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EMIRATO ISLAMICO DI AFGHANISTAN: L’ENNESIMO SUCCESSO DIPLOMATICO DELL’ISLAM POLITICO SPIAZZA L’OCCIDENTE

Il riconoscimento dell’Emirato da parte di Mosca rappresenta il secondo step di un processo di normalizzazione dello Stato nel quadro internazionale, cominciato con la liberazione della capitale dall’occupazione straniera. Un’Alta Scuola di Formazione per diplomatici occidentali a Kandahār?

di Glauco D’Agostino

I Tālibān “alleati nella lotta al terrorismo”

Che i confronti diplomatici siano più proficui delle battaglie combattute con le bombe e gli armamenti iper-tecnologici lo avevamo sperimentato proprio con l’amara sconfitta degli Occidentali e della NATO in Afghanistan nel 2021. La conferma giunge quattro anni dopo, con il riconoscimento dell’Emirato Islamico da parte della Federazione Russa, primo Stato al mondo a rompere l’isolamento internazionale dei Tālibān.

I combattenti Tālibān prendono il controllo del palazzo presidenziale afghano a Kabul, 15 agosto 2021

Per la verità, l’isolamento era ed è soltanto dichiarato formalmente dalla cosiddetta comunità internazionale, perché i rapporti che i Tālibān hanno costruito nella regione sono attivi ed efficaci in numerosi campi e con molti dei Paesi contermini e non solo. Dopo che ad agosto del 2021 la maggior parte delle ambasciate estere, con la significativa eccezione della Russia, chiuse i battenti, l’Uzbekistan, gli Emirati Arabi Uniti, la Cina e, da qualche mese, il Pakistan hanno comunque designato i loro ambasciatori a Kabul, pur non riconoscendo ufficialmente lo Stato. Tra l’altro, nel 2024 Pechino accettava le credenziali presentate dal diplomatico afghano Mawlawi Bilal Karimi come Ambasciatore presso la Repubblica Popolare cinese. A distanza di qualche mese, anche Emirati Arabi Uniti e Uzbekistan avrebbero fatto lo stesso. Al momento, altri 25 Stati intrattengono rapporti diplomatici di fatto con l’Emirato Islamico.

La progressione della ripresa delle relazioni con Kabul è stata abbastanza rapida. Nel 2022 Mosca siglava con i Tālibān (ancora dichiarati terroristi dal 2003) accordi economici nei settori energetico e alimentare e li accoglieva a San Pietroburgo al principale forum economico russo. Ad aprile scorso, a seguito di un incontro tenuto a Mosca qualche mese prima tra il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov (foto sotto, a Mosca con una delegazione di Tālibān, 28 maggio 2019) e l’omologo afghano Mawlawi Amīr Khan Muttaqi (in basso), il Cremlino provvedeva a “riabilitare” i Tālibān, escludendoli dalla lista dei terroristi e prefigurando “una partnership a pieno titolo con Kabul nell’interesse dei popoli russo e afghano”. Lavrov riconosceva che “le nuove autorità a Kabul sono una realtà”, rivendicando da parte di Mosca una “politica pragmatica, non ideologizzata”, con ciò ribadendo l’opzione del Presidente Putin di ritenere i Tālibān “alleati nella lotta al terrorismo”.

La bandiera bianca con la Kalima, simbolo dell’Emirato (foto d’apertura), che sventola sull’Ambasciata a Mosca, comunica almeno tre riflessioni importanti:

