Corte Penale Internazionale – Per quanto ancora?

Le contraddizioni di un organo morente, delegittimato e dalle sembianze politiche

di Glauco D’Agostino

L’incriminazione del Presidente Putin davanti alla Corte Penale Internazionale non fa notizia. È semplicemente una boutade. Sia ben chiaro che non viene messa in discussione la legittimità di un organo istituito per motivi di politica internazionale, che sempre politica è e raramente ha a che fare con la giustizia. Il semplice annuncio dell’incriminazione è servito a indebolire la posizione politica e la reputazione dell’«incriminato» di fronte all’opinione pubblica internazionale. Dunque, se così fosse, azione politica che non si addice alla figura di onorevoli magistrati all’altezza del loro delicato compito di amministratori del diritto. Perché in questo caso diventerebbero semplici esecutori di direttive politiche eterodirette. La stessa natura di questo organo ibrido affonda nell’operato politico dei processi di Norimberga e Tokyo, dove i vincitori umiliavano gli sconfitti attraverso un Tribunale politico spacciato per organo di giustizia.

Dunque, “vae victis!”. Anche il Tribunale Penale Internazionale rischia di mostrarsi strumento politico per punire gli sconfitti. Gli sconfitti, appunto. Come fu per il Tribunale speciale che condannò Milošević alla fine della guerra balcanica dopo la dissoluzione politica dell’ex Jugoslavia. Il tentativo di predeterminare le sorti di un conflitto come quello d’Ucraina attraverso azioni giudiziarie potrebbe essere paragonabile ad un misfatto politico, che in questo caso andrebbe sanzionato con penalità individuali di tipo politico.

È una boutade, si diceva, perché, nel caso specifico, né la Russia né l’Ucraina sono “Stati Parte” della Corte Penale Internazionale, dunque sussisterebbe la mancanza di giurisdizione. Si può sempre ricorrere a codicilli ed eccezioni, senza che nessuno degli Stati mandatari osi opporsi. In gioco ci sono i diritti umani e di questi, si sa, sono titolari alcuni e non altri. Ma, al di là delle disquisizioni giuridiche, questo semplicemente potrebbe significare che è difficile resistere alle pressioni politiche esterne. L’imparzialità è uno dei cardini dello “stato di diritto”, cui sono improntate tutte le Carte fondamentali dell’Unione Europea. E tutti gli Stati aderenti all’Unione Europea sono stati firmatari dello Statuto di Roma del 1998 che istituiva la CPI. Anche tutti loro potrebbero essere oggi complici di questo atto politico più che giudiziario.

A quando la dissoluzione di questo organo morente, delegittimato e dalle sembianze politiche? Morente, perché la situazione politica non é più la stessa del periodo in cui si firmava il famigerato Statuto di Roma. Sembrava che l’Europa, eliminato l’incubo del Comunismo, fosse diventato il Mondo e potesse interpretare i principi attraverso l’uso strumentale del potere giudiziario, anche perché Putin non era ancora in esercizio. La CPI sembra aver intrapreso una strada di non ritorno. Delegittimata perché sembra aver perso progressivamente il suo compito di amministrare il diritto: si è guardata bene di aprire inchieste sui crimini di guerra e contro l’umanità durante la stagione del terrorismo. Ma anche su quelli perpetrati durante le guerre in Iraq e in Afghanistan dagli Stati Uniti e dagli altri invasori alleati e in Palestina da Israele. Anche perché, tra gli altri, Stati Uniti, Cina, Russia, India, Turchia e Israele non hanno aderito o ratificato lo Statuto di Roma. A chi si applicano le sentenze politiche della CPI, se la comunità internazionale ne è fuori? Sembrano sentenze efficaci solo contro i derelitti. Qualcuno si accorge che la propaganda non si addice alle aule giudiziarie?

Oggi il Presidente Xi Jinping è a Mosca per dare la solidarietà del popolo cinese al “caro amico” Putin. Niente di nuovo. Anche l’italiano Berlusconi non ne fa mistero, checché ne dica la Farnesina. A pochi giorni dall’incriminazione dello Tsar (pensate chi possa incriminare uno Tsar!), il successore dell’Impero Celeste dà la solidarietà al Presidente russo con parole inequivocabili: “La Cina e la Russia sono buoni vicini e partner affidabili … Cina e Russia sono fermamente impegnate a salvaguardare il sistema internazionale incentrato sulle Nazioni Unite, l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale e le norme fondamentali delle relazioni internazionali basate su scopi e principi della Carta delle Nazioni Unite”.

Il riferimento all’ONU ricorda a tutti gli attivisti per i diritti che l’organo deputato alla vigilanza è l’ONU. La CPI non è un organo dell’ONU, che invece si avvale della Corte Internazionale di Giustizia, con sede all’Aja. Spesso parlando della Corte dell’Aja, qualcuno surrettiziamente sottintende la CPI che, guarda caso, ha sede all’Aja a pochi passi dalla CIG. Ancora una volta, niente di nuovo. Si chiama messaggio politico.

Da parte sua, il messaggio rassicurante che la CPI invia all’opinione pubblica (parrebbe il suo interlocutore preferito) è che Putin sia uno sconfitto, anzi che proprio l’incriminazione ne provochi e anticipi la caduta. Il messaggio politico è tanto chiaro quanto inesatto. L’incontro odierno di Mosca lo testimonia, anche se non era necessario per chi si occupa della materia. “Salvaguardare l’ordine internazionale sostenuto dal diritto internazionale” significa affidarsi all’ONU e al suo Consiglio di Sicurezza. Ma alla CPI, che dovrebbe chiedere l’autorizzazione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU per agire fuori giurisdizione, non importa che i due commensali di oggi al Cremlino detengano il veto per qualsiasi risoluzione sia gradita a Roma, a Bruxelles e perfino a Washington. Non sembra tanto una situazione da sconfitti. La CPI se ne faccia una ragione.

In definitiva, delle due l’una: o la Corte dell’Aja (oops!) la Corte Penale Internazionale dell’Aja arresta Putin, dimostrando di avere la forza di esecuzione del proprio mandato, oppure la comunità internazionale si adoperi per la dissoluzione di un organo inefficace!

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