Asia – Il futuro oltre la concorrenza USA-Cina

Pechino e Washington competono per stabilire regole, norme e standard per l’Asia. Ma altri Paesi della regione scelgono sempre più di plasmare da soli il proprio futuro

L’avvento del Presidente Biden alla Casa Bianca invertirà l’atteggiamento ostativo USA verso la Cina? E quale sarà il futuro delle economie regionali influenzate dai due colossi globali? Come nella sua tradizione, Islamic World Analyzes ripropone in lingua italiana le riflessioni dei più interessanti analisti internazionali per fornire visioni e prospettive su rilevanti argomenti. In questo caso, l’articolo proposto precede temporalmente le elezioni americane e quindi non è influenzato dai risultati (peraltro sub iudice). Ad un’analisi puntuale e attenta su bipolarismo e regionalismo, segue anche la considerazione che l’atteggiamento ostativo di Washington verso Pechino non sembra ormai invertibile e, in ultima analisi, la politica estera americana nell’area difficilmente potrà tornare ad essere maggiormente cooperativa. Osserva Feigenbaum: «Gli atteggiamenti nei confronti della Cina si sono induriti in tutto lo spettro politico degli Stati Uniti, visto che anche i democratici che detestano il Presidente Donald Trump abbracciano molti elementi delle sue politiche cinesi. Questo chiaro quadro bipolare risale all’avvertimento sulla regione dell’ex Presidente Barack Obama durante i colloqui del Partenariato Trans-Pacifico nel 2015: “Se non scriviamo le regole noi, lo farà la Cina”».

Tutte le immagini sono una scelta di Islamic World Analyzes.

di Evan A. Feigenbaum*

Libera traduzione da: The Day After – Navigating a Post-Pandemic World, Carnegie Endowment for International Peace, September 09, 2020

L’Asia sta cambiando drasticamente, ma le due potenze più significative della regione ne stanno perdendo la trama. Cina e Stati Uniti stanno gareggiando al ribasso, rifrangendo attraverso il prisma della loro stessa competizione geo-politica questioni come le regole commerciali all’accesso e trasferimento dei dati e come lo sviluppo di un vaccino contro il coronavirus. La pandemia ha solo approfondito questa dinamica, poiché i due Paesi si scambiano insulti e accuse commerciali di colpevolezza.

Ma altri Paesi della regione vedono sempre più la Cina, gli Stati Uniti o entrambi come disturbatori di una rilevante azione collettiva. E li stanno rimpiazzando, coordinandosi e cooperando [tra loro, N.d.T.].

Ciò significa che il futuro dell’Asia non sarà definito dal sino-centrismo che Washington teme o dal contenimento americano che Pechino cerca di anticipare. Invece, ciò che potrebbe prevalere sarà la frammentazione, la mutevolezza delle coalizioni e un mosaico scomposto di regole, norme e standard.

DELUSIONI BIPOLARI

Ironia della sorte, nonostante tutte le loro differenze ideologiche e strategiche, Pechino e Washington stanno approcciando la regione in modi simili. Ciascuno incoraggia gli altri Paesi asiatici ad accettare le proprie preferite istituzioni, norme, standard e regole. E ciascuno sta costringendo gli altri ad evitare un’integrazione economica e di difesa con il suo rivale.

Gli Stati Uniti hanno punito aziende asiatiche le cui vendite hanno migliorato la base tecnologica cinese, ad esempio quando hanno imposto controlli sulle esportazioni high-tech al produttore di chip taiwanese TSMC [Taiwan Semiconductor Manufacturing Company, la più grande fabbrica indipendente di circuiti integrati al mondo, N.d.T.] per fermare le vendite a una filiale Huawei, leader cinese delle telecomunicazioni. Da parte sua, la Cina ha punito aziende sudcoreane dopo che Washington aveva convinto i leader di Seul a schierare il sistema missilistico statunitense THAAD (Terminal High-Altitude Area Defense) [Difesa d’Area Terminale ad Alta Quota, N.d.T.], che non piace a Pechino. La Cina ha anche implementato un boicottaggio de facto dei prodotti australiani, perché Canberra ha fatto eco all’appello di Washington per indagare sulle origini del coronavirus; e ha costretto le multinazionali a tenere la linea di Pechino su Hong Kong mentre gli Stati Uniti esortavano alla resistenza.

Eppure il resto dell’Asia potrebbe non essere disposto a rimanere intrappolato in una scatola di fabbricazione cinese o americana.

