L’ombra dei “Sudeti” su Gaza diventa l’incubo della “soluzione polacca” per Tehrān. Lo “Stato canaglia” colpisce dove e quando vuole. Soprattutto chi vuole. Gli Stati Uniti giocano alla guerra utilizzando il suo più affidabile proxy. O forse è Washington il proxy di Tel Aviv? Il “regime-change” è da sempre l’arma della diplomazia americana. Anche interna, ma questo è un problema di intelligence. Si attende la riapertura delle Ambasciate di Israele nel mondo
di Glauco D’Agostino
Per uno storico serio le coincidenze delle date non sono frutto del caso. Gli avvenimenti che precedono di qualche tempo i successivi passi sono avvertimenti di quel che ne consegue. Solo per riferirci agli ultimi 50 anni, l’Unione Sovietica invade l’Afghanistan appena un mese e mezzo prima del rientro dell’Āyatollāh Khomeini a Tehrān; l’anno prima della caduta del Muro di Berlino, finisce la guerra quasi decennale tra Iran e Iraq e l’anno prima della dissoluzione dell‘URSS lo Yemen viene riunificato; due giorni prima che le Torri Gemelle siano “inaspettatamente” abbattute, muore assassinato, non si sa per ordine di chi, il Generale Aḥmad Shāh Mas‘ūd, eroe afghano della guerra anti-talebana e tuttavia contrario a interventi militari esterni; due mesi prima che la Cina entri nell’Organizzazione Mondiale del Commercio, l’intero resto del mondo invade spudoratamente l’Afghanistan, che guarda caso confina con la Cina; sette giorni prima che la Russia inizi la sua “operazione militare speciale” in Ucraina, la Francia annuncia il ritiro del suo esercito dal Mali, dando la stura ai conseguenti colpi di stato militari in Burkina Faso e Niger contrari all’ingerenza finanziaria di Kiev in favore dell’opposizione filo-francese.
Mi fermo qui per non essere prolisso nel lungo elenco che dimostra come gli avvenimenti e soprattutto gli avvertimenti siano da leggere all’interno di un quadro di rigida razionalità piuttosto che in una chiave di eterea premonizione.
Senza volere enfatizzare le coincidenze temporali, l’annuncio di Tel Aviv di avere iniziato una vera e propria guerra contro Tehrān giunge due giorni prima il negoziato (forse decisivo) sulla ripresa del negoziato sul nucleare tra Stati Uniti e Repubblica Islamica dell’Iran. Questo la dice lunga su chi sia il proxy di chi. La pessima figura del Presidente Trump di fronte all’opinione pubblica mondiale se si prospettasse l’idea che Washington è prona alla lobby israeliana degli interessi finanziari sarebbe stata sufficiente nel secolo scorso a determinare un gesto estremo del Presidente davanti al Congresso. Ma, si sa, niente è più lontano oggi dalla credibilità e onorabilità di cui godevano gli uomini di stato del ‘900.
Dal punto di vista geo-politico, tutto è abbastanza chiaro. Israele vuole il controllo di tutto il Medio Oriente, senza la preoccupazione di rivali che possano competere con la sua spaventosa potenza di fuoco. Fine geo-politico, quindi, e non ideologico. Non c’entra nulla la difesa della democrazia e dei diritti umani invocata dalla maggior parte dei regimi occidentali, che in mala fede agitano lo spettro del totalitarismo islamico, anche perché il sincero spirito democratico e umanitario degli aggressori lo abbiamo potuto riscontrare a Gaza, in Cisgiordania, in Libano e sul Golan. E d’altra parte, l’ipocrisia degli insopportabili leader occidentali giunge fino al punto di colloquiare amorevolmente con i leader sauditi senza sollevare alcun problema in ordine al loro sistema costituzionale che, ricordiamolo per la storia, fu fin dalla sua origine avallato e sostenuto dal democraticissimo Regno Unito.
