti operati in accordo sui porti del Mar Rosso e del Golfo di Aden, in funzione di contrasto all’asse geo-politico Ankara-Dōḥa. Scontata la normalizzazione dei rapporti diplomatici con Israele attraverso gli Accordi di Abramo nel 2020, l’atteggiamento di Abu Dhabi nell’area geo-politica del Mar Rosso si dimostra ben più che finalizzato ad una regolamentazione quanto ad un accomodamento sulle posizioni di Tel Aviv. Il suo ruolo anti-somalo svolto in Somaliland e l’appoggio all’organizzazione paramilitare anti-governativa delle Forze di Supporto Rapido sudanesi suscitano sospetti di istigazione alla secessione in molte altre aree dell’Africa nord-orientale e dell’area del Mar Rosso, provocando una rottura con Riyāḍ ormai palese.

Muḥammad bin Salmān, Principe ereditario e Primo Ministro del Regno dell’Arabia Saudita

La situazione in Yemen si inserisce in questo contesto, perché gli EAU, in ossequio agli Accordi di Abramo, sostengono l’organizzazione militare e politica Consiglio di Transizione del Sud (CTS), facente parte fino a gennaio scorso del Consiglio di Leadership Presidenziale (CLP), che è l’organo esecutivo riconosciuto dalle Nazioni Unite.[17] Le posizioni indipendentiste anti-costituzionali rivendicate dal gruppo nello Yemen Meridionale e le conseguenti iniziative militari in tal senso sono state affrontate dalla controffensiva delle forze unite a guida saudita del CLP e dell’Alleanza tribale dell’Hadhramaut, visto che da dicembre le truppe del CTS erano state schierate in quella regione di confine con l’Arabia Saudita.[18]

Yemen: Aden (foto artehistoria)

Forse è ingeneroso dirlo, ma la postura che gli Emirati Arabi Uniti stanno assumendo dal 2022 attesta un ruolo di proxy di Israele anche in Yemen, dove Tel Aviv annovera tra i suoi più determinati avversari gli Ḥūthi di ʿAbd al-Malik Badr alleati di Tehrān. Ma così facendo, Abu Dhabi sfida l’influenza che Riyāḍ rivendica sulla Penisola Arabica e nell’area del Mar Rosso e alternativa a quella dello Stato Ebraico. Veramente una crisi inedita e che, per quanto annunciata da anni, non aveva mai raggiunto questa profondità. Si può ancora dire che gli Accordi di Abramo siano portatori di pace?

Il Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti ʿAbd Allāh bin Zāyid Ān-Nahyān firma gli Accordi di Abramo con il Presidente Trump e il Primo Ministro Netanyahu, Washington, D.C., 15 settembre 2020 (Credito: AFP)

La presenza militare di Paesi esogeni  

La presenza militare di Paesi esogeni nel Corno d’Africa prima del 2009 è sempre stata limitata a due Paesi NATO come Francia e Stati Uniti. Ad oggi, questa presenza è molto più marcata, specialmente a Djibuti (foto sotto), l’ex colonia francese fino all’indipendenza del 1977, che si profila come un vero aggregato di basi militari estere. In questo piccolo stato a maggioranza musulmana sono state nel tempo insediate infrastrutture militari di vari altri Paesi:

  • Giappone. Dal 2011 è presente la prima base militare all’estero su vasta scala operata dalle Forze di Autodifesa del Giappone;[19]
  • Italia. La base militare di supporto Amedeo Guillet agisce dal 2013 con compiti di monitoraggio del traffico commerciale e la lotta alla pirateria nel Corno d’Africa, nel Golfo di Aden e nell’Oceano Indiano;[20]
  • Repubblica Popolare Cinese. La prima base militare all’estero dell’Esercito Popolare di Liberazione è stata formalmente inaugurata nel 2017,[21] insediata sulle rotte della Maritime Silk Road di iniziativa cinese, che mira a interconnettere i porti asiatici, africani ed europei.[22]

Inoltre, a Djibuti il Regno dell’Arabia Saudita sta negoziando la creazione di una base militare con un contratto di locazione di 92 anni.[23]

