TURCHIA – IL PRESIDENTE ERDOĞAN SALVA LA DEMOCRAZIA E L’ORDINE COSTITUZIONALE

La sensibilità democratica del popolo turco e le esitazioni degli alleati internazionali

di Glauco D’Agostino

Aggiornato al 18 luglio 2016, 04:52 GMT

Lo aveva detto Erdoğan: “Noi supereremo questo. Non ho mai riconosciuto alcun potere al di sopra della volontà del popolo”. Alla sua prima apparizione su FaceTime durante una video-chiamata alla CNN turca e nel corso del tentativo di sovvertimento delle istituzioni democratiche, il Presidente si era subito mostrato risoluto e dalla parte del popolo, rispondendo alle velleità dei golpisti di accreditarsi presso eventuali interlocutori internazionali. Una delle loro prime dichiarazioni diceva: “Le Forze Armate turche hanno completamente ripreso l’Amministrazione del Paese per ripristinare l’ordine costituzionale, i diritti dell’uomo e le libertà, lo stato di diritto e la sicurezza generale che è stata danneggiata. Tutti gli accordi internazionali sono ancora validi. Speriamo che i nostri buoni rapporti con tutti i Paesi continueranno”.

E mentre l’italiana Federica Mogherini, Alto Rappresentante dell’Unione Europea per gli Affari Esteri e la Politica di Sicurezza, tempestivamente tweettava dalla Mongolia “Invito a moderazione e rispetto delle istituzioni democratiche”, le prime reazioni degli Stati Uniti giungevano, tardive e a colpo di stato in corso, dal Segretario di Stato John Kerry (in quel momento in missione in Russia per colloqui sulla Siria) e non sembravano certo un endorsement in favore dell’ordine democratico: “Spero che ci sia pace e stabilità e continuità all’interno della Turchia, ma non ho nulla da aggiungere rispetto a ciò che è emerso in questo momento”. Il riferimento alla continuità senza ulteriori specificazioni sembrava piuttosto un’apertura a qualsiasi soluzione che non modificasse la politica estera della Repubblica Turca.

Ma già il legittimo Presidente aveva rivendicato il suo ruolo di leader della Nazione e aveva chiamato il popolo in piazza per difendere le istituzioni. E il suo ex Primo Ministro Ahmet Davutoğlu, dimissionato dall’incarico da meno di due mesi, preconizzava l’insuccesso del tentato golpe: “La Turchia è una democrazia … Non credo che questo tentativo avrà successo. Non ci può essere alcun tentativo di destabilizzare la Turchia. Stiamo affrontando così tante crisi in Siria e in altre regioni, è il momento di offrire solidarietà al popolo turco … In questo momento le persone in diverse città sono per le strade, le piazze contro questo tentativo di colpo di stato”.

Bisognava aspettare ben tre ore dall’inizio del golpe prima che il maggiore alleato, gli Stati Uniti, attraverso il Presidente Barack Obama, si esprimesse senza ambiguità, invitando tutte le parti a “sostenere il governo democraticamente eletto della Turchia, dar prova di moderazione ed evitare qualsiasi violenza o spargimento di sangue”. Esitazioni che sono costate alla Turchia 290 morti, tra cui più di 100 insorti, e 1.400 feriti (secondo i dati forniti oggi dal Ministero degli Esteri). Perché solo a quel punto il chiarimento diplomatico consentiva al Presidente Erdoğan (nella foto sopra) di atterrare all’Aeroporto di Istanbul per parlare ai concittadini: “Per quanto crediamo, finché siamo vivi, saremo pronti a morire per la causa per affrontare queste persone … Non andremo a compromessi … Pagheranno un caro prezzo per questo … Quest’insurrezione è un dono di Dio per noi, perché questo sarà un motivo per purificare il nostro esercito”. Domenica il Presidente ha esteso il target, promettendo presso la Moschea Fatih a Istanbul: “Continueremo a ripulire il virus da tutte le istituzioni statali, perché questo virus si è diffuso. Purtroppo come un cancro, questo virus ha avvolto lo Stato”.

Al momento, l’opera di pulizia ha prodotto l’arresto di 6.000 persone, secondo quanto affermato dal Ministro della Giustizia turco Bekir Bozdağ, il quale ha aggiunto che il numero è destinato ad aumentare. Tra gli arrestati: i Gen. Adem Huduti e Erdal Öztürk, rispettivamente Comandanti della Seconda e Terza Armata; il Gen. Akin Öztürk, membro del Supremo Consiglio Militare, già Capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica e indicato dal quotidiano liberale Hürriyet come il leader del tentato golpe; il Gen. Bekir Ercan Van, Comandante della base aerea di İncirlik, che gli Stati Uniti utilizzano per lanciare attacchi aerei sullo Stato Islamico in Siria e Iraq; e il Col. Ali Yazıcı, assistente militare di alto livello di Erdoğan. E non solo militari. Citando una decisione del Consiglio Superiore dei Giudici e dei Pubblici Ministeri, l’emittente televisiva NTV ha riferito che le autorità avevano rimosso 2.745 giudici. Arrestati 140 componenti della Corte Costituzionale, tra cui il suo autorevole Vice-Presidente Alparslan Altan, e 48 membri del Consiglio di Stato.