Sia chiaro, non è un giudizio precostituito nei confronti di Riyāḍ, perché, in ottemperanza ai principi della convivenza che ispirano le regole internazionali, non è compito della geo-politica esaminare i sistemi interni degli Stati. Il ragionamento è invece dettato dal profondo rigetto di una prassi ormai consolidata in Occidente che è possibile scatenare guerre in tutto il mondo sulla base del giudizio di democraticità del rivale contendente, senza mai confessare il fine geo-politico. Il che riporta al discorso inconfessabile degli interessi, leciti o illeciti, che muovono i conflitti. Se il problema per legittimare l’invasione di intere nazioni è la non condivisione dei sistemi politici interni agli Stati, come mai i coraggiosi e onnipotenti leader democratico-occidentali non contemplano nei loro piani l’invasione di uno stato esplicitamente comunista come la Repubblica Popolare Cinese? A parte l’ormai conclamata inferiorità tecnologica rispetto al colosso asiatico, c’è un tema che si ha difficoltà a trattare su basi oggettive ed è quello della deterrenza. E veniamo al punto in questione.
In genere, Islamic World Analyzes non segue particolarmente la politica estera italiana, sia per la sua insignificante definizione sia per il suo sterile ruolo nel gioco delle grandi potenze globali. Da italiano, resto indignato davanti alle dichiarazioni del suo Primo Ministro quando ribadisce la necessità di assicurare che l’Iran non possa in alcun caso dotarsi dell’arma nucleare. E questo il giorno stesso in cui una potenza nucleare che rifiuta il controllo internazionale dell’AIEA aggredisce una Repubblica che invece è sottoposta a tale controllo ed è pronta a sedersi attorno ad un tavolo di trattative per eventualmente rassicurare rispetto all’eventualità di costruzione di un’arma nucleare.

Il diplomatico argentino Rafael Grossi, Direttore Generale dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica (AIEA)

Solo due mesi fa avevamo preso posizione a favore dei negoziati USA-Iran a Roma, purché fosse riconosciuta l’evidente disparità esistente nella capacità di difesa tra Israele e Iran e a patto che la trattativa non fosse frutto di un ricatto nei confronti di Tehrān da parte della comunità internazionale (https://www.islamicworld.it/wp/repubblica-islamica-delliran-negoziato-aperto-con-gli-usa-per-evitare-il-ritiro-dal-tnp/). Quel ricatto si è oggi concretizzato a scapito del riconoscimento dell’Iran stesso di determinare i propri destini. Iran first, insomma.
Decisamente, la politica estera di Roma “Garbatella-style” è sottoposta ignominiosamente a quella “Tel Aviv-style” non perché l’orientamento non sia legittimamente espresso nella continuità dell’approccio geo-politico succube che caratterizza la nazione, ma per l’arroganza e la presunzione che la deterrenza in Medio Oriente possa essere patrimonio esclusivo e indissolubile di un regime quanto meno discutibile sul piano del comportamento giuridico internazionale e del rispetto dei diritti umani. L’opzione filo-israeliana dell’Italia degli ultimi 30 anni è dovuta al suo ruolo di proxy di Washington anche quando la Casa Bianca rifiuta quell’occidentalismo di maniera caratteristico del pensiero del Primo Ministro e del suo Ministro degli Esteri, che sarebbe meglio si accorgesse dell’importante funzione di cui è investito, molto diverso da quello di Ministro degli Italiani all’Estero che attualmente comodamente incarna.

Antonio Tajani, Ministro degli Affari Esteri italiano
La politica di deterrenza degli Stati non può essere unilaterale, specie quando si rifiuta la subordinazione al diritto internazionale. La Repubblica Islamica dell’Iran ha adempiuto a questi obblighi e oggi subisce per l’ennesima volta l’aggressione di uno “Stato canaglia” che, mentre cita possibili infrazioni del Trattato di Non Proliferazione Nucleare cui non aderisce, riceve l’acquiescenza anche della timorosa Italia democratico-occidentale. Il diritto alla difesa esiste anche per il popolo iraniano? E l’ombrello nucleare di cui dispone l’Europa è lecito anche per Tehrān se non le sono garantite disposizioni internazionali di sicurezza?
