IWA MONTHLY FOCUS

PAKISTAN: CROGIOLO DI TRADIZIONI, CULTI E ARCHITETTURE

di Glauco D’Agostino

Fig. 1 – Danza tradizionale Sammi del Punjab

Questo articolo è stato per primo parzialmente pubblicato in Inglese da “Geopolitica. Revistă de Geografie Politică, Geopolitică şi Geostrategie“, Year XVII, no. 80 (3 / 2019) “PAKISTAN. A RISING GLOBAL PLAYER IN THE EMERGING GEO-STRATEGIC ENVIRONMENT“, Editura “Top Form”, Asociaţia de Geopolitica Ion Conea, Bucureşti, 2019.

Sommario

Il Pakistan sorse dalle ceneri dell’Impero Indiano come Dominion britannico, poi come Repubblica Islamica, dunque con una definizione costitutiva contraddistinta dall’elemento religioso. Non c’è dubbio che l’Islam rappresenti il cuore della sua identità. La Nazione si nutre tuttora della sua formazione multi-culturale, che naturalmente non si esaurisce né nella dialettica Islam-Induismo né tantomeno nei suoi caratteri religiosi, a causa delle differenze all’interno dei suoi confini che si riversano nella molteplicità di espressione dei modelli di vita, delle tradizioni, dei riferimenti religiosi e normativi, delle manifestazioni culturali.

Il Pakistan è frutto di culture autoctone tra le più antiche dell’Asia e del mondo, come quella della Valle dell’Indo. La configurazione del Paese è anche il risultato di conquiste e migrazioni che non hanno impedito il radicamento di comportamenti fortemente unificanti. Qui si indicano soltanto alcuni aspetti salienti del mix etnico e stilistico-architettonico conseguente, inquadrandoli nel loro tempo dal punto di vista della genesi e dello sviluppo.

Le minoranze sono parte integrante della cultura del Pakistan: da quelle etniche di Saraiki, Siddhi, Aymāq, Hazara e Dardi, a quelle multi-etniche come Muhajir e Gujǎr, da quelle religiose Cristiane, Buddhiste e Bön, a quelle etnico-religiose Hindu, Sikh e Parsi zoroastriani. Queste minoranze devono rappresentare per il Pakistan non un problema, ma una ricchezza, accanto alle autonomie regionali che esprimono le culture costitutive della nazione. Il Pakistan può vincere la propria sfida per un’ordinata coesistenza interna ed esterna ricorrendo alle radici della propria storia e all’unità d’intenti delle proprie componenti, senza rinunciare peraltro all’essenza multiforme della propria struttura culturale.

Parole-chiave: Pakistan, Islam, Repubblica Islamica, Induismo, Sikh, minoranze, autonomie regionali, Impero Indiano, architettura Mughal, architettura coloniale, Islāmābād, Punjab, Sindh, Balochistan, Khyber Pakhtunkhwa, Gilgit-Baltistan, Āzād Jammu e Kashmir.

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I fondamenti identitari e il mix culturale

“Si può appartenere a qualsiasi religione o casta o credo, questo non ha nulla a che fare con gli affari dello Stato”.[1]

Fig. 2 – Muḥammad ‘Alī Jinnah, Qāʾid-e Aʿẓam, maggio 1946 (Fonte: https://www.funyarn.comfounder-of-pakistan-mohammed-ali-jinnah-rare-photos)

Sono parole di Muḥammad ‘Alī Jinnah, Musulmano sciita del Sindh già dichiarato “Ambasciatore dell’Unità Hindu-Musulmana” dopo il successo del Patto di Lucknow del 1916; parole pronunciate nel 1947 durante il suo primo discorso all’Assemblea Costituente del Pakistan nella sua qualità di Governatore Generale. Qāʾid-e Aʿẓam (il Grande Leader e Padre della Patria) ribadiva così la sua battaglia pluridecennale in favore della libertà religiosa per tutte le comunità.

