IWA MONTHLY FOCUS

LA LIBIA RICHIEDE LA MEDIAZIONE SUFI DELLA SANŪSIYYA

La necessità della restaurazione monarchica come garanzia per il ritorno alla stabilità e alla sicurezza nel Paese

di Glauco D’Agostino

Sanūsī in marcia contro gli Inglesi in Egitto (1910-15 circa)

Sanūsī in marcia contro gli Inglesi in Egitto (1910-15 circa)

Le dichiarazioni pubbliche del Ministro degli Esteri libico Moḥamed Abdelaziz, che il 25 marzo scorso in Kuwait partecipava ad una riunione preparatoria per il 25° vertice della Lega degli Stati Arabi, hanno rilanciato l’opzione monarchica come soluzione istituzionale adeguata ad affrontare la situazione di scollamento che la Libia sta vivendo dopo l’abbattimento del regime di Gheddafi.

La notizia, rilanciata per prima dal quotidiano saudita Okaz, dimostra come il dibattito sul richiamo dei Sanūsī alla guida dello Stato sia attuale, tanto a livello popolare quanto agli alti vertici nazionali. “Molti sceicchi tribali che hanno vissuto sotto la Monarchia e la conoscono, preferiscono un tale sistema di governo“ ha aggiunto il Ministro. Poi, esplicitando il proprio personale impegno a coinvolgere le comunità anche al di là dei propri incarichi governativi, ha motivato la necessità della restaurazione monarchica come garanzia per il ritorno alla stabilità e alla sicurezza nel Paese, invocando il ripristino, la revisione e l’aggiornamento della Costituzione del 1951, che molti osservatori ritengono una delle migliori leggi fondamentali dei tempi moderni. Quella Costituzione, prima dell’abolizione del sistema di governo federale il 25 aprile 1963, univa sotto una Monarchia costituzionale le tre regioni di Tripoli, Barqa (la Cirenaica) e Fezzan e aveva due capitali: Tripoli e Bengasi. Questo modello, secondo Abdelaziz, è quello che assicura l’unità della Nazione, la legittimità dinastica, la lealtà delle tribù e della popolazione, la separazione tra i poteri rappresentativi del Monarca e quelli effettivi del governo federale, la tangibilità di una libera e reale opposizione. “Quando parliamo di legittimità reale, intendiamo i valori centristi, il movimento Sanūsī e la storia e lealtà per l’ultimo Re Idrīs as-Sanūsī” spiega. E molti, anche tra gli osservatori occidentali, pensano che un altro Capo di Stato attivo in politica non corrisponda esattamente alle aspettative di imparzialità che il popolo libico richiede.

La revisione del giudizio della nuova Libia nei confronti dei Sanūsī era subito risultata chiara quando i rivoluzionari avevano issato la bandiera del Regno di Libia e avevano cominciato a cantare l’inno della Libia monarchica e quando l’una e l’altro erano diventati i simboli ufficiali del nuovo Stato. Poi, a febbraio scorso l’allora Primo Ministro ʿAlī Zīdān aveva presentato un progetto di legge al Congresso Nazionale Generale (l’organo legislativo) per abrogare la legge che esiliava la famiglia reale. Due mesi fa, il 5 marzo, il Governo provvisorio ha deciso di “riabilitare” la famiglia reale, ridando la cittadinanza ai suoi membri e ponendo le premesse giuridiche per la restituzione dei beni confiscati dopo il colpo di stato del 1969.