Nel Corno d’Africa sono insediate altre importanti infrastrutture militari estere. Le principali sono localizzate nelle seguenti zone:

  • Mogadiscio. La già citata base militare turca Camp TURKSOM opera dal 2017 e da febbraio sono schierati gli F-16 per rafforzare la capacità aerea della Somalia;[24]
  • Basso Scebeli. L’Aeroporto di Baledogle, la più grande base aerea militare delle Forze Armate Somale, è utilizzato anche dall’Aeronautica Militare degli Stati Uniti e dalla Missione di Sostegno e Stabilizzazione dell’Unione Africana in Somalia (AUSSOM);
  • Assab, Eritrea. Il porto costruito nel 2015 dagli EAU è servito come loro base logistica durante la guerra nello Yemen, anche se dal 2021 ha ridotto le sue funzioni militari.[25]

È vero, comunque, che la geo-politica marittima sul Mar Rosso non è esercitata soltanto attraverso le basi militari, ma anche con l’investimento industriale e commerciale su siti strategici:

  • Turchia. Il Porto di Mogadiscio è gestito dal 2014 dalla multinazionale turca Albayrak Group, specializzata in investimenti portuali, trasporti e logistica.[26] In Sudan, la Turchia ha firmato accordi per l’affitto della durata di 99 anni dell’isola di Suakin, che si trova vicino alle coste dell’Arabia Saudita e un tempo era un’importante base navale dell’Impero Ottomano.[27]
  • EAU. Gli Emirati Arabi Uniti, attraverso DP World, la loro società di gestione portuale globale basata a Dubai, hanno concluso accordi per lo sviluppo portuale in Somalia, Somaliland e Eritrea, con un accordo in sospeso in Sudan per via della guerra civile in atto. In particolare, la DP World gestisce il Porto di Bosaso, nel Puntland somalo, con il marchio dell’acquisita società britannica P&O, e partecipa all’azionariato del già citato Porto di Berbera, che ha ricevuto in concessione per 30 anni. In Sudan, l’accordo preliminare che l’AD Ports Group di Abu Dhabi aveva firmato nel 2022 per costruire e gestire il Porto di Abu Amama è stato annullato dal governo sudanese per il supporto che gli EAU forniscono ai paramilitari delle Forze di Supporto Rapido (Africa Center for Strategic Studies, 2025).
  • Kuwait. L’Emirato sta negoziando un accordo con la Somalia per la gestione del Porto di Barāwe, nello Stato federato del Sud-Ovest (Africa Center for Strategic Studies, 2025).
  • Repubblica Popolare Cinese. La China Merchants Port di Hong Kong è operatore del Porto di Djibuti dal 2018, in attuazione di un decreto presidenziale di revoca della concessione detenuta dalla DP World di Dubai.[28]

Somalia: Bosaso, Puntland, 2021

L’ascesa dei middle powers nel contesto internazionale

Il problema si chiama Israele, è inutile girarci attorno. Non è un pregiudizio ideologico, ma una constatazione geo-politica. Inutile porre una questione etica, se sia giusto o sbagliato il comportamento di Tel Aviv o se sia accettabile lo sterminio quotidiano, lento di un popolo senza difese. Saremmo fuori strada, visto che il processo di Norimberga, che ha dato vita al nuovo diritto internazionale del secondo dopoguerra, ha lasciato impuniti i crimini dei vincitori. Difficilmente la geo-politica ha dato spazio all’etica quando le potenze europee (oggi si direbbe occidentali) davano vita alla spartizione coloniale dell’Africa e le stesse (con l’aggiunta degli Stati Uniti) occupavano la Cina alla vigilia della prima guerra mondiale. Ma sono argomenti desueti, che le scuole occidentali di relazioni internazionali preferiscono evitare, concentrandosi sui fatti del giorno. Meglio affidare le analisi delle crisi internazionali agli influencer che orientano le opinioni pubbliche, giudicando quali carnefici siano aderenti ai principi dei diritti umani e quali no.

