PROVE UNILATERALI DI NUOVO ORDINE MONDIALE A SPESE DI SOMALIA, VENEZUELA E GROENLANDIA

Mentre Washington esibisce i muscoli su Venezuela e Groenlandia, Tel Aviv, nell’indifferenza generale, riconosce il Somaliland come “Stato indipendente e sovrano”. Il governo somalo ha dichiarato il riconoscimento “nullo e privo di valore”, definendolo una violazione del diritto internazionale e un attacco diretto alla sovranità somala. La frammentazione politica potrebbe creare opportunità per gruppi estremisti, tra cui Hizbul Shabaab e ISIS.

di Glauco D’Agostino

La sorpresa non è che Israele allarghi la propria influenza fino al Corno d’Africa, perché questo è nel suo privilegio geo-politico di potenza nucleare, seppure modesta. Oggetto della riflessione è il contesto temporale di tale iniziativa disinvolta e la debole reazione da parte degli altri players coinvolti nella regione.

La coincidenza temporale degli accadimenti in sede internazionale è sempre stata la via maestra per comprendere la ragione dei comportamenti e delle sottostanti motivazioni che spingono all’azione i vari competitori coinvolti.

L’annuncio del riconoscimento del Somaliland, che rappresenta una sfida alla Repubblica Federale della Somalia (di cui il Somaliland è parte integrante), giunge pochi giorni prima dell’insediamento della stessa Somalia alla Presidenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Fatto non rilevante di per sé, poiché si tratta di un incarico prevalentemente simbolico e senza possibilità di incidere sulle vicende globali.

Mappa del territorio rivendicato dal Somaliland

Ma l’annuncio giunge pochi giorni prima dello spregiudicato attacco al Venezuela da parte degli Stati Uniti, con conseguente rapimento e deportazione del Capo di uno Stato legittimamente rappresentato all’ONU, accusato del reato di narco-traffico da un tribunale con palese mancanza di giurisdizione in proposito secondo il diritto internazionale. Anche qui, nessuna sorpresa per molti governi europei, che sono stati abituati, in qualche caso con gravi e meschine complicità, alle scellerate extraordinary renditions messe in atto sempre da Washington.

Questa riflessione non vuole entrare nel merito giuridico, sia ben chiaro, anche perché, secondo il Presidente Trump, seguito dai Paesi di fatto sotto suo protettorato, il diritto internazionale ha cessato di esistere di fronte alla forza della potenza bellica. Anche quando oggetto degli appetiti di Washington dovesse essere un suo protetto sostenuto dalla NATO, come la danese Groenlandia, da occupare o da acquistare è un dettaglio che si vedrà al momento opportuno.

Samuel Reinaldo Moncada Acosta, Rappresentante permanente del Venezuela presso le Nazioni Unite

Groenlandia, il fiordo ghiacciato di Ilulissat

Niente di imprevisto a livello geo-politico, se il Presidente Trump, mai seriamente ascoltato, ha reso piuttosto evidente anche ai suoi ex-alleati il significato di America first, ben diverso da Western world first. In altri termini, il sovranismo non può essere condiviso. Non esiste un Western world che non sia americano.

Piuttosto, cambiano le motivazioni, diventate ora più esplicite rispetto alle eufemistiche giustificazioni di un tempo, come terrorismo, violazioni dei diritti umani, difesa della democrazia e quant’altro. Adesso l’interesse economico nazionale copre qualsiasi scusante per azioni militari e ingerenze interne alle nazioni, come putsch e “occupazioni territoriali di liberazione”. In pratica, se un territorio mi serve, lo assoggetto perché è un mio diritto che nessuno può vietarmi. Altrimenti, qualcuno provi a farlo.

Purtroppo, l’eco della Conferenza di Berlino del 1884-85 risuona candidamente nelle orecchie degli Europei, che all’epoca fecero lo stesso ragionamento raccogliendone i frutti. Ci vollero due guerre mondiali perché gli Europei si accorgessero della loro insignificanza, accontentandosi della retorica di un atlantismo che, dopotutto, li pasceva nella condizione di irresponsabilità.