La capacità di rappresentare unità e identità che si attribuisce ai Sanūsī come guida del popolo libico si è consolidata per le caratteristiche della loro storia, che accomuna aspetti religiosi e politici travasati su un territorio privo di omogeneità etnica, senza alcun passato nazionale alle spalle prima del 1951 e fortemente radicato nelle convinzioni religiose delle sue comunità. I Sanūsī hanno prima dato un riferimento etico e comportamentale alle popolazioni locali attraverso la Sanūsiyya, la Confraternita sufi riformista fondata alla Mecca nel 1837 dal loro progenitore Sharīf Sayyid Muḥammad ibn ‘Alī, il Grande Sanūsī; poi, acquisendo la connotazione dell’Islamismo militante, hanno fornito loro una consapevolezza politica e gradualmente ne sono diventati leader naturali. In sintesi, ecco la loro ascesa:

  • con la fondazione nel 1840 di az-Zāwiya al-Bayḑā’(il Monastero Bianco), nella Cirenaica ottomana, danno vita ad una embrionale struttura di governo, che riscuote tributi, controlla le rotte dei pellegrinaggi verso la Mecca e mantiene la pace tra le tribù, per poi espandersi nelle oasi sahariane della Cirenaica sud-orientale (da Giarabub a Jof e Kufra), del Tchad, del Darfur, del Sudan e perfino in Nigeria, Egitto e Penisola Arabica;
  • con l’inizio della lotta anti-coloniale contro Francesi e Italiani, si distinguono, animati da ideali pan-Islamisti, attraverso le gesta insurrezionali di Sayyid Aḥmad ash-Sharīf Pasha, Moḥammed el-Barrani e Sīdī ‘Umar al-Mukhtār;
  • nel 1913, dichiarando il jihād contro l’Italia (che l’anno prima aveva reso quella terra suo Protettorato), proclamano lo Stato indipendente di Cirenaica, che cadrà tre anni dopo;
  • nel 1917 l’Italia attribuisce a Sayyid Muḥammad Idrīs, futuro Re di Libia, l’amministrazione delle zone interne (con il titolo di Amīr delle oasi di Kufra, Giarabub, Jalo, Aujila e Agedabia) e il diritto di tenere forze armate;
  • dopo la sconfitta italiana della II Guerra Mondiale, nel 1948 Sayyid Idrīs si insedia nel palazzo dell’ex-Governatore italiano e forma un Governo a Bengasi, dove il 1° marzo 1949 proclama l’Emirato di Cirenaica;
  • il 7 ottobre 1951 l’Assemblea Nazionale libica approva la Costituzione federale, che stabilisce l’indipendenza del Regno Unito di Libia dalla Gran Bretagna e dalla Francia, già potenze occupanti sotto l’egida dell’ONU;
  • il 24 dicembre successivo l’Amīr Idrīs, con il nome di Idrīs I, diventa Sovrano del nuovo Regno.

Il consenso unanime ricevuto da Re Idrīs era fondato su tre presupposti di base:

  • un profilo di legittimità, considerato che i Sanūsī sono ʾAshrāf, cioè discendenti del Profeta Maometto tramite Ḥasan ibn ‘Alī, e quindi godono di un largo consenso in tutto il mondo islamico;
  • un profilo politico-religioso, vista la linea dottrinaria sufi e tollerante della Sanūsiyya (soprattutto per l’accettazione dell’interpretazione giuridica che li allontana dai Wahhābiti) e l’approccio politico moderato e non necessariamente ostile al mondo occidentale;
  • un profilo inter-etnico, dato che la Sanūsiyya non rappresenta alcuna delle 140 principali tribù libiche.

Il colpo di stato di Mu‘ammar Qaḏāfī del 1969 rompe questo equilibrio tribale, ponendo l’influente tribù berbera arabizzata Qaddadfa in una posizione di privilegio rispetto alle altre: in questo senso la messa al bando della Sanūsiyya da parte del regime è stato un grave errore politico per l’improvvisa mancanza di un importante elemento di mediazione, che solo negli ultimi anni il governo e le Forze Armate libiche hanno cercato discretamente di recuperare. Anche perché Saif al-Islām, il secondogenito di Gheddafi e il più aperto al confronto con alcune forze anti-regime, era figlio di Safia Farkash, la quale, a sua volta, apparteneva alla tribù al-Bara’asi, tradizionalmente vicina a Re Idrīs.