Forse l’era delle ipocrisie, con l’entrata tardiva nel XXI secolo, è ormai alle spalle. Trump e Netanyahu ne sono i simboli correnti, ma non certo gli artefici. La tendenza a condannare i singoli statisti come i soli responsabili delle nefandezze in atto è un paravento ideologico che tende a nascondere i pregressi, i processi di lungo periodo che affondano le loro radici nelle politiche di potenza prodotte dagli Stati e non necessariamente dai singoli statisti transitoriamente al vertice dei governi. In poche parole, questioni di geo-politica nazionale a prescindere da questioni ideologiche.

Così, Donald Trump è il continuatore, con metodi diversi, della politica di Washington di Gorge Bush jr. volta a limitare, con l’invasione dell’Iraq, l’espansione geo-politica dell’Iran e, con la sottomissione dell’Afghanistan, il montante predominio cinese in Asia Centrale; e Binyamin Netanyahu non è molto diverso dal suo predecessore Ariel Sharon nella politica di provocazione anti-islamica, con la promozione di insediamenti ebraici a Gaza e in Cisgiordania e funzionale all’ampliamento dell’influenza israeliana in Libano e Siria. Si tratta di geo-politica, non di ideologia. Si tratta di Sionismo, non di religione.

Cosa c’entra il Corno d’Africa con queste questioni asiatiche e medio-orientali?

Una frase di un personaggio controverso, Moḥamed ‘Abdullāhī Moḥamed, Presidente della Somalia tra il 2017 e il 2022, descriveva nell’era Bush il punto di vista di un cittadino somalo-americano assurto poi alla massima carica della sua Patria d’origine: “Il popolo somalo è stato vittima del colonialismo, della dittatura e di signori della guerra criminali … Ora è al crocevia di due ideologie estremiste: l’ideologia cristiana di George W. Bush, da un lato, e il radicalismo islamico, dall’altra, che vogliono intraprendere una guerra santa l’uno contro l’altro non solo in Iraq e in Afghanistan, ma anche in Somalia. Purtroppo, coloro che alla fine soffrono di più costituiscono la maggioranza: loro non approvano queste ideologie radicali”.[29]

Una vera e propria sintesi di storia non solo della Somalia, ma dell’intero Corno d’Africa, proiettata nella realtà del XXI secolo ancora agli albori.

Oggi il Corno d’Africa, come altre regioni del mondo, soffre la transizione verso un nuovo ordine mondiale in fieri, ma certamente non più dipendente da un’unica potenza globale, ormai evidentemente in declino e sempre più rinchiusa (assieme ai suoi protettorati al seguito) in un disperato tentativo di recupero. Gli avvertimenti provenienti per anni da istituzioni sovranazionali, come i BRICS e l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai, sono stati sottovalutati dagli oligarchi occidentali che affiancano Washington e che adesso cercano una via d’uscita personale anziché collettiva.

Gli ingenerosi attacchi all’ONU per la sua inefficienza e quelli, più appropriati, a istituzioni finanziarie come il Fondo Monetario Internazionale e la Banca Mondiale basati a Washington, dipingevano una situazione al collasso e, in quanto responsabili del fallout, quei soggetti necessitano di una riforma radicale.[30] Forse ancora non è chiaro che in questo consiste il nuovo ordine mondiale. Ma la Casa Bianca continua a fraintendere, sostenendo non una riforma di quelle istituzioni, bensì la loro sostituzione unilaterale, basata sulla privatizzazione della gestione politica globale. La prova lampante è l’astuta invenzione del Board of Peace, un’associazione monocratica presieduta a vita dal cittadino americano Donald Trump e guidata personalmente da lui, non dal governo degli Stati Uniti, come spesso specificano fuorvianti analisti.

L’ascesa dei middle powers è concomitante con fenomeni inevitabili di rinascita e rinnovamento delle istituzioni di governo internazionali, sempre verificatisi nella Storia. Il mito di Shiva è sempre presente. E, comunque, il travaglio della transizione non è indolore.