La transizione verso il nuovo ordine mondiale, che irrimediabilmente non contempla l’Europa tra i protagonisti a causa di quella condizione, si rivela molto pericolosa per quelle regioni che non hanno potuto o saputo coltivare una propria autonomia di comportamento, subendo, spesso loro malgrado, la sorte della destabilizzazione sistematica. Vale anche per l’America Latina e per l’Africa, oggi oggetto di vere e proprie spietate pratiche di spoliazione di risorse e terra. Ma anche la Repubblica Islamica dell’Iran ne percepisce il pericolo, perché sa che potrebbe subire le conseguenze dei tentativi di destabilizzazione ancora una volta messi in atto in queste ore.

Cosa c’entrano Israele e il Somaliland in tutto questo? La vicenda sembra ripercorrere la stessa logica, seppure difficilmente un parallelo possa essere stabilito con il caso Venezuela.

Semplifico. Nella logica mercantile dominante, Israele ha compreso molto bene la lezione. Per negoziare con il suo storico alleato americano l’acquisizione di un pacchetto di beni, territoriali o economici, da occupare o controllare, è necessario il suo previo consenso. Il Somaliland rientra negli assets da controllare, così come Gaza e la Cisgiordania rientrano già nel regime proprietario del “liberatore”. Contro-indicazioni? Nessuna, visto che la Somalia è stata destabilizzata 35 anni fa da Americani e Italiani e il Medio Oriente è stato destrutturato negli anni 2000 per volontà di un inquilino della Casa Bianca con una significativa mancanza di capacità politiche e intellettuali.

Per quanto riguarda il Venezuela, speriamo che la sua sorte non rientri nei piani di destabilizzazione cui il cinismo di Washington si è sempre ispirato dalla Somalia in poi, continuando con Iraq, Afghanistan, Libia e così via.

Tavoletta coranica tradizionale somala. Credito: Pubblico dominio via Wikimedia Commons

La Somalia è oggi di nuovo sotto attacco, sebbene sotto l’aspetto della sovranità territoriale. Ci risiamo. Sul tema, così scrivevo nel lontano 2013 in un articolo per molti aspetti ancora attuale: “Di certo potrebbe risultare scomodo per alcuni governi stabilizzare la situazione politica, se questo conducesse al chiarimento dei loro rapporti più o meno diretti con i regimi (più o meno legali) che si sono succeduti tra il 1991 e il 2005 e all’approfondimento delle cause che hanno prodotto la pirateria marittima.

La Somalia ha avuto l’opportunità di uscire dall’instabilità quando il Consiglio Supremo delle Corti Islamiche legittimamente aveva unificato il Paese all’insegna di una sicurezza ristabilita e di una giustizia regolamentata. L’avallo internazionale del principio d’intervento militare laddove non è gradito un sistema politico ha voluto rigettare nel caos il Paese. Quanto c’entra in termini di responsabilità l’estremismo e quanto il puro calcolo politico ed economico delle lobbies internazionali?” (https://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-5/).

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Non avendo la Somalia ricevuto in Occidente la stessa attenzione riservata al ben più ambito Venezuela, qui segue l’elaborazione della vicenda Somaliland tratta dalle seguenti fonti: Danielle Greyman-Kennard, in The Jerusalem Post, January 1st, 2026, 17:54; Faisal Ali, in Al Jazeera, 1 Jan 2026; The Times of Israel, 1 January 2026, 5:29 pm; Abdi Guled, in Horn Briefs, January 1st, 2026; Lesley Anne Warner, in World Politics Review, Dec 31, 2025; The Arab Weekly, 02/01/2026; The Wire, 09/Jan/2026.

Il Primo Ministro Binyamin Netanyahu ha annunciato a fine dicembre che Israele avrebbe riconosciuto l’indipendenza del Somaliland, lo Stato della Repubblica Federale di Somalia che, dopo aver dichiarato l’indipendenza nel 1991 e mantenuto un proprio governo, una propria valuta e un proprio esercito, invano aveva cercato il riconoscimento internazionale.