  • La Storia di un Afghanistan indipendente nel contesto internazionale riprende oggi, dopo la battuta d’arresto che lo aveva ridotto alle dipendenze di aggressori stranieri senza scrupoli che, forti della loro potenza di fuoco, lo occupavano per sfruttarne le risorse e per interessi geo-politici in Asia Centrale, mascherati sotto i nobili propositi di assicurare nel Paese i diritti umani violati. Tutto questo in concomitanza con i campi di concentramento di Guantánamo Bay e le nefandezze compiute dalle forze di occupazione in Iraq, mentre la maggior parte degli analisti e dei network della comunicazione si accanivano contro gli sconfitti, svolgendo il loro lavoro servile all’ombra dei potenti.
  • L’Islam politico, confuso in mala fede dall’Occidente con il terrorismo islamico (che pure esiste o è esistito, vedi ISIS, al-Qāʿida e le loro frange difficilmente identificabili perché spesso proxies di rispettabili Stati), non può essere eradicato né con le bombe né ideologicamente, perché è parte della storia dell’Islam dalle origini, con movimenti dalle sfaccettature politico-sociali molto diverse tra di loro, spesso in conflitto tra di loro, e tuttavia manifestazioni di rivendicazioni provenienti dalle radici profonde delle società. La mancata conoscenza di questa fenomenologia o la sua strumentalizzazione a fini politici o addirittura personali porta nel medio-lungo periodo al decadimento della capacità di interpretazione e di governo, che in questo momento è il sintomo più grave della malattia che affligge l’Occidente.
  • La geo-politica sul piano globale non può essere ancorata a equilibri ritenuti immutabili, perché è la geo-politica stessa come disciplina a indicare nuovi equilibri e i principi giuridici internazionali conseguenti cui attenersi. Quando George Bush jr. e i suoi oligarchi al seguito esercitavano il loro ruolo di sovrani assoluti del mondo, la Cina era in piena era di riforme; Putin era appena arrivato al Cremlino per risollevare le sorti ereditate da una disastrata Unione Sovietica; il Presidente indiano Narayanan guidava un Paese nell’instabilità per le crisi costituzionali e la precarietà dei suoi governi; e in Iran il Presidente Moḥammad Khatami sosteneva l’idea del Dialogue Among Civilizations in risposta alla teoria cara a Bush della Clash of Civilizations. Oggi questi quattro giganti che contornano l’Afghanistan sono tutti Paesi membri dei BRICS e altri Paesi prossimi dell’Asia Centrale sono loro legati come “Stati partner”.

Proprio le considerazioni geo-politiche suggeriscono che i nemici di ieri possono essere gli alleati di oggi e viceversa. Gli Stati Uniti sono stati abituati nella storia ad esercitare la seconda opzione, abbandonando lungo la strada i loro alleati, spesso con risultati disastrosi: così è stato per il Vietnam del Sud, che aveva tenuto testa all’espansione comunista nel Sud-Est asiatico; per i jihādisti afghani, che avevano contrastato l’occupazione sovietica; per Ṣaddām Ḥusayn, che aveva combattuto contro la teocrazia iraniana; per Gheddafi, che durante gli anni 2000 era diventato un campione della lotta al terrorismo islamico molto apprezzato dalla Casa Bianca; per la Repubblica Islamica dell’Afghanistan, che nel 2012 era stata designata da Washington il suo “maggior alleato non-NATO”. Chi sarà il prossimo?

La revisione delle posizioni storiche sui Tālibān

Oggi, la Russia, ma anche India e Iran, rivedono in positivo la loro storica avversione nei confronti dell’Emirato Islamico. L’Unione Sovietica invase l’Afghanistan nel 1979 e ne mantenne il controllo per dieci anni, fino alla caduta del Muro di Berlino e al suo dissolvimento due anni dopo. Tra i combattenti appoggiati dagli USA contro l’occupazione sovietica, operava un movimento composto prevalentemente da militanti sunniti di etnia pashtun, i Tālibān. Da notare che i Tālibān già dal 1993 trovavano un ottimo elemento di raccordo con il governo pakistano di Benazir Bhutto, il cui consorte è stato Asif Ali Zardari, attuale Presidente del Pakistan; e quando tra il 1994 e il 1996 il movimento acquisì connotazioni politiche entro un quadro di guerra civile e conquistò Kabul, l’Emirato Islamico di Afghanistan da loro ufficialmente fondato l’anno dopo ricevette il riconoscimento diplomatico di Emirati Arabi Uniti, Pakistan e Arabia Saudita. Ovviamente, come misura geo-politica anti-pakistana, l’India chiuse la propria ambasciata a Kabul; e lo stesso fece la Repubblica Islamica dell’Iran, che considerava avversari sia i Tālibān sia i tre Paesi che ne riconoscevano la legittimità internazionale.