La nuova strategia di Trump del recupero americano, America first per intendersi, comporta la rivisitazione del significato delle alleanze e la responsabilizzazione dei soggetti ad esse aderenti. Nonostante le resistenze delle Garbatella’s girls, “L’Occidente come lo conoscevamo non esiste più”, diceva già l’anno scorso la superba cristiano-democratica Presidente della Commissione Europea Ursula Albrecht.[31] “Il mondo è in una nuova era di geometria variabile”, avvisava qualche mese fa il liberale Mark Carney, Primo Ministro canadese.[32] “Stiamo entrando in una nuova era di diplomazia amplificata delle medie potenze”, coglieva il punto la parlamentare laburista Penelope Ying-Yen Wong, Ministro degli Esteri australiano di origine malese.[33] Buon ultimo, ma sicuramente non definitivo della lista, il Cancelliere tedesco cristiano-democratico Friedrich Merz così si esprimeva alla Conferenza di Monaco sulla Sicurezza di qualche giorno fa: “L’ordine internazionale basato sui diritti e sulle regole è attualmente in fase di distruzione”.[34]

Il Mar Rosso, e con esso il Corno d’Africa, è non solo il centro di uno scontro per il controllo dei traffici internazionali che esiste ormai da oltre un secolo, ma il laboratorio di verifica delle alleanze tra potenze regionali che competono per il dominio geo-politico dell’area. Se le grandi potenze si confrontano ormai sui livelli continentali e oceanici (Washington sulle Americhe, Mosca sull’Europa e sull’Artico, Pechino sull’Asia-Pacifico e non solo), i middle powers hanno compreso che le antiche alleanze militari si sono sciolte come neve al sole e che nuovi spazi geo-strategici si sono aperti per le loro prospettive.

Perché Israele riconosce la sovranità del Somaliland proprio in questo momento, dopo 35 anni dall’auto-proclamata dichiarazione d’indipendenza di Hargeysa?

La sicurezza con cui Tel Aviv bombarda quando e come vuole Beirut, la Siria meridionale, Tehrān e Ṣan‘ā’ e l’arroganza con cui pretende di annettere la Cisgiordania l’hanno convinta che nessun contraltare per il momento si ergerà significativamente in difesa di questi popoli. Tanto meno dal mondo arabo, ormai caduto nella trappola degli Accordi di Abramo.

Così, Riyāḍ finalmente capisce che il protagonismo incontrastato di Tel Aviv nel Medio Oriente implica la sua proiezione verso lidi più ambiziosi come il Mar Rosso e il Corno d’Africa. Comprende che gli Accordi di Abramo, cui lei stessa è ancora invitata ad aderire, comportano la subordinazione alle mire espansionistiche sioniste, così come sembra avvenga nel caso della spregiudicata politica di Abu Dhabi. Guarda retrospettivamente all’errore di aver lasciato destabilizzare e spezzare il Sudan, aprendo le prospettive per l’intesa in atto tra Israele, Etiopia e EAU. Si rende conto dello sbriciolamento delle alleanze che sembravano così solide fino a qualche tempo fa, perché compattate sulla base ideologica dell’avversione ai Fratelli Musulmani.

Etiopia: Il Primo Ministro Abiy Ahmed Ali (a destra) ad Addis Abeba con Shaykh Muḥammad bin Zāyid ān-Nahyān, allora Principe ereditario di Abu Dhabi, 16 giugno 2018 (Fonte: Ministry of Foreign Affairs of the United Arab Emirates)

Persino l’Egitto di as-Sīsī, che aveva schiacciato la Fratellanza Musulmana in patria, apre a opportunità di consonanza strategica sul Corno d’Africa con la Turchia del “Sultano” Erdoğan e il Qatar dell’Emiro Shaykh ath-Thānī, lanciando l’Accordo Tripartito con Eritrea e Somalia.

Se all’analista è consentita una semplificazione in termini di schieramenti strategici, sembra formarsi un asse Israele-EAU, che supporta Sud Sudan, Etiopia e Somaliland, contrapposto a quello Arabia Saudita-Egitto-Turchia-Qatar, in difesa di Sudan, Somalia e Eritrea. Tutti sono amici di Washington.

