IWA MONTHLY FOCUS

LE FILIPPINE DI AQUINO MODELLO DI RISOLUZIONE DEI CONFLITTI REGIONALI

Il Bangsamoro e gli Islamisti del MILF dimostrano la vitalità dell’Islam politico e la sua volontà di giungere ad una pace condivisa

di Glauco D’Agostino

L’accordo-chiave “di condivisione della ricchezza” siglato il 13 luglio scorso tra il Governo delle Filippine e il Fronte Moro di Liberazione Islamica (MILF) potrebbe preludere alla conclusione della guerriglia che per secoli ha opposto i Moro ai vari governi prima coloniali e poi nazionalisti di Manila. La determinazione del Presidente liberale filippino Benigno Aquino III ha consentito di delineare i termini generali di un Trattato di Pace che potrebbe essere firmato prima della scadenza del suo mandato nel 2016.

L’accordo prevede una ripartizione dei proventi delle risorse presenti nella Regione Autonoma della minoranza musulmana nell’isola meridionale di Mindanao, secondo le seguenti quote a favore della popolazione locale:

  • il 75 % delle risorse naturali e minerarie;
  • il 50 %  delle risorse energetiche.

Sull’intesa potrebbero insorgere dispute davanti alla Corte Suprema Filippina. Per evitarle il Governo aveva tentato, invano, di concedere ai Moro una quota minore di utili, sebbene la controparte insistesse su un sistema di ripartizione 60 / 40 delle risorse energetiche a suo favore. Alla fine è emerso il compromesso gestito dalla prof.ssa Miriam Coronel-Ferrer, Capo negoziatore di pace per conto del governo.

L’accordo, ampiamente sottovalutato dai media internazionali, merita di essere apprezzato come modello di risoluzione dei conflitti di origine etnico-religiosa per lo meno sotto tre aspetti:

  • dal punto di vista storico, perché porrebbe fine ad una controversia plurisecolare su un territorio mai effettivamente dominato da popolazioni diverse dai Moro;
  • dal punto di vista politico, perché pacificherebbe la vita sociale nei territori meridionali dello Stato;
  • dal punto di vista giuridico, perché aprirebbe la strada a nuove forme partecipative di consenso, per la costruzione di rapporti inter-istituzionali più flessibili e meno verticistici.

Intanto, i Moro non costituiscono una entità etnico-linguistica, essendo ripartiti a questo riguardo in 13 comunità distinte tra di loro. Quello che li unisce è proprio la religione, essendosi convertiti all’Islam prima che la maggioranza dei Filippini si convertisse al Cristianesimo. Oggi costituiscono oltre il 5 % della popolazione totale filippina, avendo raddoppiato la rappresentanza dopo la Seconda Guerra Mondiale. Vivono prevalentemente nella parte meridionale del Paese in quella terra che loro stessi chiamano Bangsamoro (in lingua Malay, Nazione dei Moro), comprendente la porzione meridionale di Mindanao, l’Arcipelago delle Sulu, Palawan, Basilan e le isole vicine; tuttavia comunità Moro vivono anche nelle grandi città filippine. Questi Domini Ancestrali fondano il loro amalgama proprio nell’identificazione nella fede e nella ricerca di una coscienza per la creazione di una unità statuale (bangsa tunggal) secondo i principi della Umma islamica.

Sul piano storico, si può parlare di Domini Ancestrali perché ancora prima della colonizzazione spagnola delle Filippine, iniziata nel 1521, proprio in queste zone cominciarono a nascere i primi Sultanati islamici:

  • il Sultanato di Sulu (comprendente Basilan, Tawi-Tawi, Palawan e le isole vicine) fu stabilito nel 1450 con Sharīf ul-Hāshim come primo Sultano;
  • il Sultanato di Maguindanao nacque nel 1516 ad opera di Sharīf Muḥammad Kebungsuan, suo primo regnante.