La notizia è stata rilasciata dopo discussioni tenutesi “nella massima segretezza, con il coinvolgimento del Mossad in un ruolo para-diplomatico”, ha affermato David Khalfa, Co-direttore dell’Osservatorio del Nord Africa e del Medio Oriente presso la Fondation Jean-Jaurès di Parigi.

Condanne e preoccupazioni. Una risposta internazionale frammentata

Durante le consultazioni di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, i diplomatici somali hanno sostenuto che il Somaliland non ha la capacità giuridica di stipulare accordi internazionali.

Oltre 50 Paesi hanno condannato la mossa di Israele. Il riconoscimento ha suscitato indignazione in Somalia e in molti Paesi del Medio Oriente, mentre l’Unione Africana e l’Unione Europea hanno affermato che l’integrità territoriale della Somalia deve essere rispettata.

Turchia ed Egitto, entrambi profondamente impegnati nella sicurezza del Mar Rosso e diffidenti nei confronti dell’espansione israeliana, hanno condannato il riconoscimento come destabilizzante.

L’Unione Africana e la Lega Araba hanno serrato i ranghi attorno al principio di integrità territoriale, temendo che il riconoscimento del Somaliland possa incoraggiare movimenti secessionisti in tutto il continente.

La Cina ha ribadito il suo sostegno alla sovranità della Somalia, in linea con la sua più ampia opposizione ai riconoscimenti unilaterali che mettono in discussione i confini stabiliti.

L’India si è espressa attraverso il portavoce del Ministero degli Affari Esteri, che ha affermato: “L’India ha legami di lunga data con la Somalia. Continuiamo a sottolineare l’importanza del rispetto della sovranità e dell’integrità territoriale del Paese”.

Gli Stati Uniti hanno assunto una posizione più ambigua. Pur ribadendo il riconoscimento del solo Governo Federale della Somalia, Washington ha difeso il diritto sovrano di Israele a condurre la propria diplomazia.

Ḥarakat al-Shabāb al-Mujāhidīn (Movimento dei Giovani Mujāhidīn), il movimento islamista già forza speciale dell’Unione delle Corti Islamiche e in passato riconosciuto da al-Qāʿida come sua cellula in Somalia, ha accusato il governo somalo di incapacità nel difendere il territorio nazionale e promesso di prendere di mira qualsiasi presenza israeliana in Somaliland.

Nonostante le reazioni negative, alla vigilia di Capodanno, Abdirahman Mohamed Abdullahi (foto sotto), il Presidente del Somaliland noto come Cirro e fondatore del Partito Patriottico di ispirazione nazionalista, ha espresso fiducia nel fatto che “molte altre nazioni riconosceranno presto formalmente la Repubblica del Somaliland”.

Taiwan, nella stessa condizione di Stato non riconosciuto in sede internazionale, ha accolto con favore il riconoscimento del Somaliland, citando valori democratici condivisi e inserendosi di fatto nella questione della competizione tra grandi potenze.

Lo scorso 1° gennaio la Somalia ha assunto la Presidenza di turno del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, un ruolo che comporta poco potere formale, ma immenso peso simbolico. Secondo Abdi Guled, analista somalo già corrispondente di Associated Press e Reuters per il Corno d’Africa, la presidenza somala del Consiglio di Sicurezza durerà solo un mese, ma le ripercussioni del riconoscimento israeliano del Somaliland potrebbero durare molto più a lungo. La Presidenza di turno stabilisce gli ordini del giorno, convoca le riunioni e guida le procedure, ma non ne detta gli esiti. In cima alla lista c’è il prevedibile finanziamento per la Missione di Sostegno e Stabilizzazione dell’Unione Africana in Somalia (AUSSOM), il cui mandato scadrà alla fine del 2026. L’agenda riprende anche temi consueti: operazioni antiterrorismo contro al-Shabāb, il nesso tra aiuti umanitari, sviluppo e pace e la necessità di soluzioni di sicurezza guidate dall’Africa.

La Somalia rivendica il Somaliland come parte del suo territorio

Hassan Sheikh Mohamud (sotto), Presidente della Repubblica Federale di Somalia che rivendica il Somaliland come parte del suo territorio, ha dichiarato ad Al Jazeera di ritenere che le vere intenzioni di Israele siano quelle di espellere i cittadini di Gaza in Somalia.