Ecco, su queste basi il Pakistan sorse dalle ceneri dell’Impero Indiano. Poi si sarebbe sottoposto alla scissione della sua parte orientale (il Bangladesh) nel 1971, quando si era già sganciato dal suo status di Dominion britannico nel 1956 scegliendo di divenire Repubblica Islamica; dunque, entità statuale di recente formazione e con una definizione costitutiva contraddistinta dall’elemento religioso. Non c’è dubbio che l’Islam rappresenti il cuore della sua identità, come testimonianza della fede della sua popolazione (il 96% è musulmano), ma anche della sua tragica storia recente che ha determinato milioni di profughi musulmani dall’India. E tuttavia, quelle parole di Jinnah restano l’essenza della sua formazione multi-culturale di cui la Nazione si nutre tuttora e che naturalmente non si esaurisce né nella dialettica Islam-Induismo né tantomeno nei suoi caratteri religiosi, ma si sostanzia nella “potenza della fratellanza del popolo”[2] e simbolicamente nell’“interprete del nostro passato, gloria del nostro presente, ispirazione per il nostro futuro!”, riferito alla bandiera nell’inno nazionale Pāk Sarzamīn (Terra Sacra).

Approcciarsi al tema delle proprietà culturali del Pakistan non è un esercizio facile proprio in virtù delle diversità che si riscontrano entro i suoi confini, a cominciare dal carattere multi-etnico dei suoi 200 milioni di abitanti che si riversa nella molteplicità di espressione dei modelli di vita, delle tradizioni, dei riferimenti religiosi e normativi, delle manifestazioni culturali. E certo il tener conto dei suoi confini nazionali attuali non significa dimenticare quelle esperienze del passato che, pur esogene rispetto al territorio, hanno forgiato l’identità storica e culturale connaturata nella nascita della moderna nazione.

Fig. 3 – Mappa delle lingue del Pakistan (di Ismail Bhutta, 2018)

Incastonato tra India, Afghanistan, Iran e Cina, il Pakistan è frutto di culture autoctone tra le più antiche dell’Asia e del mondo, come quella della Valle dell’Indo iniziata nel 4° millennio a.C. La configurazione del Paese è anche il risultato di conquiste e migrazioni, manifestate, ad esempio, dalla shalwar kameez, l’abito nazionale derivato da invasori nomadi turco-iraniani e formato da pantaloni larghi e una lunga tunica. Tutto questo non ha impedito il radicamento di comportamenti fortemente unificanti quali il wasta (una sorta di legame personale utilizzato per ottenere qualcosa in cambio di protezione e di unità) o l’izzat (il concetto di onore);[3] ma ha anche prodotto un mosaico antropico estremamente variegato in cui ogni pezzo di storia può essere ritrovato negli usi e costumi, nel folklore, nella lingua, nella musica, nella letteratura, nella cucina di qualcuna delle sue etnie. Ci limiteremo soltanto a indicare alcuni aspetti salienti del mix etnico e stilistico-architettonico conseguente, inquadrandoli nel loro tempo dal punto di vista della genesi e dello sviluppo.

Punjab

Fig. 4 – Lahore: Samadhi del sovrano sikh Ranjit Singh (foto di Shahbaz Aslam429`, 2014)

Il Punjab, “la terra dei cinque fiumi” come già citato nelle epiche sanscrite Ramayana e Mahābhārata,[4] ha dato il nome alla sua etnia maggioritaria, i Punjabi appunto, la cui identità si formò all’inizio del XVIII secolo, quando le Misl, le “repubbliche aristocratiche” della Confederazione Sikh, incominciarono la loro ascesa. Il Punjab accoglie oltre la metà della popolazione del Pakistan, che parla una lingua locale di origine indo-ariana, ma sono diffusi anche Hindi, Urdu e Inglese. A sua volta il Punjabi ha due sistemi di scrittura: il Gurmukhī, un alfabeto sikh in uso dal XVI secolo, e lo Shahmukhī, una scrittura perso-arabica usata dai Musulmani della regione.[5] Il doppio sistema di scrittura riflette la distribuzione dell’appartenenza religiosa: mentre nel Punjab occidentale l’Islam è praticato dalla stragrande maggioranza della popolazione, nel Punjab orientale il Sikhismo e l’Induismo sono maggiormente rappresentati. Il fatto che il Gurmukhī sia l’alfabeto ufficiale del Punjab trova spiegazione nei seguenti nessi:

  • la presenza storica dei Sikh nell’area, prima con le già citate Misl, poi con il Khalsa Raj che dominò da Lahore per mezzo secolo tra il 1799 e il 1849, anno della sua annessione all’Impero Britannico;
  • l’Adi Granth (il Primo Libro), il testo sacro originario della religione sikh, è stato scritto in Gurmukhī.[6]

Nel sud il Saraiki (una lingua indo-ariana del ramo Lahnda, cioè del Punjabi Occidentale) è l’idioma più parlato perché espressione dei Saraiki (o Multani), che sono ben 20 milioni, benché la coscienza di una loro distinta identità etnica sia stata sviluppata solo negli anni ’60 del secolo scorso. La maggioranza professa l’Islam, ma tra di loro sono presenti minoranze hindu, cristiane e sikh.[7]

Fig. 5 – Nankana Sahib: il gurdwārā di Gurū Nānak, 2007

Fig. 6 – Hasanabdal: il gurdwārā di Panja Sahib

I Punjabi sono famosi per la loro espansività, ospitalità e tolleranza, tanto è vero che tutte le culture e tradizioni sono accettate e rappresentate senza esclusioni ed ostracismi. Nella capitale Lahore la popolazione, quasi tutta musulmana, celebra gli ‘urs (anniversari della morte di santi sufi) di Shaykh Syed ʿAlī al-Hujwīrī e Shah Hussain, riveriti scrittori rispettivamente dell’XI e XVI secolo;[8] ma gradisce anche il Basant, la primavera indiana di origine hindu, e numerosi festival di carattere culturale, come l’Horse and Cattle Show, una performance con parate storiche, gare di bestiame e balli e giochi popolari. I Sikh concentrano i loro pellegrinaggi religiosi nell’est e nel nord del Punjab, soprattutto a Nankana Sahib, la città che ha dato i natali al fondatore del Sikhismo Gurū Nānak, e a due gurdwārā (luoghi di culto): Darbar Sahib di Kartarpur, dove morì e si trovano le spoglie; e Panja Sahib di Hasanabdal, dove si crede ci siano le impronte della mano del gurū. In particolare, solo l’ottemperare alla “sacra visione” del gurdwārā di Kartarpur, che è vicino al confine indo-pakistano, determina un’affluenza di Sikh sulla parte indiana.

Il Punjab, anche per le sue estese dimensioni, raccoglie buona parte delle testimonianze storiche del Pakistan, attraversando la storia dalla civiltà della Valle dell’Indo (o di Harappa) fino alla contemporaneità. A sud-est di Lahore sorge il sito archeologico di Harappa, un’antica città apparsa nel 2600 a.C. circa, i cui resti sono stati scoperti negli anni ’20 del secolo scorso. Proprio in piena Età del Bronzo la civiltà di Harappa si era sviluppata lungo la Valle del fiume Indo con caratteristiche identitarie di cultura urbana ad amministrazione centralizzata, con una struttura agricola e commerciale, una sviluppata legislazione sociale ed economica e un sistema scritto di documentazione.[9] Questa civiltà era estesa dalle pendici dell’Himalaya all’Oceano Indiano, coinvolgendo una vasta area comprendente parti degli attuali Punjab pakistano e indiano, Sindh, Balochistan e Gujǎrāt indiano. L’altra grande città scoperta oltre Harappa è Mohenjo-Daro, i cui resti si trovano nel Sindh e rivelano le stesse peculiarità. La civiltà di Harappa si concluse alla metà del 2° millennio a.C., soppiantata da quella Vedica che interessò gli attuali Pakistan e India settentrionale.

