Oman – La morte del Sultano Qābūs bin Saʿīd lascia il Golfo senza un mediatore

La sua perdita arriva in un momento di particolare incertezza nella regione a causa del confronto tra Iran e Stati Uniti

Islamic World Analyzes rende omaggio alla figura del Sultano ibadita Qābūs bin Saʿīd nell’ora in cui lascia la vita terrena e tramanda la sua leadership politica e religiosa al successore. Propone allo scopo la traduzione in Italiano dell’articolo di Ángeles Espinosa. Consiglia anche la rilettura dell’articolo sull’Oman che Mirren Gidda ha proposto su Newsweek e che è stato in parte tradotto su www.islamicworld.it il 28 gennaio 2017 (https://www.islamicworld.it/wp/oman-quanto-tempo-ancora-puo-unoasi-pace-medio-oriente/).

di Ángeles Espinosa*

pubblicato oggi 11 gennaio 2020 sul quotidiano spagnolo El País

Il Sultano Qābūs dell’Oman [foto sopra, N.d.T.] è morto all’età di 79 anni, dopo essere stato per mezzo secolo alla testa del Paese, come riportato sabato dal Palazzo Reale. Il tempestivo annuncio della sua successione da parte di uno dei suoi cugini e finora Ministro della Cultura, Haitham bin Ṭāriq Ās-Saʿīd, 65 anni, chiude decenni di speculazioni sull’assenza di un erede designato in questo Paese della Penisola Arabica, la cui maggioranza dei quattro milioni di abitanti non ha conosciuto un altro Monarca. Tuttavia, arriva in un momento di particolare incertezza nella regione a causa del confronto tra Iran e Stati Uniti; la discreta diplomazia promossa da Qābūs ha contribuito a ridurre le tensioni e a raggiungere accordi. La staffetta sul trono mette alla prova la solidità delle istituzioni dell’Oman e resta da vedere se il successore manterrà questo ruolo di mediatore.

Qābūs bin Saʿīd Ās-Saʿīd (Ṣalāla, 1940) era salito al potere nel 1970 con un colpo di stato contro suo padre. Membro della quattordicesima generazione discendente dal fondatore della Dinastia Āl Bū Saʿīdī, che stabilì il sultanato nel XVII secolo dopo aver espulso i Portoghesi da Masqaṭ [una sua immagine nella foto sotto, N.d.T.], era stato educato in India e alla Sandhurst Military Academy nel Regno Unito; aveva anche trascorso un anno con l’Esercito britannico in Germania.

Al suo ritorno in Oman, in un episodio che ricorda “La vita è sogno” di Calderón de la Barca, suo padre, il Sultano Saʿīd bin Taymūr, lo rinchiuse nel palazzo non perché, come il Re Basilio [il Re-astrologo debole e indeciso di un’immaginaria Polonia creato dalla fantasia di Calderón de la Barca, N.d.T.], pensava che sarebbe diventato un sovrano crudele, ma per paura delle idee di modernizzazione che portava con sé. Il Sultanato era allora uno stato feudale in cui al calar della notte le porte della città venivano chiuse. Con l’aiuto di ufficiali britannici che addestravano l’Esercito dell’Oman, il giovane Principe rovesciò suo padre e lo mandò in esilio a Londra. Così iniziava quello che la propaganda ufficiale ha chiamato “rinascita”.

Il Paese di cui prese il controllo mancava di assistenza sanitaria o di scuole e aveva a malapena una dozzina di chilometri di strada asfaltata. Ancor più gravemente, una rivolta comunista nella provincia occidentale di Ẓufār minacciava di far crollare la Monarchia, proprio come era accaduto in Egitto, Iraq e nel vicino Yemen. Con l’aiuto dello Shāh dell’Iran e del Re Ḥuseyn di Giordania, riuscì a sconfiggere gli insorti, ma, in un gesto di quello che sarebbe stato il suo stile di governo, offrì un’amnistia agli sconfitti, mentre promise una ferma risposta militare a chi non avesse deposto le armi.

Da allora in poi, e sempre con la consulenza discreta dei suoi consiglieri britannici, ha utilizzato i proventi del petrolio (riserve stimate in 5.500 milioni di barili) per modernizzare il Paese e renderlo uno dei migliori governati e stabili della regione. Tuttavia, nell’ultimo decennio è apparso chiaro che le attività e i contratti statali si stavano concentrando su alcune famiglie e si è estesa la percezione che la ricchezza proveniente dal petrolio non fosse più distribuita con equità. Il suo benevolo autoritarismo gli è valso l’affetto della maggior parte dei suoi sudditi, ma non ha preparato il Paese ad una transizione.

L’Oman ha vissuto la sua versione della Primavera Araba nel 2011, alla quale il Sultano ha risposto in parte con la tradizionale formula di maggiori investimenti e occupazione statali, in parte con riforme politiche come l’estensione dei poteri legislativi del Parlamento, ma senza rinunciare al suo potere assoluto. Le manifestazioni sono cessate con il rilascio di tutti i detenuti nelle proteste, ma si sono anche ridotte le possibilità di critica con la reclusione di blogger e attivisti per i diritti umani.

In politica estera, il Sultano scelse di bilanciare il peso della vicina Arabia Saudita mantenendo i suoi tradizionali buoni rapporti con l’Iran, anche dopo la Rivoluzione del 1979. Questa indipendenza gli permise di diventare un mediatore discreto nelle crisi regionali e di estendere i suoi servigi agli Stati Uniti. È stato il Monarca dell’Oman che ha ottenuto il rilascio dei tre escursionisti americani imprigionati nella Repubblica Islamica nel 2011 e ha ospitato nel suo palazzo i colloqui segreti tra i due nemici che hanno permesso di avviare i negoziati sull’accordo nucleare del 2015, ora in crisi.

Negli ultimi anni era stato curato per un cancro al colon in Germania, il che aumentava la preoccupazione per l’assenza di un erede. Sebbene nel 1976 Qābūs avesse sposato sua cugina Nawal bint Tāriq, il matrimonio è durato appena tre anni e i due non hanno avuto figli. Quindi per qualche tempo il dubbio sul suo successore ha aleggiato sul Sultanato. La segretezza che circonda la successione ha affascinato gli osservatori per anni. La Costituzione dell’Oman, la Legge fondamentale concessa dal Sultano nel 1996 e rivista nel 2011, stabilisce che è la famiglia reale a decidere il nuovo Sultano, ma se non dovesse accordarsi entro tre giorni, una lettera del defunto avrebbe indicato la sua scelta. Pare non sia stato necessario aprirla.

 

* Ángeles Espinosa (Logroño,  Comunità Autonoma di La Rioja, Regno di Spagna, 1962). Corrispondente a Dubai, dopo Tehrān, Baġdād, Il Cairo e Beirut. Da quando è arrivata a El País nel 1984, ha coperto tutti i conflitti e i principali eventi politici in Medio Oriente. Ha anche intervistato i suoi principali leader, dal Re ‘Abd Allāh dell’Arabia Saudita, ai Presidenti iraniani Khatami e Aḥmadinejād. Master in Relazioni Internazionali presso la School of Advanced International Studies John Hopkins di Washington, è autrice di “The Kingdom of the Desert” (sull’Arabia Saudita) e coautrice di “Days of War” (sull’invasione dell’Iraq nel 2003). Ha ricevuto due premi Ortega y Gasset per la copertura delle guerre in Afghanistan (2002) e Iraq (2003, ex aequo), il premio del Club Internacional de Prensa per il miglior lavoro all’estero (2003) e il premio Victor de la Serna dell’Associazione della Stampa di Madrid (2011).

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