Re Salmān dell’Arabia Saudita con il Presidente turco Erdoğan

Nel frattempo Djibuti prospera e Pechino, per ora, sta a guardare. Soltanto che, mentre Trump annuncia che aumenterà i dazi su tutti i Paesi del mondo, Xi Jinping li abrogherà sulle importazioni da 53 Paesi africani a partire dal prossimo 1° maggio, nell’Anno del Cavallo di Fuoco.

Djibuti: Lago ʿAsal (foto di Geneviève Clastres)

Forse il nuovo ordine mondiale riserverà ulteriori cambiamenti e sorprese. Vedremo.

 

RIFERIMENTI

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IWA MONTHLY FOCUS

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Diplomat. “Somalia hands over Mogadishu seaport to Turkish company”, 21 settembre 2014, Diplomat News Network. https://web.archive.org/web/20141001054403/http://diplomat.so/2014/09/21/somalia-hands-over-mogadishu-seaport-to-turkish-company/

ELDoh, Mohamed. “The Egypt-Eritrea-Somalia Alliance: A Strategic Counterbalance to Ethiopia”, 23 ottobre 2024.

The Egypt-Eritrea-Somalia Alliance: A Strategic Counterbalance to Ethiopia

Eyrice Tepeciklioğlu, Elem. “Navigating regional dynamics: the Maritime Deal between Türkiye and Somalia”, Osservatorio Turchia CeSPI, Brief n. 59, marzo 2024. chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.cespi.it/sites/default/files/osservatori/allegati/brief_59_turkiye-somalia.pdf.

Gambrell, Jon. “UAE dismantles Eritrea base as it pulls back after Yemen war”, 18 febbraio 2021. https://apnews.com/article/eritrea-dubai-only-on-ap-united-arab-emirates-east-africa-088f41c7d54d6a397398b2a825f5e45a.

Gee, Taylor. “Somalia – Come un burocrate americano è diventato Presidente”, libera traduzione da Politico Magazine, 23 febbraio 2017.

Somalia – Come un burocrate americano è diventato Presidente

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Japan eyes first overseas SDF long-term base in Djibouti

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Perry, Michael. “China formally opens first overseas military base in Djibouti”, 1° agosto 2017. https://www.reuters.com/article/us-china-djibouti-idUSKBN1AH3E3/

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Sinapi, Vincenzo. “Operativa la base italiana a Gibuti”, 27 Ottobre 2013. https://www.analisidifesa.it/2013/10/operativa-la-base-italiana-a-gibuti/

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Yibeltal, Kalkidan. “Ethiopia signs agreement with Somaliland paving way to sea access”, 2 gennaio 2024. https://www.bbc.com/news/world-africa-67858566.

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[1] Nuri Aden, “Somali president attends inauguration of Northeast state leader in Las Anod”, 17 gennaio 2026, https://www.trtafrika.com/english/article/bc01368f2f09.

[2] Ngala Chome, “The Horn and the Gulf: How a New Geopolitical Confluence is Emerging”, 21 gennaio 2026, https://africanarguments.org/2026/01/the-horn-and-the-gulf-how-a-new-geopolitical-confluence-is-emerging/

[3] Faisal Ali, “Somalia cancels all agreements with UAE over alleged sovereignty violations”, 12 gennaio 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/1/12/somalia-cancels-all-agreements-with-uae-over-alleged-sovereignty-violations.

[4] Organization of African Unity, Secretariat, “Resolutions Adopted by the First Ordinary Session of the Assembly of Heads of State and Government held in Cairo, UAR, from 17 to 21 July 1964”, AHG/Res. 16(I) Border Disputes among African States, https://au.int/sites/default/files/decisions/9514-1964_ahg_res_1-24_i_e.pdf.

[5] Abdulkadir Mohamed Nur, “Türkiye – Somalia alliance will guarantee stability in the Horn of Africa”, 3 marzo 2024, Anadolu Ajansı, https://www.aa.com.tr/en/analysis/opinion-turkiye-somalia-alliance-will-guarantee-stability-in-the-horn-of-africa/3148891.

