REPUBBLICA ISLAMICA DELL’IRAN – L’AGGRESSIONE E IL COLPO DI CODA DA PARTE DI REGIMI OCCIDENTALI DA TEMPO IN DISFACIMENTO
Il bestiale assassinio mirato della Guida Suprema e Capo dello Stato fa esultare Tel Aviv e Palm Beach. Crescono i dubbi a Washington sulla deriva costituzionale di Mar-a-Lago, ormai proxy di Netanyahu. Inquietudine fra i militari per la loro contrarietà ad ampliare i teatri di guerra, che ora rischiano di coinvolgere l’intero mondo. Le significative dimissioni del repubblicano Joe Kent da Direttore del National Counterterrorism Center
di Glauco D’Agostino

L’Āyatollāh Seyyed ‘Alī Khāmene’i, 2a Guida Suprema dell’Iran
Un martire della fede. Iniziamo così queste riflessioni, perché è giusto rendere omaggio a un grande leader religioso e politico-istituzionale in linea con la tradizione sciita e con la Costituzione del Paese nata dalla Rivoluzione popolare del 1979.
L’Āyatollāh Seyyed ‘Alī Khāmene’i è un martire della fede perché è stato assassinato per l’odio scatenato contro la sua funzione religiosa e contro la sua persona. Mettiamo da parte il diritto internazionale e la Convenzione di Ginevra, che vieta gli assassini mirati, specialmente se diretti verso Capi di Stato; tanto, il mondo ha preso atto che la violazione di quel diritto è ormai all’ordine del giorno, al servizio del potente di turno. Ma la cinica rivendicazione personale di un’efferatezza simile da parte di un Capo di Stato o di governo nemico è veramente qualcosa di singolare e grottesco mai conosciuto nella storia moderna.
Gli stessi personaggi, è vero, lo avevano già fatto contro Ismā’īl Haniyeh (che era comunque stato Primo Ministro palestinese), il Generale iraniano Qāsim Sulaimānī (un alto esponente dei Guardiani della Rivoluzione), il Segretario Generale di Ḥizb Allāh Sayyed Ḥasan Naṣrallāh (che era un riverito esponente religioso) o l’infinita schiera di capi militari eliminati con gli stessi ripugnanti metodi terroristici perché combattenti anti-sionisti o anti-ISIS. E gli stessi Stati Uniti erano stati ispiratori delle uccisioni di personaggi di vertice di diversi stati, ma nessun Capo dell’Amministrazione ne aveva reclamato la paternità personalmente. Tel Aviv e il suo proxy Mar-a-Lago ritengono oggi di sacrificare la propria onorabilità auto-attribuendosi uno spregevole e vile atto terroristico.

L’Āyatollāh Seyyed ‘Alī Khāmene’i presiede la preghiera in ricordo di Ismā’īl Haniyeh, ferocemente assassinato dal Mossad a Tehrān nel 2024
Fatta questa doverosa premessa, il senso di questo scritto non è né di commemorazione per gli illustri personaggi aggrediti e caduti né di inutile condanna etica contro gli aggressori di sempre. La realtà è quella che è e gli analisti devono prenderne atto.
Prima di tutto, quello che preoccupa è la disastrosa deriva estremista e la radicalizzazione della leadership politica USA non solo di Mar-a-Lago, sia ben chiaro. E tuttavia, questo non giustifica i pericolosi colpi di coda effettuati per uscire da una crisi esistenziale che proprio per questo è interna al mondo americano e rischia di infettare (se non lo ha già fatto) i resti del mondo occidentale.