Fig. 8 – Kallar Kahar: templi hindu-shivaiti di Katas Raj, Tempio di Shiva (Fonte: Wikimedia Commons)

Fig.7 – Kallar Kahar: templi hindu-shivaiti Katas Raj, lo stagno sacro (foto di Talhaumar10, 2016)

All’estremo nord del Punjab, anche il sito archeologico di Taxila, molto vicino ad Hasanabdal già citata, svela reperti risalenti alla civiltà della Valle dell’Indo, anche se la fondazione di un grande insediamento urbano data al 1000 a.C. Tuttavia, è nel III secolo a.C., durante il dominio dell’Impero Maurya, che Taxila acquistò un ruolo importante.[10] A seguito della conversione al Buddhismo dell’Imperatore Ashoka, la città divenne un centro d’insegnamento buddhista: gli antichi siti buddhisti dell’area, che ancora oggi sono aperti al culto, sono dello stesso periodo. Tra questi, il Dharamarajika Stupa, costruito su ordine dello stesso Ashoka, contiene le sacre reliquie del Buddha, mentre monete d’oro e d’argento, gemme, gioielli e altri oggetti d’antiquariato ritrovati sul terreno sono oggi custoditi nel Museo di Taxila. Lo stupa è uno dei primi esempi di arte buddhista Gandhāra, che sarebbe fiorita più compiutamente tra il I e il V secolo d.C. e di cui parleremo in seguito. Così come altri esempi di arte religiosa sono i templi hindu-shivaiti Katas Raj situati presso Kallar Kahar, sempre nel nord del Punjab, eretti a partire dal IV secolo sotto la dinastia imperiale Gupta. I templi sono connessi tra di loro da passaggi pedonali e sorgono attorno a un sacro stagno chiamato Katas, che i fedeli ritengono creato dalle lacrime di Shiva.

Fig. 9 – Lahore: Forte Reale, Moschea Moti

Se ognuna delle località predette è legata ad una singola, per quanto nobile, esperienza storica, Lahore è una città dalle mille contraddizioni. La plurimillenaria città già nel 982 veniva descritta come ornata da “imponenti templi, grandi mercati ed enormi frutteti”.[11] Oggi è un’enorme città moderna che tuttavia, avendo sempre rappresentato il cuore dei vari domini che si sono via via succeduti, contiene e riassume tutta la dignità della propria storia. Lahore resta comunque connessa ai fasti dell’Impero Mughal, di cui fu per breve tempo capitale alla fine del XVI secolo e sicuramente il centro culturale. La città accoglie diversi esempi dell’architettura Mughal, impostasi con qualità stilistiche originali nate dalla fusione di arte islamico-persiana, centro-asiatica e indigena. Tra i più prominenti si ricordano:

  • lo Shahi Qila (Forte Reale), fondato nel 1566 dal Sindhi Akbar-e Aʿẓam (il Grande) in uno stile architettonico sincretico con motivi sia islamici che hindu e ricostruito nel XVII secolo;[12]
  • i mausolei dell’Imperatore Jahangir e della sua 20amoglie Nur Jahan, che mostrano influenze persiane dello stile Safavide. Entrambi, privi di cupole secondo l’uso punjabi, sono rivestiti in arenaria rossa e inserti in parchinkari (pietra dura). Il primo, sorto nel 1637, ha quattro minareti d’angolo oggi non presenti nel secondo;[13]
  • Fig. 10 e 11 – Lahore: due immagini della Moschea Imperiale

    la Wazīr Khān Masjid, costruita nel 1634-41, dedicata al Governatore dell’epoca e tutt’ora considerata una delle più belle moschee dell’Asia meridionale;