[6] Harun Maruf, “Somalia Approves Defense Agreement With Turkey”, Voice of America, 21 febbraio 2024, https://www.voanews.com/a/somalia-approves-defense-agreement-with-turkey-/7496758.html.

[7]  Abdirahman Hussein and Orhan Coskun, “Turkey opens military base in Mogadishu to train Somali soldiers”, 1° ottobre 2017, https://www.reuters.com/article/us-somalia-turkey-military/turkey-opens-military-base-in-mogadishu-to-train-somali-soldiers-idUSKCN1C50JH/?il=0.

[8] Vidya Amalia Rimayanti, “Top 10 NATO Countries with the Largest Armed Forces”, 13 dicembre 2024, https://en.tempo.co/read/1952401/top-10-nato-countries-with-the-largest-armed-forces#:~:text=US%20News%20and%20Statista%20mentioned,power%20index%20concluded%20at%200.2917.

[9] World Directory of Modern Military Warships (WDMMW), “Global Naval Powers Ranking (2026)”, https://www.wdmmw.org/ranking.php#:~:text=1,TvR:%2033.7.

[10] Elem Eyrice Tepeciklioğlu, “Navigating regional dynamics: the Maritime Deal between Türkiye and Somalia”, Osservatorio Turchia CeSPI, Brief n. 59, marzo 2024, chrome-extension://efaidnbmnnnibpcajpcglclefindmkaj/https://www.cespi.it/sites/default/files/osservatori/allegati/brief_59_turkiye-somalia.pdf.

[11] Hisham Aidi, “Geo-Politics in the Horn of Africa”, 21 gennaio 2020, Policy Center for the New South, https://www.policycenter.ma/publications/geo-politics-horn-africa?page=1.

[12] Kalkidan Yibeltal, “Ethiopia signs agreement with Somaliland paving way to sea access”, 2 gennaio 2024, https://www.bbc.com/news/world-africa-67858566.

[13] Erestu Legese Beyene, “The Geopolitics of Ports: Re-evaluating Economic Interdependence in the Horn of Africa”, 8 novembre 2025, https://moderndiplomacy.eu/2025/11/08/the-geopolitics-of-ports-re-evaluating-economic-interdependence-in-the-horn-of-africa/

[14] Ali Bakir, “How Ethiopia’s Red Sea deal could impact Israel, Egypt, and the UAE”, 22 gennaio 2024, https://www.newarab.com/analysis/how-israel-egypt-and-uae-view-ethiopias-red-sea-deal.

[15] Ragip Soylu, “Israel-Turkey rivalry moves to the Horn of Africa”, 29 dicembre 2025, https://www.middleeasteye.net/news/israel-turkey-rivalry-moves-horn-africa.

[16] Mohamed ELDoh, “The Egypt-Eritrea-Somalia Alliance: A Strategic Counterbalance to Ethiopia”, 23 ottobre 2024, https://www.geopoliticalmonitor.com/the-egypt-eritrea-somalia-alliance-a-strategic-counterbalance-to-ethiopia/#:~:text=Egypt%20and%20Somalia%20have%20already%20signed%20a,after%20Somali%20President%20Hassan%20Sheikh%20Mohamud%20visited.

[17] The New Arab, “Yemen presidential body sacks last UAE-backed member”, 15 gennaio 2026, https://www.newarab.com/news/yemen-presidential-body-sacks-last-uae-backed-member.

[18] Al Jazeera, “Saudi-backed forces move on Aden as Yemen secessionist leader vanishes”, 7 gennaio 2026, https://www.aljazeera.com/news/2026/1/7/saudi-led-coalition-strikes-yemen-says-stc-leader-al-zubaidi-has-fled.

