USA – Come Nikki Haley, Ambasciatore all’ONU dimissionario, ha condotto il Paese verso l’isolamento

di Tom O’Connor*

Libera traduzione da: Newsweek, October 9th, 2018, 12:59 PM

Nikki Haley [nella foto sopra, N.d.T.] si è dimessa dal suo incarico di Ambasciatore degli Stati Uniti presso le Nazioni Unite, lasciando dietro di sé una tormentata relazione tra l’attuale leadership del Paese e l’organismo multinazionale.

Non ha rivelato il motivo della sua rinuncia, ma martedì, durante un discorso televisivo al fianco del Presidente Donald Trump, ha definito il lavoro “un onore di una vita”. Ha aggiunto di non avere “nessuna ragione personale” per ritirarsi e che “è molto importante che i funzionari di governo comprendano quando è il momento di farsi da parte”.

Haley era stata nominata inviata di Trump all’ONU giorni dopo che il leader repubblicano era entrato in carica all’inizio dell’anno scorso. Durante il suo mandato, l’ex Governatore della Carolina del Sud ha curato l’uscita degli Stati Uniti da importanti organizzazioni e accordi internazionali, spesso citando la linea ufficiale dell’Amministrazione di dare priorità alla sicurezza nazionale, agli interessi americani e al sostegno costante a Israele.

“Guardate cosa è successo in due anni con la politica estera degli Stati Uniti. Ora gli Stati Uniti sono rispettati”, ha detto Trump martedì. “Alcuni Paesi potrebbero non apprezzare ciò che facciamo, ma rispettano quello che facciamo. Ora, se diciamo che faremo qualcosa, la porteremo a termine … sia che si tratti di armi chimiche in Siria o della NATO e di altri Paesi che devono pagare la loro quota, sia che si tratti di affari commerciali, che sono stati sorprendenti. Hanno capito che il Presidente fa sul serio e che noi andremo avanti”.

Sebbene gli Stati Uniti abbiano spesso cercato il sostegno della comunità internazionale nel prendere decisioni importanti, non hanno permesso che l’assenza di questo supporto li inducesse a intraprendere un’azione unilaterale. Ecco alcuni dei casi più importanti in cui la Haley si è ritrovata isolata all’ONU.

Accordo di Parigi sul clima

L’Accordo di Parigi sul clima è stato adottato nel 2015 come parte della Convenzione Quadro delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici [nota anche come Accordi di Rio, N.d.T.] e, quando Trump è entrato in carica a gennaio dello scorso anno, tutti i Paesi della Terra [e anche l’Unione Europea, N.d.T.] avevano firmato l’accordo, con le eccezioni del Nicaragua – che ha ritenuto che l’accordo non sia andato abbastanza lontano – e della Siria – che stava subendo una feroce guerra civile. Entrambi i Paesi l’hanno da allora riconsiderato [entrambi hanno aderito tra ottobre e novembre 2017, N.d.T.]. Trump in passato ha espresso scetticismo nei confronti della teoria del cambiamento climatico e la sua decisione di tirare fuori gli Stati Uniti dall’accordo lo scorso giugno ha profondamente deluso persino stretti alleati come la Francia, il cui Presidente [nella foto sotto con il Presidente Trump, N.d.T.] il mese scorso ha detto all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite che il Paese “non firmerà più accordi commerciali con i poteri che non rispettano l’Accordo di Parigi”.

Dopo l’uscita degli Stati Uniti, la Haley è sembrata moderare le critiche nei confronti delle concezioni non tradizionali dell’Amministrazione sui cambiamenti climatici, argomentando in un’intervista dell’agosto 2017 dello show Today che, “solo perché siamo usciti dall’Accordo di Parigi, non significa che non crediamo nella protezione del clima” e affermando che il cambiamento climatico è “reale”.

UNESCO

Una delle posizioni più coerenti degli Stati Uniti durante il periodo della Haley è stato il devoto sostegno a Israele. L’unico stato a maggioranza ebraica al mondo ha a lungo sostenuto di ricevere un trattamento ingiusto all’ONU, dove un certo numero di Stati arabi e musulmani ha criticato il trattamento israeliano dei Palestinesi e l’occupazione di terre riconosciute come palestinesi a livello mondiale. Dalla sua fondazione nel 1948, le successive Amministrazioni USA hanno difeso Israele contro pregiudizi percepiti, ma la goccia che ha fatto traboccare il vaso è sembrata una risoluzione di luglio dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Educazione, la Scienza e la Cultura (UNESCO) che etichettava la Città Vecchia di Ḥebron, in Cisgiordania, come sito patrimonio mondiale dell’Umanità palestinese e non israeliano.