  • il complesso dei Giardini Shalimar, creato nel 1641-42 con intenti che oggi chiameremmo ecologici e che già all’epoca intendevano realizzare l’utopia della convivenza perfetta tra uomo e natura.[14] Progettato secondo il disegno quadripartito Chārbāgh di origine persiana, è coevo (come anche i tre monumenti precedenti) del Tāj Mahal di Āgra e frutto dell’intraprendenza dell’Imperatore Shāh Jahān I, il Re del Mondo;
  • la Badshahi Masjid (Moschea Imperiale), la più grande moschea dell’Asia meridionale dopo la Shāh Fayṣal Masjid di Islāmābād. Fu costruita nel 1671-73 dall’Imperatore Aurangzeb Alamgir e oggi ospita 100.000 fedeli (5.000 nella sala di preghiera e 95.000 nel cortile e sotto i portici). La adornano 3 cupole rivestite in marmo bianco e 4 minareti. Sono evidenti le similarità con la Jama Masjid in Delhī, presa a modello da Aurangzeb, visto che ne era stato il promotore quando ancora non era Imperatore;
  • la Mochi Darwaza (Porta del Calzolaio), circondata da un bāzār che è rinomato per i suoi negozi di frutta secca, aquiloni e fuochi d’artificio.

Fig. 12 – Lahore: Stazione ferroviaria (foto di Joe mon bkk, 2015)

Fig. 13 – Il Museo di Lahore

Fig. 14 – Lahore: Minar-e-Pakistan

Lahore è anche sede di numerosi edifici costruiti nel periodo coloniale britannico in varie forme stilistiche (neo-gotica, gotica vittoriana, revival indo-saraceno, revival indo-pakistano), un mix di componenti europei e indo-islamici genericamente unificati sotto il termine Stile Rappresentativo Indo-Europeo. Tra il 1858, anno della nascita del Raj britannico dopo la caduta dei Mughal, e il 1956, anno che segna la fine del Dominion della Corona, i Britannici svilupparono un grande programma di rinnovamento edilizio e infrastrutturale.[15] Puntarono soprattutto sui nuovi edifici amministrativi e le strutture pubbliche, spesso restaurando, ma qualche volta danneggiando le caratteristiche urbane: a torto o a ragione, portavano sulle spalle l’eredità storica della presa di Delhī, quando avevano distrutto un incommensurabile patrimonio architettonico, culturale, artistico, letterario e di oggettistica.[16]

Senza dubbio la politica edilizia britannica portò un vento di modernizzazione, ancora oggi riscontrabile. Lahore, con i suoi rilevanti interventi architettonici dell’epoca, ne è una dimostrazione. Esempi sono le infrastrutture urbane (la Stazione ferroviaria, Tollinton Market), i servizi culturali (la Biblioteca Qāʾid-e Aʿẓam, la Government College University, l’Aitchison College, il Lahore Museum), gli edifici amministrativi (la Metropolitan Corporation Hall, il General Post Office), i servizi religiosi (la neo-gotica Cattedrale Anglicana della Resurrezione, la Cattedrale cappuccina belga del Sacro Cuore di stile romano-bizantino). Tra gli edifici del periodo post-coloniale pakistano, si distinguono il Minar-e-Pakistan e la Grand Jamia Masjid. Il primo, eretto tra il 1960 e il 1968, è stato progettato da un architetto del Dagestan nel luogo dove fu adottata la Risoluzione per una Patria musulmana separata dall’India; la seconda è una moschea del 2014 in stile Mughal.