Non è un’impresa facile resistere alla pressione cinese o americana ed entrambe le parti hanno carte potenti da giocare: la Cina restringendo ulteriormente l’accesso al suo mercato e dispiegando strumenti economici coercitivi; e gli Stati Uniti sfruttando l’accesso al suo sistema bancario e l’uso del dollaro per le transazioni commerciali. Ma è proprio quello che è successo negli ultimi anni. Per stabilire le regole commerciali, ad esempio, undici Paesi hanno concluso l’Accordo Globale e Progressivo per il Partenariato Trans-Pacifico (CPTPP) [siglato a Santiago del Cile nel 2018, N.d.T.], che non comprende né gli Stati Uniti né la Cina come parti dell’accordo. E questo potrebbe diventare un modello in altre aree, visto che attori asiatici capaci, consistenti e individualisti sempre più aderiscono a coalizioni fluide e basate su argomenti.

Durante la Guerra Fredda, la forma guidava la funzione e Washington e Mosca creavano blocchi di esclusione. Al contrario, la funzione potrebbe guidare la forma nell’Asia di domani, mentre i Paesi della regione fanno la spola tra Pechino e Washington, stabiliscono propri programmi e raggiungono accordi tra di loro.

Gli sforzi di Pechino e Washington per definire un futuro a somma zero per la regione sono finora falliti. Entrambi sovrastimano la propria influenza finanziaria e fraintendono la profondità dei cambiamenti dalla crisi finanziaria asiatica del 1997-98 che hanno dato ai Paesi della regione maggiori capacità e volontà di plasmare il proprio futuro.

REGIONALISMO IN CRESCITA

Attori come India, Indonesia, Giappone, Singapore e Corea del Sud si sono guadagnati il diritto di influenzare il futuro della loro regione. Quasi tutti i governi asiatici diffidano profondamente di Pechino. Eppure nessuno di loro, anche quelli più ambivalenti rispetto al potere cinese, ha abbracciato un futuro dettato dagli Stati Uniti.

In effetti, i patti e le istituzioni che escludono gli Stati Uniti si sono moltiplicati in Asia negli ultimi due decenni, nonostante gli sforzi americani per fermarli. Basta considerare l’iniziativa di successo di Pechino nel 2013 per istituire la nuova Banca Asiatica d’Investimento per le Infrastrutture (AIIB) [entrata in esercizio nel gennaio 2016, N.d.T.]. Gli Stati Uniti non solo si sono opposti all’AIIB, ma hanno cercato attivamente di disgregarla smantellando la nuova banca e facendo pressione sugli alleati per non aderire, anche se la maggior parte alla fine l’ha fatto. E ha commesso un errore strategico simile alla sua totale opposizione alle Nuove Vie della Seta (BRI) cinesi. Invece di supportare standard più elevati e aiutare i Paesi a ottenere condizioni di prestito più favorevoli da Pechino, Washington ha insistito, di solito senza successo, affinché rifiutassero completamente il denaro cinese.

Il Porto di Yángshān, il più grande porto per container del mondo operato dallo Shanghai International Port Group

Tuttavia, Washington ha preso la lezione sbagliata da tali debacle. Ancora oggi attribuisce gli sforzi per costruire un ordine economico e istituzionale pan-asiatico in gran parte all’ambizione cinese. E biasima la “debolezza” asiatica di fronte alle pressioni di Pechino per il fatto che queste istituzioni e iniziative siano coerenti. Tuttavia, il regionalismo asiatico contemporaneo – il desiderio di forgiare una certa coesione dall’enorme diversità della regione – ha profonde radici storiche e molti difensori non cinesi.

Il Giappone, ad esempio, è stato a lungo il cardine della presenza e della strategia degli Stati Uniti in Asia. Ospita le forze militari statunitensi, condivide lo scetticismo di Washington nei confronti della Cina ed è un alleato del Trattato [il Trattato di Sicurezza del 1951, N.d.T.]. Ma mentre molti sostengono che i due Paesi dovrebbero guidare una risposta regionale al presunto “nuovo” pan-asianismo cinese, è stata Tokyo che per prima ha nutrito proposte per l’integrazione economica pan-asiatica che Washington ora attribuisce quasi esclusivamente a Pechino. Contro la veemente opposizione degli Stati Uniti, i funzionari giapponesi hanno proposto nel 1997 l’istituzione di un Fondo Monetario Asiatico, un’idea che è stata abbandonata sotto la pressione degli Stati Uniti, ma che ha contribuito a dare origine a successivi scambi di valuta solo asiatici e accordi commerciali solo asiatici. E il Giappone non è il solo: nel 1990 Mahathir bin Mohamad, allora Primo Ministro della Malaysia, propose un Gruppo Economico dell’Asia Orientale senza probabilità di successo.