“L’intento dell’UNESCO è buono, ma sfortunatamente la sua estrema politicizzazione è diventata un imbarazzo cronico”, ha dichiarato la Haley quando gli Stati Uniti ne sono usciti lo scorso ottobre.

Gerusalemme

In un’altra dimostrazione di sostegno a Israele, gli Stati Uniti si sono mossi per sfidare decenni di consenso internazionale sul contestato status di Gerusalemme, riconoscendo la Città Sacra come capitale di Israele. La città, rivendicata come capitale da Israeliani e Palestinesi, ricevette inizialmente uno status internazionale, ma fu divisa tra Israele e Giordania dopo il primo conflitto arabo-israeliano. Israele ha annesso la metà orientale controllata dagli Arabi dopo un’altra guerra nel 1967 e l’ha annessa nel 1980, dando effettivamente a Israele il controllo dell’intera città. Alla Giordania sono state lasciate funzioni amministrative su siti santi islamici come la Moschea al-Aqṣā [dove il Profeta Muḥammad ha iniziato la sua Ascesa al Cielo, N.d.T.] e la Cupola della Roccia.

Il Primo Ministro israeliano Binyamin Netanyahu

Quando a dicembre Trump ha annunciato che non solo avrebbe proclamato Gerusalemme capitale di Israele, ma avrebbe anche trasferito l’Ambasciata di Washington da Tel Aviv alla Città Santa, gli Stati Uniti sono stati costretti a usare il loro privilegio come membro permanente del Consiglio di Sicurezza, ponendo il veto a una risoluzione che condannava la decisione. Una successiva risoluzione che considerava “nulla” la mossa di Trump fu approvata all’Assemblea Generale con 129 voti contro 9 e vide i principali alleati degli Stati Uniti sfidare la minaccia della Haley per ottenere assistenza finanziaria. Dopo il voto, l’Ambasciatore USA invitò a un party “di amicizia” i 64 Paesi che avevano votato “No” o si erano astenuti o non avevano votato affatto.

Accordo con l’Iran

Il raggiungimento dell’accordo nucleare iraniano tra le Amministrazioni dell’ex Presidente Barack Obama e del Presidente iraniano Ḥasan Ruhani è stato ampiamente riconosciuto come una pietra miliare diplomatica e firmato congiuntamente da Cina, Francia, Germania, Russia e Regno Unito. Con l’accordo, l’Iran ha accettato di restringere la propria produzione nucleare in cambio di una revoca delle sanzioni, ma i conservatori statunitensi – insieme con Israele e Arabia Saudita, accaniti nemici dell’Iran – hanno ritenuto che non si sia andati abbastanza lontano nel limitare il supporto dell’Iran ai movimenti armati all’estero e lo sviluppo di missili balistici.

Trump aveva promesso di rinegoziare o rottamare l’accordo sulla scia della sua campagna elettorale e, dopo il suo insediamento, ha spinto i suoi funzionari a trovare casi di non conformità iraniana. Anche se il Dipartimento di Stato e l’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica avevano riscontrato che Tehrān rispettava l’accordo e nonostante gli appelli degli altri firmatari dell’accordo, Trump ha annunciato a maggio che gli Stati Uniti erano ufficialmente fuori da quello che la Haley ha definito un “terribile accordo che ha solo permesso all’Iran di peggiorare la cattiva condotta internazionale”.

Consiglio per i Diritti Umani

Il Consiglio per i Diritti Umani è stato fondato nel 2006, ma gli Stati Uniti non vi hanno aderito fino al 2009, con Obama. Come altre agenzie ONU, è stato accusato dagli Stati Uniti di portare pregiudizio contro Israele e di offrire una tribuna a Paesi autoritari criticati proprio sul piano dei diritti umani. Dopo che il Consiglio ha provveduto a incolpare Israele per aver ucciso Palestinesi durante le violente manifestazioni di Gaza che chiedevano il diritto al ritorno alle terre da cui erano stati sfollati e protestavano contro il trasferimento dell’Ambasciata USA a Gerusalemme, a luglio gli Stati Uniti sono stati il primo Paese a lasciare volontariamente l’organizzazione, bollata dalla Haley come un “pozzo nero di pregiudizi politici”.

“Violatori dei diritti umani continuano a far parte e ad essere eletti nel Consiglio”, disse la Haley all’epoca. “I regimi più disumani del mondo continuano a sfuggire al controllo e il Consiglio continua a politicizzare il capro espiatorio di Paesi con record di diritti umani positivi nel tentativo di distrarre [l’attenzione, N.d.T.] dai violatori tra le sue fila”.

 

* Tom O’Connor è specializzato in Medio Oriente, Corea del Nord e altri conflitti stranieri per Newsweek e precedentemente per International Business Times, New York Post, The Daily Star (Libano) e Staten Island Advance.

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