Ha avvertito che il riconoscimento da parte di Israele “non è stato un semplice gesto diplomatico, ma una copertura per specifici obiettivi strategici israeliani di alto livello” e ha affermato che Israele avrebbe “esportato il suo problema a Gaza” nel Corno d’Africa, descrivendo la mossa come l’apertura di “una scatola di mali nel mondo”. “Israele non ha alcuna intenzione pacifica arrivando in Somalia. Questo è un passo estremamente pericoloso e il mondo intero, soprattutto Arabi e Musulmani, deve considerarlo una seria minaccia”, ha dichiarato il Presidente Mohamud.

Mohamud, che è anche fondatore del partito al governo Unione per la Pace e lo Sviluppo di ispirazione islamica democratica, ha affermato che il Somaliland ha accettato tre condizioni da Israele:

  • Il reinsediamento dei Palestinesi nel Paese;
  • L’istituzione di una base militare sulla costa del Golfo di Aden;
  • L’adesione agli Accordi di Abramo per normalizzare i rapporti con Israele.

Il Somaliland ha fermamente respinto questa ipotesi, riconoscendo pubblicamente solo l’ultima condizione citata. Tuttavia, Abdirahman Dahir Adan, il suo Ministro degli Esteri e della Cooperazione Internazionale e anche noto come Bakaal, aveva dichiarato a marzo dell’anno scorso all’emittente pubblica israeliana KAN che il Paese non avrebbe escluso l’accettazione degli sfollati palestinesi.

L’annuncio israeliano del riconoscimento non ha fatto alcun riferimento a richieste o condizioni di contropartita. Ma il Primo Ministro Binyamin Netanyahu ha confermato che il Somaliland avrebbe aderito agli Accordi, dichiarando all’agenzia di stampa statunitense Newsmax di voler “sostenere un Paese democratico, moderato, un Paese musulmano, che desidera aderire agli Accordi di Abramo“.

Al Jazeera ha riportato che, mentre i funzionari della capitale Hargeysa premevano per il riconoscimento, sono iniziate a circolare voci secondo cui il Somaliland sarebbe interessato a sostenere l’obiettivo israeliano ampiamente condannato di effettuare una pulizia etnica dei Palestinesi.

The House of Representatives of the Republic of Somaliland, Jan. 16, 2022. Credit: Public Domain via Wikimedia Commons.

La Camera dei Rappresentanti della Repubblica del Somaliland, 2022. Credito: Pubblico dominio via Wikimedia Commons

I piani per la migrazione volontaria dei Palestinesi di Gaza – inizialmente promossi con entusiasmo da Israele – sono in panne, con il Presidente USA Donald Trump che ha gradualmente ritirato il suo sostegno all’idea da lui proposta a febbraio, associato al rifiuto a livello globale di accettare i rifugiati palestinesi da Gaza. Una fonte ha riferito la scorsa settimana a Zman Yisrael, l’edizione in lingua ebraica del giornale online Times of Israel, che solo l’Indonesia si era dichiarata disponibile a reinsediare i cittadini di Gaza.

Secondo KAN, il Presidente del Somaliland Abdullahi sta pianificando una visita ufficiale in Israele nelle prossime settimane. Fonti della stessa emittente hanno riferito che la visita potrebbe aver luogo già nella seconda settimana di gennaio, durante la quale Abdullahi aderirà formalmente agli Accordi di Abramo. Netanyahu aveva inizialmente invitato Cirro durante una videochiamata per annunciare il riconoscimento reciproco.

Hargeysa nel 2016. Credito: Clay Gilliland

Il Somaliland nega di aver accettato di accogliere i rifugiati di Gaza o di ospitare basi militari israeliane

Hargeysa afferma che le accuse del Presidente somalo Mohamud mirano a minare i progressi diplomatici del Paese.

Il Ministro degli Esteri del Somaliland, Adan, ha negato ufficialmente di aver accettato di accogliere i rifugiati di Gaza o di consentire a Israele di stabilire basi militari sul suo territorio in cambio del riconoscimento israeliano.