Dopo la Rivoluzione del 2011, sono emerse questioni politiche interne di gestione del potere, tra cui proprio l’atavico tema del rapporto tra governo centrale e tribù, ma anche quello del ruolo delle milizie armate dei ribelli in questo drammatico periodo di transizione. Per quanto riguarda il primo tema, l’opinione pubblica libica sembra orientarsi di nuovo verso il rifiuto di affidarsi all’egemonia di una sola tribù, riscoprendo quindi, ancora una volta, la funzione positiva svolta in passato dalla Monarchia dei Sanūsī. In ordine al secondo punto, proprio il Ministro Abdelaziz ha sollecitato l’instaurazione di un clima di concordia istituzionale capace di includere nel dibattito politico nazionale anche chi, in mancanza di un esercito e di forze di polizia efficienti, sta in questo momento difendendo il Paese da possibili attacchi esterni: “Hanno creduto in una nuova Libia e nello stato di diritto. Come si può escludere questi leader che sono sul campo? Hanno il diritto di contribuire alla costruzione dello Stato, di istituzioni legali, dell’esercito e delle forze di polizia. Quando questo sarà fatto, chi volesse entrare nell’esercito è benvenuto. Ma, emarginare i leader in campo in questa fase è sbagliato e ingiusto”.

Naturalmente, le parole del Ministro vanno contestualizzate nel particolare momento di confusione, in cui i ribelli giungono a mettere in atto azioni eclatanti, dovute anche alla loro emarginazione politica; in un momento in cui gravissimi avvenimenti scuotono la coscienza civica dei cittadini libici, come per esempio il sequestro del Primo Ministro ʿAlī Zīdān a ottobre del 2013; in un momento in cui prima il Fezzan a settembre scorso e poi nel novembre successivo la Cirenaica (ridenominata Barqa, come nel 1951) dichiarano l’autonomia regionale e inaugurano propri governi territoriali.

Ma il rischio maggiore che la società libica corre è l’assuefazione al caos e il conseguente rifiuto di riconoscere qualsiasi autorità statale. Questa mancanza di controllo del territorio da parte delle istituzioni spinge ancora di più a rivolgersi ad una soluzione assieme monarchica e islamica, proprio per evitare lo sfaldamento dello Stato unitario e successive eventuali secessioni e per allontanare il pericolo derivante da frange religiose estremiste rispondenti a potenze regionali straniere.

Ora, dopo l’elezione dell’Assemblea Costituente nel febbraio scorso, è diffusa l’opinione che la forma istituzionale dello Stato debba essere discussa nelle sue possibili opzioni e che i cittadini libici abbiano il diritto di essere consultati in merito. Nel caso di reintroduzione della Monarchia costituzionale, due esponenti della dinastia Sanūsī potrebbero contendersi il trono:

  • il Principe Sayyid Moḥamed ar-Riḍa bin Ḥasan (figlio di Sayyid Ḥasan ar-Riḍa al-Mahdī, mancato successore designato da Re Idrīs), 51 anni, che vive in esilio a Londra e che è già stato contattato dal Ministro Abdelaziz in ordine alla sua disponibilità;
  • Sayyid Idrīs bin ‘Abdullāh (appartenente ad un ramo collaterale), 57 anni, già uomo d’affari nel settore petrolifero che vive in esilio a Roma. Ha sposato l’aristocratica spagnola Ana María Quiñones de León, cugina di Re Juan Carlos.