La figura del Sultano, chiamato Zillullāh fil-ard (cioè ombra di Dio in terra), rese bene il ruolo politico-religioso affidato alla sua sovranità nei tempi pre-coloniali. Poi, con l’arrivo degli Spagnoli, i Sultani cominciarono a perdere potere, ma i Musulmani continuarono a combattere fieramente l’invasore, resistendo con successo ai tentativi di occupazione olandesi, britannici e, soprattutto, spagnoli.

Quando il 10 dicembre 1898, con il Trattato di Parigi, la Spagna cedette le Filippine agli Stati Uniti d’America, vennero formalmente annessi anche gli ultimi Sultanati islamici, i quali non erano ancora stati sottomessi dagli Spagnoli e, quindi, i Moro rifiutarono la nuova condizione di sottomissione e continuarono a difendere la libertà con la ribellione. Malgrado la firma il 20 agosto 1899 del Trattato Kiram-Bates (Jamal ul-Kiram II era il Sultano di Sulu dal 1884), con cui gli Stati Uniti si impegnavano a non interferire negli affari interni dei Sultanati, il Presidente Theodore Roosevelt il 2 marzo 1904 dichiarava nulli gli accordi siglati cinque anni prima e dava corso all’esecuzione del Trattato di Parigi con gli Spagnoli. Il dominio USA condusse alla cristianizzazione dell’apparato amministrativo a Mindanao e questo provocò un risentimento crescente. La rivolta dei Moro proseguì intensamente con caratteristiche di risposta politica all’occupazione di una nazione ritenuta invitta e quindi le  motivazioni nazionali superavano ampiamente quelle di carattere religioso. Nonostante le prospettive aperte nel 1913 dall’impegno americano di concedere l’indipendenza alla nazione filippina, quando questa si concretizzò nel 1946, ancora una volta i Moro e i loro territori furono inclusi in una cessione di sovranità che non li riguardava per un vizio di origine negli accordi tra potenze coloniali e ripresero la lotta per rendere effettiva l’indipendenza di diritto del Bangsamoro.

La contesa si trasferì sul piano politico negli ultimi anni ’60, quando, a seguito dell’ennesima insurrezione scoppiata nel 1968, l’anno dopo nacque il Fronte Moro di Liberazione Nazionale (MNLF), come movimento paramilitare separatista di ispirazione egualitaria, agli ordini di Nur Misuari e sostenuto soprattutto dalla tribù Tausug di Sulu.

Nel 1977 il movimento subì una scissione capeggiata da Hāshim Salamat, da cui nacque il Fronte Moro di Liberazione Islamica (MILF), composto soprattutto da membri delle tribù Maguindanao e Maranao. Si era imposta, quindi, la motivazione e la prospettiva di ordine religioso, che avrebbe da allora in poi soverchiato quella di stampo nazionalistico, cercando, più o meno esplicitamente, la soluzione di uno Stato Islamico. Solo recentemente, nel 2010, dal MILF si sono staccati i Combattenti Islamici per la Libertà del Bangsamoro (BIFF), ad opera di Ameril Umbra Kato.

Dal MNLF, invece, nel 1991 fuoriusciva Abdurajik Abubakar Janjalani, fondando il movimento politico separatista Harakat al-Islamiyya (Movimento Islamico), meglio conosciuto come Grupong Abu Sayyaf. Basato a Jolo e nelle vicine isole di Basilan e Mindanao, Abu Sayyaf, ormai ridotto ad una piccola pattuglia, intende costituire un Califfato a Mindanao occidentale e nelle Isole Sulu e quindi gli aderenti si proclamano mujāhidīn.

Gli effetti politici hanno cominciato ad avere effetti sul piano giuridico da quando la crisi si è internazionalizzata attraverso l’apporto della comunità islamica internazionale, soprattutto con l’opera diplomatica esercitata all’interno dell’Organizzazione della Conferenza Islamica e dai membri islamici dell’ASEAN (l’Associazione delle Nazioni del Sud-Est Asiatico), cioè Indonesia, Malaysia e Brunei.