“Il governo della Repubblica del Somaliland respinge fermamente le false affermazioni del Presidente della Somalia relative al reinsediamento di Palestinesi o all’istituzione di basi militari in Somaliland”, ha scritto in un post ufficiale su X. “L’impegno del Somaliland con lo Stato di Israele è puramente diplomatico, condotto nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei reciproci interessi sovrani di entrambi i Paesi”, prosegue la dichiarazione. “Queste accuse infondate mirano a fuorviare la comunità internazionale e a minare i progressi diplomatici del Somaliland. Il Somaliland rimane impegnato nella stabilità regionale e nella pacifica cooperazione internazionale”.

Il Ministro Adan ha affermato che non si sono svolti colloqui sulla questione, ma non ha escluso la possibilità, a differenza di altri Paesi che si dice possano interessare a Israele.

“Siamo aperti al dialogo su qualsiasi argomento, ma non vogliamo fare supposizioni su questioni che non sono ancora state discusse. Tutti i Paesi interessati a discutere con noi di determinate questioni devono prima stabilire relazioni di collaborazione con noi e aprire missioni diplomatiche in Somaliland”, ha dichiarato Adan. “La cosa più importante per noi è ricevere il riconoscimento dopo aver dimostrato al mondo che siamo un Paese pacifico e democratico, indipendente da 33 anni”.

Adan è sembrato minimizzare le preoccupazioni regionali, dichiarando all’emittente israeliana i24NEWS che, sebbene alcuni Paesi “ritengano che l’instaurazione di una relazione con Israele causerà la loro caduta”, tali timori sono infondati.

“Una copertura per obiettivi israeliani”

Mogadiscio, Somalia, Lido Beach. Credito: Foresight/GEEL

Il riconoscimento ha scatenato rabbia diffusa in tutta la Somalia, con decine di migliaia di persone scese in piazza il 30 dicembre con le bandiere somale nella capitale Mogadiscio e negli Stati federali di tutto il Paese, da Baidoa nella Somalia Sud-Occidentale, a Dhusamareb nel Galmudugh, a Las Anod nel Nord-Est e in altre città.

Ali Mohamed Omar, Ministro di Stato per gli Affari Esteri della Somalia, ha avvertito che la mossa di Israele potrebbe “ostacolare gli sforzi della Somalia per la democrazia e la costruzione dello Stato e contribuire all’instabilità nel Corno d’Africa e nella regione del Mar Rosso”.

Mogadiscio, Somalia, il centro storico e il vecchio porto peschereccio. Credito: AMISOM Public Information/FlickR

Zone rivendicate da Somaliland e Stato federale Nord-Orientale della Somalia

Il Presidente dello Stato somalo di Galmudug firma un accordo con l’Inviato speciale delle Nazioni Unite, febbraio 2023

Ahmed Moallim Fiqi, Ministro della Difesa, già Ministro degli Esteri e Direttore dell’Agenzia Nazionale d’Intelligence e Sicurezza, ha affermato che il suo Paese avrebbe categoricamente respinto “qualsiasi proposta o iniziativa, da qualsiasi parte, che possa minare il diritto del popolo palestinese a vivere pacificamente nella sua terra ancestrale”.

Ahmed Moallim Fiqi, Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, con l’Inviato Speciale Finlandese per la Mediazione della Pace nel Corno d’Africa, aprile 2024

“La presidenza somala del Consiglio di Sicurezza [dell’ONU] sottolinea una semplice realtà”, ha affermato telefonicamente un alto funzionario del Ministero degli Esteri a Mogadiscio. “La Somalia è uno Stato sovrano, riconosciuto a livello internazionale, e nessuna decisione esterna può alterare la sua integrità territoriale o lo status giuridico delle sue regioni”.