I sostenitori di Moḥamed reclamano i diritti di discendenza diretta dall’ultimo Re; ma i fautori di Idrīs oppongono il fatto che il padre di Moḥamed abbia abdicato dopo il colpo di stato del 1969 e che in ogni caso la successione alla leadership della Confraternita non è stata mai determinata per primogenitura, ma per elezione di un membro della famiglia Sanūsī da parte del Consiglio dei capi tribali. Comunque sia, nessuno dei possibili pretendenti al trono ha pubblicamente rivendicato questo ruolo nell’era del dopo Gheddafi: per esempio Idrīs si è espresso per un’elezione popolare di un Capo di Stato, comunque lo si voglia chiamare; Moḥamed ha dichiarato di non ritenere ancora opportuno il suo ritorno sul trono di Libia; addirittura l’ottantunenne Aḥmed az-Zubayr, nipote del 3° Gran Sanūsī Feldmaresciallo Sayyid Aḥmad ash-Sharīf Pasha (suo nonno) e oggi esponente dell’autonomismo cirenaico, si dichiara repubblicano. Ma a nessuno sfugge che la prudenza esibita dai Sanūsī possa corrispondere, in verità, alla mancanza di garanzie interne e internazionali che il loro eventuale regno legittimamente instaurato non sia poi ipocritamente osteggiato per inconfessabili mire sull’utilizzazione delle risorse energetiche o per repentini cambiamenti geo-politici.

Certamente non mancano alla Sanūsiyya né le premesse islamiche né le credenziali politiche per potere essere legittimati a livello popolare e riprendere il ruolo che loro spetta nella storia libica. Dopotutto Sayyid Ḥasan ar-Riḍa al-Mahdī (il padre di Moḥamed) ha subito per 19 anni la durezza delle carceri di Gheddafi, fino al sopraggiungere di un ictus che lo ha lasciato paralitico. E gli esponenti dell’altro ramo, sia il già citato Aḥmed az-Zubayr sia Sayyid ‘Abdullāh (il padre del pretendente Idrīs), si sono impegnati per il rovesciamento di Gheddafi, particolarmente nelle operazioni dette “del Fezzan” e “Hilton Assignment”: a seguito delle accuse per insurrezione Aḥmed ha subito 31 anni di detenzione (di cui 18 nel braccio della morte e 9 in isolamento), per cui si può comprendere oggi la sua volontà di non essere coinvolto più di tanto nelle vicende politiche libiche. Poi, dal 1990 la Sanūsiyya ha cominciato ad agire da coordinamento per molte figure dell’opposizione; e nel 2005 a Londra il Fronte Libico di Salvezza Nazionale, il Partito Monarchico guidato da Fayez Jibril e da Ibrāhīm Sahad, e altre sei formazioni politiche organizzavano una riunione dell’opposizione, da cui nasceva l’Accordo Nazionale, al fine di restaurare l’ordine costituzionale previsto nella risoluzione ONU del 1951. Lo stesso anno iniziavano negoziati tra il regime e parte dei gruppi islamici, sfociati, tramite conciliazione di Saif al-Islām, nel provvedimento di grazia a 132 prigionieri politici, inclusi 84 membri della Fratellanza Musulmana.

Anche durante la Rivoluzione libica del 2011 la voce della Sanūsiyya non ha mancato di essere vicina alle angosce del popolo e tanto Moḥamed quanto Idrīs e Aḥmed hanno incoraggiato alla lotta per la libertà, intervenendo, nel contempo, sulla comunità internazionale per alleggerire le sofferenze provocate dal sanguinoso conflitto in atto.

In definitiva, il ventilato ritorno al potere di conciliazione della Sanūsiyya non corrisponde tanto ad una rivendicazione, pur legittima, della famiglia reale, quanto ad una effettiva necessità della giovane nazione libica di riconquistare la libertà e la pace, in un quadro di equilibrio istituzionale e politico che sia riconosciuto dall’intera popolazione. La decisione, lo riconoscono anche i Sanūsī, è nelle mani dei Libici e delle loro rappresentanze politiche e tribali. Sta anche alla comunità internazionale riconoscere che non vi è soluzione più adeguata per la stabilizzazione del Paese e dell’intera area nord-africana che il ricorso ai fondamenti tradizionali islamici, in questo caso all’istituto politico-religioso che ha dato vita alla Nazione libica, fondandola sulla mediazione insita nel moderatismo sufi della Confraternita Sanūsiyya.

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