Con l’Accordo di Tripoli del 1976, ottenuto sotto l’egida dell’OIC e con la mediazione del Colonnello Mu‘ammar Gheddafi, è iniziato il processo che oggi può forse condurre alla pace:

  • è stato stabilito il principio di istituire una Regione Autonoma;
  • sono stati individuati i meccanismi e le modalità della realizzazione di un Piano di autonomia (cosa che sarebbe riuscita 20 anni dopo al Presidente Fidel “Eddie” Valdez Ramos).

Nel 1977 il Governo cercò di codificare la normativa dei rapporti soggettivi tra Musulmani (già esentati dalle proibizioni delle leggi filippine su poligamia e divorzio), armonizzando il diritto consuetudinario con la legge filippina.

La Regione Autonoma di Mindanao Musulmana è nata formalmente nel 1989, quando il Governo federale ha acconsentito ad istituirla. In cambio si chiedeva al MILF di rinunciare alla richiesta della piena sovranità su quello che adesso veniva riconosciuto come Bangsamoro. Il nuovo soggetto ha dato ai Musulmani qualche autonomia amministrativa, senza tuttavia concedere nulla in termini di ritorni economici.

Una maggiore autonomia alla Regione è stata ancora concessa dagli Accordi di Pace del 1996 che il Governo Filippino ha siglato con il Fronte Moro di Liberazione Nazionale (MNLF).

Sul piano istituzionale, alla Commissione per l’Integrazione Nazionale del 1957 (poi sostituita dall’Ufficio per gli Affari Musulmani e le Comunità Culturali) si sono aggiunti sistemi organizzativi provvisori finalizzati alla formazione di un Governo Autonomo Regionale, come:

  • la Zona Speciale per la Pace e lo Sviluppo (SZOPAD), finalizzata a ricevere finanziamenti della Banca Mondiale per infrastrutture e servizi;
  • il Consiglio delle Filippine Meridionali per la Pace e lo Sviluppo (SPCPD), corpo amministrativo sotto il controllo e la supervisione del Presidente delle Filippine;
  • un’Assemblea Consultiva (CA).

Il riconoscimento di Domini Ancestrali esclusivi ai Musulmani filippini sopraggiungeva il 5 agosto 2008, con un Memorandum di Accordo siglato tra il Gruppo Governativo di trattativa per la Pace e il MILF, il quale immaginava la conseguente creazione di uno pseudo-Stato (Entità Giuridica Bangsamoro), basato pressappoco sull’esempio dell’Autorità Nazionale Palestinese. Qualche mese dopo la Corte Suprema Filippina avrebbe rigettato l’Accordo come incostituzionale.

Poi, finalmente, l’accordo preliminare di ottobre 2012 tra il Governo delle Filippine e il Fronte Moro di Liberazione Islamica (MILF) ha consentito di giungere alla firma di questo ulteriore passo verso la Legge Fondamentale del Bangsamoro (nella mappa il territorio proposto) e verso il Trattato di Pace. Certo, la strada è ancora lunga e molti sono ancora i punti controversi. ”I combattenti del MILF non disarmeranno se non saranno soddisfatte condizioni chiare e modalità per salvaguardare la loro incolumità” ha detto Ghazali Jaafar, Vice Presidente per gli affari politici del MILF. ”Questa firma indica che entrambe le parti sono davvero impegnate a completare i negoziati di pace. Nessuno vuole che questi non vadano a buon fine” ha detto Coronel-Ferrer.

Ormai vi è la consapevolezza delle parti in causa che la pace, dopotutto, si addice alla stabilità delle istituzioni, soddisfa le necessità economiche e, soprattutto, conviene alla popolazione martoriata da decenni di conflitti.

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