Senza qui indulgere in complicati approfondimenti che senza dubbio vanno compiuti, il concetto di base è evidente. Washington non sa più dove è diretta e Mar-a-Lago (sotto) tenta di dare una risposta semplice, gonfiando i muscoli. Attacca, minaccia, ricatta, si piega all’insegnamento sionista che, pure, aveva gestito nel passato, governandolo seppure tenendo conto della spietatezza originaria dimostrata nel suo secolo di vita. Ritiene di potersi ingerire nella conduzione politica ed economica degli Stati sovrani fino al punto di coltivare la pretesa di concedere l’approvazione per l’elezione della Guida Suprema in Iran. E intanto, per chi non avesse capito le sue intenzioni e lo propone per il Nobel della Pace, istituisce un rapace Dipartimento della Guerra che sta cercando e cercherà in futuro di non essere disoccupato.



Non sembra che la Washington federale e gli Stati federati principali apprezzino un autoritarismo centralista e personalizzato che dagli anni 2000 fa capolino nell’attualità, facendosi strada con il simbolismo di un’identità artificiale e immaginaria. Mar-a-Lago, promettendo la pace globale sotto le insegne yankee e il suo America First (America über alles), disprezza ed emargina tutti coloro che non si piegano alla sua volontà. E intanto, anche il suo slogan Make America Great Again testimonia di una perdita di appeal percepita anche presso gli alleati di un tempo. Potrebbe non bastare l’impareggiabile iniziativa privata del Board of Peace per governare il mondo al di sopra dell’ONU.
Gli sprovveduti alleati un tempo privilegiati navigano nel buio più profondo. Nutriti per decenni da un improbabile occidentalismo di fantasia, sono adesso sconcertati dal trattamento loro riservato dal regime di Mar-a-Lago, non tanto perché il suo Capo non abbia detto schiettamente la verità sull’interessata dipendenza di cui quei Paesi hanno usufruito abbondantemente, quanto per la brutalità delle espressioni del nuovo corso americano.
Re Carlo III, Sovrano di ben 15 Stati del mondo (tra cui il Regno Unito con diritto di veto nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU), Capo del Commonwealth di 56 Stati sovrani e di oltre trenta ordini cavallereschi e simili, pare non sia molto convinto di doversi assoggettare ad una logica imperialista transatlantica guidata da propositi immobiliari. Eppure i primi strali sono stati lanciati contro il Canada di cui è monarca e di cui si prospetta l’annessione.
Anche Federico X Schleswig-Holstein-Sonderburg-Glücksburg di Danimarca pare condivida le preoccupazioni di Re Carlo III sulle mire espansionistiche di Mar-a-Lago, visto che la Groenlandia è oggetto delle smanie interventiste yankee. Negli ambienti della Casa Bianca si dice maliziosamente che il Capo dell’Amministrazione sia geloso della discendenza e dei titoli di questi Monarchi europei in difficoltà e che aspiri a soppiantarli con un titolo imperiale di ben più alta levatura. Vista l’ignavia degli Europei, è possibile che questa nobile aspirazione si realizzi presto, magari anche sperando di insediare a Tehrān un illegittimo pro-console fantoccio con titoli regali appropriati.
In questo contesto di guerra, la confusione regna sovrana nella pretenziosa Unione Europea, che non si rassegna al perduto ruolo di presunta comprimaria di Washington a favore di una Mar-a-Lago sempre più arrogante. È dura soprattutto per Tedeschi e Italiani (non a caso i perdenti della Seconda Guerra Mondiale) ammettere che la tanto invocata fusione delle competenze e delle funzioni militari tra gli Stati membri corrisponderebbe a una sostanziale dipendenza dalla Francia, l’unico Paese dell’Unione in grado di esercitare la deterrenza nucleare e, anche se faticosamente, ad avere voce in capitolo nelle scelte di politica internazionale al più alto livello.
Diciamo più palesemente che la mancata volontà nei decenni scorsi di dimostrare una propria autonomia rispetto alle vergognose avventure belliche di aggressione decise da Washington in Asia, Africa e persino Europa ha provocato un azzeramento delle capacità decisionali fino al punto da consegnarsi ad un servilismo prono ad interessi che non erano e non sono tuttora congruenti con una seria geo-politica.