[19] Neptune P2P Group, “Japan eyes first overseas SDF long-term base in Djibouti”, s.d., https://neptunep2pgroup.com/blog/japan-eyes-first-overseas-sdf-long-term-base-djibouti/

[20] Vincenzo Sinapi, “Operativa la base italiana a Gibuti”, 27 Ottobre 2013, https://www.analisidifesa.it/2013/10/operativa-la-base-italiana-a-gibuti/

[21] Michael Perry, “China formally opens first overseas military base in Djibouti”, 1° agosto 2017, https://www.reuters.com/article/us-china-djibouti-idUSKBN1AH3E3/

[22] Usman Ali, Mohammad Nawaz Bhatti, and Adnan Nawaz, “A Geo-Strategic Importance of Djibouti: Presence of Foreign Military Bases”, 10 giugno 2025, Social Sciences Spectrum, https://www.researchgate.net/publication/392914327_A_geo-strategic_importance_of_Djibouti_Presence_of_foreign_military_bases.

[23] Africa Center for Strategic Studies, “Mapping Gulf State Actors’ Expanding Engagements in East Africa”, 8 luglio 2025, https://africacenter.org/spotlight/gulf-state-actors-east-africa/#1751997918084-8b81cc35-858e.

[24] Hürriyet Daily News, “Türkiye’s Somalia footprint grows as F-16 deployment confirmed”, 6 febbraio 2026, https://www.hurriyetdailynews.com/turkiyes-somalia-footprint-grows-as-f-16-deployment-confirmed-218657.

[25] Jon Gambrell, “UAE dismantles Eritrea base as it pulls back after Yemen war”, 18 febbraio 2021, https://apnews.com/article/eritrea-dubai-only-on-ap-united-arab-emirates-east-africa-088f41c7d54d6a397398b2a825f5e45a.

[26] Diplomat, “Somalia hands over Mogadishu seaport to Turkish company”, 21 settembre 2014, Diplomat News Network, https://web.archive.org/web/20141001054403/http://diplomat.so/2014/09/21/somalia-hands-over-mogadishu-seaport-to-turkish-company/

[27] Christina Lin, “Neo-Ottoman Turkey’s ‘String of Pearls’”, 14 ottobre 2019, Asia Times, https://web.archive.org/web/20191022034956/https://www.asiatimes.com/

[28] May Darwich and Jutta Bakonyi, “Port infrastructures and the making of historical time in the Horn of Africa: Narratives of urban modernity in Djibouti and Somaliland”, in Cities: The International Journal of Urban Policy and Planning, Volume 159, ed. Pengjun Zhao (Amsterdam, Netherlands: Elsevier, April 2025). doi: 10.1016/j.cities.2025.105781.

[29] Taylor Gee, “Somalia – Come un burocrate americano è diventato Presidente”, libera traduzione da Politico Magazine, 23 febbraio 2017, https://www.islamicworld.it/wp/somalia-un-burocrate-americano-diventato-presidente/

[30] Glauco D’Agostino, “La Nuova Geo-Politica Asiatica sulle Orme della Via della Seta e delle Imprese di Marco Polo”, 17 febbraio 2025, https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-42/

[31] Jorge Liboreiro, “’The West as we knew it no longer exists,’ von der Leyen says amid Trump tensions”, 16 aprile 2025, https://www.euronews.com/my-europe/2025/04/16/the-west-as-we-knew-it-no-longer-exists-von-der-leyen-says-amid-trump-tensions.

[32] Mark Carney, “The world is in a new age of variable geometry, says Mark Carney”, 12 novembre 2025, https://www.economist.com/the-world-ahead/2025/11/12/the-world-is-in-a-new-age-of-variable-geometry-says-mark-carney?giftId=NDU1ZmUzMjAtNWU3OS00NWM0LWE1ZjAtNDJmMjkyOWNlMDVi&utm_campaign=gifted_article.

[33] Stewart Patrick, “The Middle Power Moment”, 20 gennaio 2026, https://carnegieendowment.org/research/2026/01/the-middle-power-moment?lang=en&utm_source=carnegieemail&utm_medium=email&utm_c%E2%80%A6.

[34] The New York Times, “Live Updates: German Leader Says International Order ‘No Longer Exists’”, 13 febbraio 2026, https://www.nytimes.com/live/2026/02/13/world/munich-security-conference.

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