Foto di Sebastian Backhaus per Zenith

Immediatamente dopo la presa di Kabul, i mujāhidīn dissidenti di etnia non-pashtun formavano la cosiddetta Alleanza del Nord, sotto la Presidenza del filo-occidentale Burhānuddīn Rabbānī e il Comando militare del Generale tajiko Aḥmad Shāh Mas‘ūd. La Russia si schierò da allora contro l’Emirato Islamico. Il 7 ottobre del 2001 la NATO, coadiuvata dalle forze armate di 26 Paesi avulsi dai problemi dell’area, interveniva nella guerra civile afghana in opposizione ai Tālibān con la prima Operazione Enduring Freedom e, invadendo il Paese, lo avrebbe reso sotto occupazione straniera per i successivi 20 anni. Putin all’epoca e per molti anni a venire fornì assistenza a Washington e ai suoi alleati, aprendo loro lo spazio aereo russo, convincendo gli alleati in Asia Centrale a concedere basi aeree agli USA e condividendo informazioni di intelligence.

Dal 2012 entra in gioco la diplomazia dei Tālibān. Il 18 giugno a Dōḥa, nel Qatar, si insediava “l’Ufficio Politico dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan”, con lo scopo di aprire un dialogo con la comunità internazionale e i gruppi afghani per una “soluzione pacifica” in Afghanistan. Barack Obama e Hāmid Karzai, all’epoca Presidente della Repubblica Islamica dell’Afghanistan sotto tutela USA, esprimevano “il supporto per un ufficio a Dōḥa in vista di trattative tra l’Alto Consiglio di Pace [organismo governativo istituito da Karzai per tentare di indurre gli insorti alla pace] e funzionari ufficiali dei Tālibān”. Questo primo riconoscimento, non certo con effetti immediati, avrebbe aperto un percorso di negoziazione fino alla sottoscrizione degli Accordi di pace di Dōḥa del 2020 tra Stati Uniti e Tālibān. Altro che isolamento internazionale!

Controversie internazionali e ruolo ambiguo degli USA sul terrorismo

Tuttavia, con la rinascita dell’Emirato Islamico a Kabul e l’introduzione di sanzioni da parte di molti Paesi che non ne riconoscono la legittimità, si è aperto il problema del congelamento degli asset finanziari afghani all’estero (circa 9 miliardi di dollari) che sono detenuti fiduciariamente soprattutto negli Stati Uniti, ma anche presso istituzioni finanziarie di Regno Unito, Germania, Italia e Emirati Arabi Uniti: un tentativo di intimidazione verso il governo dell’Emirato e contro la popolazione che è proprietaria di quelle riserve. Comunque, il popolo afghano non è la maggiore vittima di questo ingegnoso meccanismo inventato dalla rapace finanza mondiale, se si pensa che lo stesso dispositivo concepito dalla comunità internazionale tiene congelati nelle banche occidentali circa 300 miliardi di dollari di assets russi. Vere manovre di sottrazione legalizzata, al limite e forse oltre la rappresentazione di una rapina con scasso.

Queste vicende hanno forse contribuito al riavvicinamento tra Mosca e Kabul, a proposito di consapevolezza di chi siano gli amici e chi i nemici. E questo riguarda anche una resipiscenza del Cremlino riguardo al proprio ruolo nella cosiddetta “guerra al terrorismo” legata al carro della Casa Bianca, che designava come terroristi tutti i movimenti non sottomessi al volere dell’Occidente, tranne a formulare delle eccezioni, e che eccezioni!