Il sistema di difesa missilistica Iron Dome di Israele
Forse qualcuno incomincia a capire che la favola dell’esportazione della democrazia con la violenza bellica (sempre miseramente fallita) era un espediente per suffragare giochi di espansionismo imperialista di oltre-atlantico. Forse qualcuno incomincia realisticamente a capire (Garbatella permettendo) che non si può promuovere il blocco navale della Cina per il fatto che la Repubblica Popolare non utilizzi al suo interno i canoni di una democrazia occidentale, e che non siamo noi a decidere il tasso di democraticità dei Paesi esteri. L’esempio di uno Stato ritenuto democratico come quello di Tel Aviv e che allo stesso tempo è inflessibile massacratore di popoli è (con il beneplacito del Bundeskanzleramt tedesco) sotto gli occhi di tutti.
Il Medio Oriente è nuovamente in fiamme. Il cinismo con cui l’Occidente ha guardato alle vicende medio-orientali si infrange adesso con il pericolo di essere inghiottito in conflitti ben più gravi rispetto a quelli geograficamente limitati che avevano caratterizzato gli eventi passati.
Perché questa volta è diverso? Ormai molti sono gli analisti che considerano un errore strategico aver attaccato così pesantemente la Repubblica Islamica dell’Iran senza prevedere le conseguenze derivanti. Tehrān non è Baġdād né Beirut e nemmeno Kabul per importanza internazionale e non è terra di esperimenti per eserciti in cerca di un ruolo. Anche senza considerare le caratteristiche di resilienza di una nazione neutrale non sconfitta durante le guerre mondiali e di resistenza alle grevi pressioni americane dalla Rivoluzione islamica del 1979, l’Iran è uno snodo geo-politico difficile da sottomettere e dotato di una fine diplomazia che ben rappresenta l’indole orientale del suo popolo. Il che significa anche una serie di rapporti internazionali che vanno al di là delle formali alleanze.
Incominciano a capirlo anche gli Stati sunniti del Medio Oriente che da decenni agitano lo spettro di una mezzaluna sciita, facendo il gioco di Tel Aviv. Il povero Regno di Giordania, quando evocò quest’incubo, aveva i suoi buoni motivi, essendo terrorizzato da un violento Israele che si era impossessato senza opposizione dei territori della Cisgiordania di sua pertinenza e dei luoghi sacri che la dinastia Hāshemita protegge da secoli. Anche il Regno Saudita comprende tardivamente che l’astio anti-sciita di cui si è fatto paladino contrasta con i suoi interessi geo-politici nell’area e che il ruolo di custode di Mecca e Medina comporta più delle responsabilità etiche di fronte a tutto il mondo musulmano che non verso l’affarismo commerciale occidentale, che, tra l’altro, lo colloca in prima fila, come sta avvenendo, nelle ritorsioni di Pāsdārān, Ḥizb Allāh e Ḥūthi.
E in tutta questa follia, Tel Aviv gongola e Mar-a-Lago, opportunisticamente, nicchia. Mentre Dōḥa, Wahhābita come Riyāḍ, sceglie una strada di mediazione che le fa onore, senza fisime settarie e molto più attenta al suo ruolo geo-politico nella complessa geografia del Golfo. Oggi, Riyāḍ e Dōḥa affrontano il vero nodo politico della regione, quell’avventurismo di Abu Dhabi e Manāma che le ha condotte a prostrarsi al nuovo spasimante sionista, in un gioco perverso di ammaliante seduzione. Qui non è in discussione l’alleanza con Washington e Londra, obbligata dalla nascita dei loro giovani Paesi, quanto la comprensione che essere alleati di queste capitali non comporta l’automatica acquiescenza all’aggressività israeliana. Il perfido abbraccio tra Mar-a-Lago e Tel Aviv non ha nulla a che fare con gli interessi del Golfo e ben presto questo rischia di riverberarsi sulle capacità del Consiglio di Cooperazione (ormai di fatto frammentato) di proporsi come hub commerciale e geo-politico unitario.