Se davvero si persegue la pacificazione del Medio Oriente, intanto si distingua senza ambiguità il ruolo di aggressore rispetto all’aggredito e si condanni con disposizioni conseguenti l’aggressore (come fatto per altre situazioni belliche in corso); secondo, si richieda il rigetto da parte di Tel Aviv della “Dottrina Begin” che prevede attacchi aerei preventivi e la politica preventiva di contro-proliferazione nei confronti di eventuali soggetti ritenuti arbitrariamente potenziali nemici; terzo, si attivi la diplomazia (qualora ne esista una) per indurre Israele ad aderire al TNP.

Il sionista Gideon Moshe Sa’ar, Ministro degli Esteri di Israele
Se così non fosse e si continuasse nella politica di doppio standard riguardo alla violazione del diritto internazionale, la Repubblica Islamica dell’Iran ha titolo a rivendicare la propria potestà di accedere al nucleare militare. Anche il diritto internazionale, con buona pace di tutti, sarebbe soddisfatto se Tehrān rifiutasse il TNP, seguendo l’esempio di Tel Aviv. A quel punto non dovrebbe dichiarare più nulla, così come Israele non solo non denuncia il numero di testate atomiche che gli esperti stimano in centinaia, me nemmeno ne dichiara il possesso.
È evidente che la questione non riguarda i cavilli giuridici cui si appellano gli Stati. Qui la deriva insensata non solo del suo Primo Ministro, ma dello stesso Stato di Israele, la loro ubriacatura di onnipotenza, ricorda qualcosa già avvenuta nella storia con l’annessione tedesca dei Sudeti nel 1938 e la nascita del Protettorato di Boemia e Moravia l’anno seguente. Purtroppo, la situazione attuale del Medio Oriente fa intravedere il pericolo che la dichiarazione di guerra all’Iran possa rappresentare quello che l’invasione della Polonia nel 1939 rappresentò non solo per i popoli successivamente invasi, ma anche per il mondo intero che fu trascinato in una sconvolgente guerra mondiale.
La realtà geo-politica mostra che gli Stati dotati di armi nucleari siano raccolti in pochi gruppi di potenze in condizioni geografiche di prossimità, logica che risponde alla necessità di controllo reciproco. Cina, Russia e Corea del Nord testimoniano di un nucleo le cui vicende storiche sono state particolarmente intrecciate e qualche volta conflittuali; India e Pakistan sono tuttora in perenne contrasto fin dalla loro nascita, frutto della disgregazione dell’Impero Britannico; Francia e Regno Unito ereditano la plurisecolare contrapposizione sul continente europeo e la contesa per il dominio dei rispettivi imperi coloniali globali. Ma Stati Uniti e Israele? I primi hanno avuto e hanno un problema di sicurezza e deterrenza a livello globale e quindi i loro avversari e i territori da controllare sono considerati ovunque; Israele, da piccola potenza regionale senza contendenti al suo livello, ambisce al controllo esclusivo di Medio Oriente e Nord-Africa.
Questo è il problema della deterrenza nucleare, che abilita Tel Aviv a considerare sottoposti e sacrificabili non soltanto gli Stati contermini in quanto player istituzionali, ma le loro popolazioni e infrastrutture. Si tratta di una strategia dal chiaro volto terroristico di stato, che va ben oltre la “madman theory” immaginata da Richard Nixon per una risposta militare imprevedibile e terrificante.
Adesso, dopo la dichiarazione di guerra alla Repubblica Islamica dell’Iran, Tel Aviv e la sua Knesset sono rosi da un dilemma: i massacri a Gaza e in Cisgiordania coinvolgono centinaia di migliaia di civili inermi, va bene e tutto secondo programmazione. La vera sfida sarà il genocidio di 92 milioni di persone…
Ancora l’Occidente parla di pericolo iraniano, quando “lo Stato canaglia”, ma democratico, ha licenza di uccidere quando e chi vuole? Non resta che attendere la riapertura delle Ambasciate di Israele nel mondo.