Il Somaliland gode di un’importanza geo-strategica unica, in quanto offre un accesso diretto al Golfo di Aden e allo Stretto di Bāb al-Mandeb, una delle rotte commerciali più trafficate al mondo che collega l’Oceano Indiano al Mar Rosso e al Canale di Suez. Aumenta, così, la possibilità che il Corno d’Africa possa diventare un’ulteriore arena in cui le rivalità mediorientali si proiettino all’esterno

“Non si è trattato di un atto sentimentale, ma di una questione geografica”, ha affermato nel report di Guled un analista della sicurezza regionale con sede a Nairobi. “Il riconoscimento conferisce a Israele un’opzione, sebbene contestata in un teatro marittimo che è diventato centrale nei suoi calcoli di sicurezza, soprattutto con l’intensificarsi delle tensioni nel Mar Rosso”.

“La possibilità di operare dal territorio del Somaliland potrebbe cambiare le carte in tavola”, ha detto Asher Lubotzky, ricercatore presso l’Istituto per le Relazioni Israele-Africa di Herzliya, nel Distretto di Tel Aviv.

Alcuni analisti sottolineano inoltre come la nuova alleanza di Israele nella regione stia alimentando ulteriormente la crescente rivalità tra Tel Aviv e Ankara, vista anche la presenza navale della Turchia nelle acque somale. I due Paesi sono già ai ferri corti nel tentativo di espandere la rispettiva influenza sulla Siria e Ankara mira a inviare truppe nella Striscia di Gaza sotto la guida della Forza Internazionale di Stabilizzazione (ISF), la forza multinazionale di mantenimento della pace sotto mandato dell’ONU. Israele ha categoricamente respinto questa possibilità, evidenziando i legami della Turchia con il Movimento di Resistenza Islamica Ḥamās.

Con il riconoscimento del Somaliland, Israele starebbe ora segnalando la sua intenzione di costruire alleanze contro l’Iran lungo le coste di un Paese filo-occidentale e relativamente stabile politicamente. Secondo alcuni esperti, questa mossa potrebbe effettivamente favorire Israele contro il cosiddetto “Asse di resistenza” supportato da Tehrān in Medio Oriente, trasformando al contempo il Corno d’Africa in un nuovo campo di battaglia.

L’esperta di sicurezza Samira Gaid, fondatrice e direttrice del think tank somalo Balqiis di Mogadiscio, conferma che il riconoscimento da parte di Israele accelera “il coinvolgimento, nell’ultimo decennio, del Corno d’Africa nelle rivalità mediorientali … e rafforza le preoccupazioni che il Mar Rosso e il Golfo di Aden stiano diventando spazi politici militarizzati, piuttosto che corridoi commerciali neutrali”. Anche Colin Clarke, Direttore esecutivo del Soufan Center di New York, concorda. “Il Corno d’Africa, come altre regioni del continente, è diventato un campo di battaglia tra le cosiddette potenze medie”, ha affermato.

Il Mar Rosso e lo Stretto di Bāb al-Mandeb sono diventati sempre più affollati di ambizioni navali rivali, conflitti per procura e competizione di intelligence, pressioni intensificate dalla guerra a Gaza e crescenti scontri che coinvolgono l’Iran e lo Yemen.

Ma gli analisti affermano che un’alleanza con il Somaliland è particolarmente utile a Israele per la sua posizione strategica vicina allo Yemen del movimento sciita zaydita degli Ḥūthi, che, prima del cessate il fuoco mediato dagli Stati Uniti a Gaza, hanno imposto un blocco navale alle navi collegate a Israele e hanno lanciato razzi sul suo territorio. Secondo un rapporto di novembre dell’Istituto per gli Studi sulla Sicurezza Nazionale (INSS), un think tank israeliano affiliato all’Università di Tel Aviv, “il territorio del Somaliland potrebbe fungere da base avanzata” per il monitoraggio dell’intelligence sugli Ḥūthi e “da piattaforma per operazioni dirette” contro di loro.

Secondo quanto riportato dall’agenzia di stampa ufficiale yemenita Saba, Sayyed ʿAbd al-Malik Badr ad-Din al-Ḥūthi, leader del movimento, ha avvertito che l’organizzazione “considererà qualsiasi presenza israeliana in Somaliland come un obiettivo militare”, una dichiarazione che Mostafa Hasan, ex capo dell’intelligence del Somaliland, ha definito equivalente a una dichiarazione di guerra.

Foto Dunya e.V.

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