Tutto questo nutre gli interessi di Israele. Smembrare tutte le entità statuali e organizzative della regione rafforza la sua posizione di dominio dell’area.
- Ha iniziato a farlo dal 1967, con l’occupazione di Cisgiordania, Gaza e Alture siriane del Golan;
- Ha continuato con le invasioni del Libano del 1979, 1982, 2000, 2006 e dal 2023 all’attualità;
- Con gli Accordi di Oslo del 1993 ha ammansito l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina e ha rivolto i propri strali contro la resistenza palestinese, invadendo Gaza nel 2008, 2014 e dal 2023 in poi;
- Nel 2024, approfittando della caduta di Asad, ha occupato parte della Siria meridionale;
- Con gli Accordi di Abramo ha smembrato l’unità araba, acquisendo il tanto agognato consenso da parte di alcuni di loro;
- Lo scorso gennaio, con il riconoscimento del Somaliland, ha posto le basi per un’alleanza anti-somala in Africa Orientale, che le consentirà il controllo dello Stretto di Bāb al-Mandeb e dell’ingresso meridionale al Mar Rosso (https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-45/).
In poche parole, le sue opzioni geo-politiche non sono tanto nascoste e i suoi obiettivi strategici, legittimi o illegittimi che siano, sono chiari, anche se poco adamantini dal punto di vista delle modalità di acquisizione. Però non c’è dubbio che la sua sfera d’influenza lentamente aumenti, con un’accelerazione negli ultimi anni al limite di un espansionismo che preoccupa o irrita i suoi vicini. E non soltanto loro.
Le dimissioni del repubblicano Joe Kent (foto sotto) da Direttore del National Counterterrorism Center con le motivazioni che gli Stati Uniti sono entrati in guerra a seguito delle “pressioni di Israele e della sua potente lobby americana”, aggiungendo che l’Iran non rappresenta una “minaccia imminente” per gli Stati Uniti, sono il campanello d’allarme per una Mar-a-Lago ormai totalmente dipendente da un pericoloso gruppo di potere che oggi condiziona troppo profondamente l’atteggiamento di Washington sullo scacchiere internazionale. Ma anche una gran parte degli Ebrei della diaspora incomincia a dichiararsi apertamente anti-sionista. Specialmente negli Stati Uniti. Ci sarà un motivo se il Sindaco di New York, che è un musulmano sciita, è stato eletto con il vasto contributo degli Ebrei della Grande Mela.

Washington sta perdendo l’ennesima guerra d’aggressione e l’inquilino di Mar-a-Lago fa il gradasso, annunciando che tutti gli obiettivi sono stati raggiunti. Quali obiettivi, di grazia?
- La leadership a Tehrān esce rafforzata e il suo popolo oltraggiato si stringe attorno alla nuova Guida Suprema, ancora un Khāmene’i in piena continuità con il predecessore;
- I suoi alleati in Iraq, Libano e Yemen, nonostante i colpi subiti dall’aggressore sionista, rimangono in prima linea nella difesa delle rispettive popolazioni ciecamente aggredite;
- Ḥamās continua ad essere lo scudo inflessibile a tutela degli interessi palestinesi nella Gaza distrutta e nella Cisgiordania vittima di una progressiva colonizzazione con tempi ben programmati;
- Gli accordi sul nucleare civile iraniano sono stati affossati da Mar-a-Lago e quindi l’uranio arricchito continua ad essere in mano iraniana nonostante i nemici abbiano preavvisato di essere pronti a un furto con scasso.