La crisi più preoccupante sembra quella scoppiata in ambito NATO tra Turchia e Stati Uniti. Ai sospetti avanzati dal Ministro turco del Lavoro e della Sicurezza Sociale Faruk Çelik che dietro il colpo di stato ci fosse il consenso tacito di Washington, Kerry ha risposto fermamente che “pubbliche insinuazioni o pretese in merito a un ruolo degli Stati Uniti nel fallito tentativo di colpo di stato sono assolutamente false e dannose per le nostre relazioni bilaterali”. Kerry ha anche telefonato al Ministro degli Esteri turco Mevlüt Çavuşoğlu per sottolineare “il sostegno assoluto per il governo civile democraticamente eletto e le istituzioni democratiche della Turchia”. Ma intanto la base di İncirlik è rimasta chiusa ai voli aerei per un giorno, facendo temere un inasprimento del confronto diplomatico turco-americano. Lo spazio aereo è stato però riaperto oggi.

Nel frattempo, decine di migliaia di persone hanno manifestato nelle piazze e nelle strade di molte città turche a sostegno del proprio Presidente e continuano a manifestare proprio in risposta alla chiamata di Erdoğan che, evidentemente, giudica la situazione ancora a rischio finché non sia stata completamente chiarita la dinamica e le responsabilità del fallito golpe. Fondamentale per la mobilitazione popolare è stato l’appello delle moschee alla resistenza. Un tweet molto popolare osservava: “Per la prima volta nella storia della Turchia le moschee non hanno spazio per chi vuole eseguire le preghiere del mattino, cosicché lo fanno nelle strade. Ringraziamo Dio per la repressione del colpo di stato”. Durante le manifestazioni la folla ha spesso espresso la richiesta dell’introduzione della pena di morte. Erdoğan ha risposto: “Non possiamo ignorare la richiesta del popolo in una democrazia. Questo è un vostro diritto … Questo diritto deve essere valutato dalle autorità competenti secondo la Costituzione e una decisione può essere presa”.

A proposito degli ispiratori del colpo di stato, Erdoğan ha puntato il dito contro “lo stato parallelo”, che si sovrapporrebbe alle istituzioni ufficiali leali alla Costituzione. L’accusa rimanda alle imputazioni del processo Ergenekon, il nome di un’organizzazione clandestina ultra-nazionalista laicista (con ramificazioni nell’apparato militare e dei servizi) imputata di sovversione dal 2008 sulla scia dello scandalo Susurluk del 1996. Dunque, una struttura persistente che da decenni controllerebbe la vita pubblica della Turchia. Al di là di questi riferimenti, sia il Presidente turco sia il governo chiamano in causa i seguaci del filosofo musulmano Fethullah Gülen, il 75enne religioso ḥanafita leader del movimento Hizmet che dal 1999 vive e opera a Saylorsburg, Pennsyvlania, e che Erdoğan ha più volte accusato di fomentare la rivolta tra i militari, la polizia, gli organi d’informazione e la magistratura. Tuona il Presidente: “Il tradimento che hai dimostrato verso questa nazione e questa comunità è sufficiente … Se hai il coraggio, rientra nel tuo Paese. Se puoi. Non avrai modo di mettere questo Paese a soqquadro da dove ti trovi. La Turchia non sarà retta da una casa in Pennsylvania”.

Erdoğan ha chiesto agli Stati Uniti di estradare Gülen, ricevendo dal Segretario di Stato americano risposte elusive che certamente non chiarificano i rapporti tra i due alleati. Ma, d’altra parte, il religioso ha negato in una dichiarazione le accuse di aver giocato un ruolo nel tentato colpo di stato. “Condanno, nel modo più assoluto, il tentativo di golpe militare in Turchia … Come chiunque abbia sofferto sotto molteplici colpi di stato militari nel corso degli ultimi cinque decenni, è particolarmente offensivo essere accusato di avere qualsiasi collegamento a un tentativo del genere. Nego categoricamente tali accuse”.

Questa volta la sensibilità democratica dei Turchi si è rivelata non soltanto nelle loro componenti popolari, quando a decine hanno sfidato i carri armati e messo alle strette atterriti soldati insorti, ma anche nelle loro rappresentanze politiche, opposizioni comprese. Questo riconoscimento è giunto anche dal Primo Ministro Binali Yıldırım (nella foto sopra tratta da blogs.ft.com), che le ha ringraziate per il loro coraggio, presentandole come un esempio di democrazia nel mondo. Sabato, durante la sessione straordinaria del Parlamento, i leader di tutti i gruppi parlamentari hanno condannato il tentativo di colpo di stato in una dichiarazione congiunta. Ma già separatamente tutti i maggiori partiti del Paese lo avevano fatto a golpe in corso, isolando politicamente l’insurrezione.