Il sottoscritto scriveva a novembre del 2015:

“Risulterebbe molto strana l’autorizzazione ad un impegno militare diretto contro i Tālibān afghani e non contro le milizie dello Stato Islamico di Ḥāfiz Saīd Khān, considerato che queste ultime stanno ingaggiando furiose battaglie contro l’Emirato Islamico di Afghanistan, in particolare nella provincia nord-orientale di Nangarhār, lungo il confine con il Pakistan. Né sembra conquistare spazio la parola d’ordine che lo Stato Islamico in Khorāsān (come si fa chiamare il gruppo operante in Afghanistan) non abbia legami operativi con il governo di Raqqa, perché è evidente che questo servirebbe a coprire una certa acquiescenza di Washington verso l’espansione dello Stato Islamico ai danni dei Tālibān afghani”.

Mosca doveva accorgersene a proprie spese soltanto nel 2024, quando il gruppo armato ISIS-K (Stato Islamico-Khorāsān), che i Tālibān avevano combattuto sul terreno per anni, compiva una strage in una sala concerti della capitale russa. Da qui nasce l’apertura del Cremlino ai Tālibān e il suo opportuno riferimento a loro come alleati nella lotta al terrorismo e al traffico di droga.

E d’altra parte, è fin troppo nota la rivendicazione del Presidente Trump circa il mandante del feroce “assassinio di precisione” del Generale iraniano Qāsim Sulaimānī, eroe della lotta all’ISIS. Le motivazioni di quel gesto restano a tutt’oggi un mistero e si possono forse ipotizzare nel quadro di ambiguità di Washington di cui stiamo discutendo. Lo stesso può dirsi del suo proxy Israele, ritenuto democrazia di stampo occidentale, quando, negli scontri tra il movimento di liberazione Ḥamās e i terroristi dell’ISIS in territorio palestinese, forniva naturalmente protezione a questi ultimi, forse per affinità elettive in temi di massacri. Che strana accoppiata! O forse non tanto strana…

Il ruolo di hub geo-politico regionale dell’Afghanistan

Dunque, dal 4 luglio scorso tra l’Emirato Islamico di Afghanistan e la Federazione Russa è iniziata “una nuova fase di relazioni positive, rispetto reciproco e impegno costruttivo”, come ha tenuto a dire il Ministro degli Esteri afghano Muttaqi, il quale ha aggiunto: “Apprezziamo questo passo coraggioso compiuto dalla Russia e, se Dio vuole, servirà da esempio anche per altri”.

Da parte russa, il Ministro degli Esteri Lavrov, dopo aver ricevuto le credenziali dell’Ambasciatore afghano a Mosca, ha a sua volta detto: “Riteniamo che l’atto di riconoscimento ufficiale del governo dell’Emirato Islamico dell’Afghanistan darà impulso allo sviluppo di una produttiva cooperazione bilaterale tra i nostri Paesi in vari settori”.

талибыIn realtà, l’Afghanistan è per Mosca uno snodo cruciale lungo i percorsi degli oleodotti con origine in Russia, come lo sono la Mongolia verso il Pacifico, Iran, India e Sri Lanka verso l’Oceano Indiano e la Bielorussia verso il Baltico. Così, sin dal 2017 rafforza i rapporti di “buon vicinato” con questi Paesi e con i loro governi, nel caso specifico anche con i Tālibān, che già in quell’anno marciavano spediti verso la sottoscrizione degli Accordi di pace di Dōḥa e la ricostituzione dell’Emirato, che hanno rivendicato ininterrottamente dal 1997.

Intanto, sulla strada del riconoscimento auspicata da Muttaqi, si moltiplica la lista dei Paesi che intendono allacciare rapporti con l’Emirato attraverso intese su materie specifiche, pur non riconoscendo quello Stato dal punto di vista dell’ufficialità. Era la strada indicata subito dopo la presa talebana di Kabul da Josep Borrell, all’epoca Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, il quale aveva detto: “I Tālibān hanno vinto la guerra, quindi dovremo parlare con loro”.