Gli studenti del Seminario della Città Santa di Najaf protestano contro l’aggressione sionista all’Iran di giugno 2025
Mai sconfitta rischia di essere più bruciante per la Casa Bianca per la difesa di interessi esogeni e devianti rispetto alla stessa linea politica promessa. Se l’obiettivo era invece contrastare l’avanzata della Cina, privandola, dopo il colpo di mano in Venezuela, anche del suo maggiore fornitore di risorse energetiche, allora l’insuccesso è ancora più marcato, perché l’avventura USA in Iran ha rivelato il suo nervo scoperto, quello dell’incapacità di prevedere i contraccolpi e di governare i mercati finanziari che dal petrolio dipendono abbondantemente. Un’America in forte crisi non solo identitaria, come già accennato, ma di credibilità che inizia ad essere preoccupante. Non credo che da questa si esca con espedienti di comunicazione, per esempio istituendo il Dipartimento della Guerra, rinominando il Golfo del Messico e riproponendo consunti slogan.
L’Āyatollāh Seyyed Mojtabā Ḥoseynī Khāmene’i (foto X sotto), la nuova Guida Suprema iraniana, ha intanto ricevuto le congratulazioni da parte di molte personalità di Paesi esteri, tra cui spiccano le seguenti espressioni di vicinanza:

- Federazione Russa. Il Presidente Vladimir Putin ha confermato incrollabile sostegno a Tehrān e solidarietà agli amici iraniani. “La Russia è stata e rimarrà un partner affidabile della Repubblica Islamica. Sono certo che continuerai con onore l’opera di tuo padre e che unirai il popolo iraniano di fronte alle dure prove”.
- Repubblica Popolare Cinese. Il portavoce del Ministero degli Esteri, Guō Jiākūn, ha affermato: “La Cina si oppone a qualsiasi interferenza negli affari interni di altri Paesi, a prescindere dal pretesto, e la sovranità, la sicurezza e l’integrità territoriale dell’Iran devono essere rispettate”.
- Azerbaijan. Il Presidente İlham Əliyev ha dichiarato: “Le relazioni tra la Repubblica dell’Azerbaijan e la Repubblica Islamica dell’Iran nascono dalla volontà dei nostri popoli, che storicamente hanno vissuto in un clima di buon vicinato e amicizia. Spero che insieme ci impegneremo ulteriormente per sviluppare le relazioni interstatali in uno spirito di reciproco rispetto e fiducia, in conformità con gli interessi dei nostri popoli”.
- Tajikistan. Il Presidente Emomali Rahmon, formulando l’augurio per una leadership di successo, ha espresso la sua disponibilità a rafforzare ed espandere ulteriormente la cooperazione tra “il Tagikistan e l’Iran a beneficio delle nostre due nazioni sorelle, sulla base della buona volontà, della fiducia e del rispetto reciproco”.
- Repubblica Islamica del Pakistan. Il Primo Ministro Shehbaz Sharif ha dichiarato: “Il martirio dell’Āyatollāh Seyyed ‘Alī Khāmene’i ha profondamente rattristato il popolo del Pakistan, che si schiera al fianco della leadership e del popolo iraniano in questo momento difficile”. Raja Nasir Abbas Jafari, senatore di lungo corso e leader dell’opposizione al Senato pakistano, ha detto: “In un momento in cui l’Iran affronta l’implacabile ostilità delle forze dell’arroganza, possa Allah proteggere la vostra leadership e concedere alla Repubblica islamica fermezza e vittoria sui suoi aggressori”. Jafari ha concluso con un messaggio di solidarietà: “Coloro che credono nella via della resistenza sono fermamente al vostro fianco nel contrastare l’oppressione e l’imperialismo in tutte le sue forme”.
- Iraq. Adnan Fayhan ad-Dulaimi, Primo Vice Presidente del Parlamento, elogiando il sistema politico della Repubblica Islamica, ha sottolineato che l’Iraq è al fianco dell’Iran contro l’aggressione statunitense-israeliana. Ha dichiarato: “Mentre ci congratuliamo con l’Iran, la sua leadership e il suo popolo per questo evento, che rappresenta una tappa significativa nel sistema politico della Repubblica Islamica e riflette la volontà delle sue istituzioni costituzionali e le aspirazioni del suo popolo per la continuazione del percorso nazionale, dichiariamo la nostra piena solidarietà al popolo iraniano di fronte alla brutale aggressione a cui è sottoposto, in violazione delle leggi e delle convenzioni internazionali”.