Kemal Kılıçdaroğlu, musulmano alevi e leader del kemalista Partito Repubblicano del Popolo (CHP), ha preso posizione contro il colpo di stato in una serie di tweet, dicendo che il Paese ha “sofferto molto” nelle azioni militari del passato. Persino il Partito Democratico Popolare (HDP), di sinistra e filo-curdo, si è dichiarato contro qualsiasi forma di colpo di stato e per il rispetto della legalità: “HDP, in linea di principio e in ogni circostanza, è contro tutti i tipi di colpi di stato. Non c’è modo diverso dalla democrazia. Questo è un periodo difficile e critico, qualunque sia la ragione nessuno dovrebbe mettere se stesso al posto della volontà del popolo”.

Il governo si era espresso attraverso le parole del Primo Ministro Yıldırım e del Ministro degli Esteri Çavuşoğlu. Il primo: “La nostra nazione ha dimostrato in questo frangente una grande resilienza. Coloro che hanno attuato quest’insurrezione dovrebbero capire questa realtà, che nessuno può giocare con la stabilità di questo Paese e l’amore per la libertà e la democrazia”. Il secondo aveva sottolineato che il colpo di stato “è stato sventato dal popolo turco in unità e solidarietà … Il tentativo di colpo di stato non ha coinvolto nella loro interezza le Forze Armate turche. È stato condotto da una cricca all’interno delle Forze Armate e ha ricevuto una meritata risposta dalla nostra nazione”. L’ex Presidente turco Abdullah Gül ancora durante il golpe aveva richiamato “coloro che tentano di rovesciare il governo a tornare nelle caserme … La Turchia non è un Paese dell’America Latina”.

Tutte le dichiarazioni degli alleati sono state tardive e a tentativo di golpe praticamente fallito.

Il capo della NATO Jens Stoltenberg ha elogiato la Turchia in quanto “prezioso alleato” e ha salutato il “forte sostegno” della democrazia da parte del popolo turco: “Accolgo con favore il forte sostegno dimostrato dal popolo e da tutti i partiti politici alla democrazia e al governo democraticamente eletto della Turchia”. Il Cancelliere tedesco Angela Merkel ha chiesto la continuazione dello stato di diritto e il rispetto dell’ordine democratico, seguita dal suo Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier, che ha condannato “qualsiasi tentativo di modificare con la forza l’ordine democratico in Turchia”. Il Ministro degli Esteri francese Jean-Marc Ayrault ha reagito così: “La popolazione turca ha dimostrato maturità e coraggio, impegnandosi al rispetto delle sue istituzioni. Ha pagato il prezzo con molte vittime”. Il polacco Donald Tusk, Presidente del Consiglio Europeo, si è espresso sabato da Ulan Bator: “La Turchia è un partner chiave per l’Unione Europea. L’UE sostiene pienamente il governo democraticamente eletto, le istituzioni del Paese e lo stato di diritto. Chiediamo un rapido ritorno all’ordine costituzionale della Turchia”.

Anche in Medio Oriente ci sono state varie reazioni. Il Qatar, considerato anch’esso un alleato della Turchia, “ha espresso la sua forte denuncia e condanna del tentativo di colpo di stato militare, l’illegalità e la violazione della legittimità costituzionale nella Repubblica di Turchia”. Moḥammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri della Repubblica Islamica dell’Iran, ha scritto su Twitter: “I colpi di stato non hanno posto nella nostra regione e sono destinati a fallire … Profondamente preoccupato per la crisi in Turchia. La stabilità, la democrazia e la sicurezza del popolo turco sono fondamentali. L’unità e la prudenza sono indispensabili”.

Secondo un rapporto dell’agenzia di stampa Reuters, quando si è sparsa la voce che c’era stato un tentativo di rovesciare Erdoğan, a Damasco, capitale della Siria, si sono verificate manifestazioni di giubilo accompagnate da sparatorie gioiose. Anche nella città divisa di Aleppo le persone sono scese in piazza per festeggiare. Viceversa, un gruppo di opposizione siriana basato in Turchia si è congratulato con il popolo turco per aver arrestato un colpo di stato. In una dichiarazione, la Coalizione Nazionale Siriana ha detto che la Turchia ha protetto le sue istituzioni democratiche “di fronte ai tentativi oscuri e disperati che hanno cercato di prendere il controllo della volontà popolare”.

Il Ministro degli Esteri russo Sergeij Lavrov ha sottolineato la necessità di evitare qualsiasi “bagno di sangue”, dicendo che “i problemi in Turchia devono essere risolti conformemente alla Costituzione”. In una dichiarazione il Ministro degli Esteri indiano Sushma Swaraj ha detto: “L’India invita tutte le parti a sostenere la democrazia e il mandato del voto e ad evitare spargimenti di sangue”.

Alla fine della vicenda, Erdoğan riceve l’ammirazione e la fedeltà di milioni di turchi. Certamente per avere difeso la democrazia e l’ordine costituzionale, ma, in un bilancio ormai più che decennale, per aver rimesso ordine ad un’economia una volta afflitta da periodiche crisi. Sotto il suo governo il tenore di vita è aumentato costantemente e nel primo trimestre di quest’anno il PIL è cresciuto maggiormente del previsto, circa il 4,8 % rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

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