Una serie di proposte più recenti fa affidamento sulla principale entità multilaterale della regione, l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico [ASEAN, nata nel 1967 all’insegna del pan-asianismo, N.d.T.], composta da dieci membri. Queste proposte includono il Partenariato Economico Globale Regionale, un accordo commerciale pan-asiatico che Washington una volta considerava il principale concorrente del CPTPP. Se andrà avanti, con Washington che si è ritirata dal CPTPP, le regole e gli standard commerciali dell’Asia saranno regolati da due accordi che escludono gli Stati Uniti e l’India, uno dei quali esclude anche la Cina. E se le future regole economiche dell’Asia fossero stabilite in gran parte dagli altri attori della regione, la strategia “Indo-Pacifico libero e aperto” degli Stati Uniti potrebbe essere un guscio vuoto. In parole povere, anche se non dominata da Pechino, un’Asia più “asiatica” non è nell’interesse strategico e commerciale di Washington.

DINAMICA ECONOMICA IN MOVIMENTO

Eppure, le pressioni degli Stati Uniti per contrastare il pan-asianismo è semplicemente non più efficace. Rispetto al resto del mondo, l’economia degli Stati Uniti è minore di quanto non fosse prima della crisi finanziaria globale del 2008 e molto di più rispetto alla crisi finanziaria asiatica del 1997-98.

Quelle crisi hanno segnato un decennio tumultuoso di dibattiti sulla dipendenza dell’Asia dai mercati e dai capitali occidentali. Ma quelle economie non sono più motori sproporzionati della domanda per le esportazioni della regione, e i fondi sovrani e privati asiatici si forniscono sempre più capitali l’un l’altro.

Le economie asiatiche sono grandi consumatori in un numero crescente di settori, tra cui quelli di mais, gas naturale, carne di maiale e soia provenienti dagli Stati Uniti.

Inoltre, l’Asia è diventata una fonte, non solo un destinatario, di capitali. La Cina ha esteso la sua politica estera attraverso progetti di esportazione di capitali come la BRI che a Washington non piacciono. Il denaro proveniente dal Giappone, dalla Corea del Sud e da altre economie asiatiche sta setacciando la regione alla ricerca di opportunità di rendimento e finanziamento.

Nel frattempo, le potenze emergenti dell’Asia, India compresa, sembrano meno che mai contente di vivere in un’architettura costruita in gran parte dall’Occidente. Ciò spiega in parte perché l’India, nonostante il suo profondo sospetto nei confronti del potere cinese, ha aderito come membro fondatore sia all’AIIB sia alla Nuova Banca di Sviluppo [fondata nel 2014 dai Paesi BRICS, N.d.T.] sostenuta dalla Cina.

BIPOLARISMO CRESCENTE

In mezzo a questi cambiamenti radicali, non sorprende che pochi governi asiatici sembrino disposti a scegliere da che parte stare per volere degli Stati Uniti. Ma anche la Cina sta facendo un errore strategico. Pechino ha blandito e minacciato i suoi vicini per prevenire una loro cooperazione più approfondita con Washington, ma i suoi sforzi hanno acuito i timori di coercizione cinese e prodotto pochi risultati tangibili. Ad esempio, quando Pechino ha punito la Corea del Sud per aver preso in considerazione il sistema THAAD, Seul è andata avanti con il dispiegamento di una batteria a Seongju, anche se successivamente ha accettato di non schierarne altre.

Washington affronta le sfide più acute perché in Asia ci sono grandi speranze che moduleranno alcuni dei suoi approcci più schietti. Tuttavia, gli atteggiamenti nei confronti della Cina si sono induriti in tutto lo spettro politico degli Stati Uniti, visto che anche i democratici che detestano il Presidente Donald Trump abbracciano molti elementi delle sue politiche cinesi. Questo chiaro quadro bipolare risale all’avvertimento sulla regione dell’ex Presidente Barack Obama durante i colloqui del Partenariato Trans-Pacifico nel 2015: “Se non scriviamo le regole noi, lo farà la Cina”.

Il coronavirus rafforzerà solo la sfida, dal momento che la peggiore crisi sanitaria ed economica da generazioni non è riuscita a produrre un briciolo di cooperazione costruttiva tra Pechino e Washington. Se una crisi di questa portata non riesce a riunire Stati Uniti e Cina, gli attori asiatici potrebbero cercare di definire i propri nuovi termini di impegno. Un esempio è la Data Governance, poiché nelle capitali da Tokyo a Nuova Delhi stanno già emergendo standard concorrenti.

Questo potrebbe portare a sforzi coordinati guidati da un insieme eterogeneo di Paesi in aree come la salute pubblica e l’accesso e trasferimento dei dati. Come con il CPTPP, questo coordinamento potrebbe a sua volta escludere Pechino, Washington o entrambe se minacciano di diventare disturbatori di azioni significative. Alla fine, potrebbero essere questi altri attori asiatici a scrivere le regole del futuro della loro regione.

 

* Evan A. Feigenbaum è Vice Presidente per gli studi presso il Carnegie Endowment for International Peace, dove dirige la ricerca a Washington, Pechino e Nuova Delhi su una regione dinamica che comprende sia l’Asia orientale sia l’Asia meridionale.

 

 

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