Deputati del Parlamento iraqeno
Solidarietà e fedeltà anche da vari movimenti politici di liberazione:
- Ḥizb Allāh. Il movimento di resistenza ha riaffermato il suo legame indissolubile con la Rivoluzione Islamica. Ha rinnovato il patto con i principi dei suoi leader e ha giurato fedeltà all’Āyatollāh Mojtabā Khāmene’i. “Siamo sotto il comando dell’Āyatollāh Seyyed Mojtabā Khāmene’i, il nuovo Vali-ye Faqih, e sotto la sua guida resisteremo e persevereremo fino all’ultimo respiro e all’ultima goccia di sangue”, si legge nella dichiarazione.
- Kata’ib Ḥizb Allāh. Dall’Iraq, Aḥmed Mohsen Faraj Al-Hamidawi, Segretario Generale del gruppo paramilitare sciita, salutando con favore l’elezione di Mojtabā Ḥoseynī Khāmene’i a Guida Suprema e portabandiera delle forze di resistenza in tutto il mondo, ha affermato: “È la prova dell’acume, della perspicacia e della profonda lungimiranza dell’Assemblea degli Esperti riguardo alla portata delle cruciali sfide che la nazione si trova ad affrontare”. Anche Sayyed Hāshim al-Haidari, Segretario Generale del movimento Jamʿiyyat al-ʿAhd, ha dichiarato fedeltà alla nuova Guida Suprema.
- Ḥūthi. Il leader politico religioso yemenita Sayyed ʿAbd al-Malik Badr al-Ḥūthi ha sottolineato la fermezza e la solidarietà del movimento con la Repubblica Islamica dell’Iran di fronte all’aggressione degli Stati Uniti e di Israele. Anche Moḥammed ‘Alī al-Ḥūthi, membro anziano del Consiglio Politico Supremo, ha evidenziato come la successione abbia dimostrato la “forza e la coesione” della Repubblica Islamica. “Riflette la coesione, l’unità e la prontezza del sistema e della nazione”, ha detto.
- Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina. Il secondo gruppo più grande dell’OLP considera questo momento come la continuazione della determinazione rivoluzionaria dell’Iran e del suo ruolo in prima linea nel contrastare l’aggressione israelo-americana. “Siamo consapevoli che Sua Eminenza, assieme ai coraggiosi e leali comandanti, continuerà la battaglia contro l’aggressione e guiderà la lotta per costringere le potenze coloniali alla ritirata e alla sconfitta”, ha dichiarato.
- Coalizione Giovanile del 14 Febbraio. Dal Bahrein, in cui circa la metà della popolazione musulmana è sciita, il gruppo di difesa ha lanciato un appello all’unità attorno all’Āyatollāh Mojtaba Khamenei. Il movimento ha espresso la speranza che la sua leadership rafforzi i Musulmani e consolidi l’asse della resistenza in tutta la regione.
La Repubblica Islamica dell’Iran esce dopotutto rafforzata da questa ennesima aggressione ingiustificata e la sua risposta è corrispondente alla difesa della sua stessa esistenza minacciata. Di più, la sua leadership potrebbe pretendere, questa volta con ottime motivazioni, di dotarsi dell’arma nucleare come strumento di deterrenza rispetto all’accanimento degli assalti provenienti da un Paese che è già silenziosamente dotato di questo strumento, nell’indifferenza generale.
Per essere in linea con il mainstream corrente e per parafrasare uno dei Ministri degli Esteri di un Paese NATO e dell’Unione Europea, il diritto internazionale vale fino a un certo punto quando è in gioco la propria vita!