Per esempio, già il 4 luglio scorso, il cristiano-sociale bavarese Alexander Dobrindt, nuovo Ministro degli Interni tedesco del Gabinetto di Friedrich Merz, ha dichiarato di volere stipulare “accordi diretti” con le autorità di Kabul per riprendere le espulsioni dei criminali afghani condannati, che erano state interrotte dopo la reintroduzione dell’Emirato.

Nuove riaperture anche dal Pakistan, i cui rapporti con i Tālibān, nonostante il supporto espresso all’epoca dal Primo Ministro Imran Khan verso l’Emirato appena rinato, si erano logorati subito dopo sull’annoso tema delle connessioni tra Pashtun pakistani e Tālibān afghani. A fine maggio di quest’anno, sotto la nuova gestione del Primo Ministro Shehbaz Sharif, il Ministro degli Esteri Ishaq Dar ha annunciato che avrebbe elevato la propria rappresentanza diplomatica in Afghanistan dal livello di incaricato d’affari a quello di ambasciatore, aggiungendo: “Sono convinto che questo passo contribuirà ulteriormente a rafforzare l’impegno, ad approfondire la cooperazione tra Pakistan e Afghanistan nei settori economico, della sicurezza, della lotta al terrorismo e del commercio e a promuovere ulteriori scambi tra due Paesi fratelli”.

Certo non è un caso che qualche giorno prima Pechino ospitasse i Ministri degli Esteri di Afghanistan e Pakistan per un incontro con l’omologo cinese, il Consigliere di Stato Wáng Yì. Durante la riunione, Cina e Pakistan “hanno ribadito il loro sostegno all’estensione del Corridoio Economico Cina-Pakistan (CPEC) all’Afghanistan, nel quadro più ampio della cooperazione della Belt and Road Initiative (BRI)”. Ecco il grande ombrello della diplomazia cinese attraverso lo strumento della Belt and Road Initiative secondo la grande visione geo-politica di Xi Jinping adottata nel 2017, spesso non considerata o sottovalutata dall’Occidente. Ormai, secondo la Banca Mondiale, 155 Paesi partecipano a questo grande programma strategico di lungo periodo che li collega in partenariato alle iniziative cinesi.

Quando Jason Campbell, già Direttore per l’Afghanistan presso l’Ufficio USA della Difesa e la Politica Militare, diceva nel 2022 che “Cina, Russia e persino l’Iran potrebbero trarre vantaggio dal nuovo ordine politico a Kabul”, sottolineava correttamente una eventualità limitandosi ad un’ottica americana, senza considerare le prospettive che si aprono per i Paesi centro-asiatici. Per esempio, nel 2023 Pechino, interessata ad estrarre petrolio dal bacino centro-asiatico del fiume Āmū Daryā, sigla un contratto venticinquennale con l’Emirato Islamico di Afghanistan attraverso una sussidiaria della China National Petroleum Company di proprietà statale.

Saranno Pakistan e Cina i prossimi governi a riconoscere l’Emirato Islamico di Afghanistan? È probabile, ma la lista dei volenterosi è lunga, dagli Emirati Arabi all’Uzbekistan, dall’India, alla Repubblica Islamica dell’Iran, al Qatar. Lo vedremo presto. Anche se, come presagisce Kabir Taneja, Vicedirettore dell’Observer Research Foundation con sede a Nuova Delhī, “la maggior parte non lo farebbe per scelta, ma per la realtà imposta dal fatto che i Tālibān saranno in Afghanistan per un po’ di tempo almeno”.

I tempi sono maturi. Si fa sempre più strada l’idea di un’Alta Scuola di Formazione per diplomatici occidentali a Kandahār…

Kandahār

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