Fig. 15 – Multan: Mausoleo del Santo sufi Shāh Rukn-e-Alam (foto di ZainShahid117, 2014)

Dal punto di vista dell’architettura, il Punjab non è solo Lahore, ovviamente. A Multan, il Mausoleo del Santo sufi Shāh Rukn-e-Alam (Pilastro del Mondo) risalente al 1320-24 mostra uno stile architettonico sincretico con “influenza centroasiatica e persiana, forme circolari o poligonali e ampio uso di materiale locale”.[17]

Fig. 16 – Chiniot: il Palazzo di Omar Hayat (foto di Tarif Khan, 2012)

Fig. 17 – Lahore: haveli di Nau Nihal Singh

Rawalpindi, molto prossima alla capitale del Pakistan Islāmābād a cui ha ceduto il ruolo nel 1961, è un’antichissima città che ha mantenuto il tessuto del suo sviluppo storico vivacizzato dai movimentati mercati artigianali. Tra le sue emergenze architettoniche, piace ricordare quelle sorte nel ventennio 1860-80 del periodo coloniale, quando nacque la prima sede della famosa attuale multinazionale Murree Brewery, la Chiesa Presbiteriana di S. Paolo e la Stazione ferroviaria. E sempre del periodo coloniale sono anche la Cattedrale Anglicana della SS. Trinità e il Government Murray College nella prospera città settentrionale di Sialkot, l’indo-saracena Ghanta Ghar (Torre dell’Orologio) di Faisalabad e il Palazzo di Omar Hayat a Chiniot. In particolare, quest’ultimo, una haveli (dimora tradizionale) costruita semplicemente in mattoni e malta tra il 1923 e il 1935, è un gioiello stilistico di lavorazione del legno, purtroppo oggi non in buone condizioni di manutenzione. Tuttavia i suoi esterni mostrano una non comune maestria decorativa e i suoi interni ostentano meravigliose Jharoka, cioè finestre di pietra e legno sporgenti dai piani superiori.[18]

Nel Distretto di Chiniot, a Chenab Nagar (il nuovo nome della storica Rabwah), ha sede la Aḥmadiyya Muslim Jamaat, un Ordine religioso islamico la cui teologia rappresenta una deviazione dall’ortodossia islamica (D’Agostino, 2010). Qui sorge la Masjid-e-Aqṣā, la più grande moschea al mondo della Comunità, eretta tra il 1966 e il 1972 per volere di Mirza Bashir-ud-Dīn Maḥmud Aḥmad, Khalifatul Masih II (cioè 2° Califfo della Comunità). I tratti stilistici, seppure in chiave moderna, richiamano chiaramente l’architettura Mughal del Mausoleo di Jahangir e della Moschea Badshahi di Lahore, a conferma del potere evocativo di questa tipologia stilistica.

Sindh

Il Sindh, la più meridionale delle provincie pakistane, è abitata da Sindhi (l’etnia maggioritaria di origine alternativamente baluchi o pashtun), da Muhajirs (immigrati), da Punjabi e, in misura minore, da Pashtun. Nei dintorni di Karachi esiste anche una piccola comunità di Parsi zoroastriani, frutto di migrazioni storiche dalla Persia durante la conquista araba.

Fig. 18 – Karachi: ragazza musulmana, 1870

I Sindhi, come i Punjabi, sono prevalentemente islamici generalmente influenzati dal Sufismo, con minoranze hindu e sikh, e parlano un’antica lingua locale indo-ariana, anche se quelli di origine baluchi si esprimono in Saraiki, che abbiamo già visto. Sono propensi verso uno stile di vita rurale e nella regione desertica del Distretto di Tharparkar conducono una vita semi-nomade. Caratteristico è l’abbigliamento molto ricamato delle donne, le quali indossano pesanti gioielli d’argento. Le tradizioni sono molte sentite specie nelle campagne e questo ha condotto a sviluppare una forma d’arte che può considerarsi patrimonio culturale del Sindh: il Bhagat, che combina canti, danze e dramma in un fine spettacolo notturno condotto dal personaggio principale, il Bhagat, da cui prende il nome la forma d’arte. Un’altra manifestazione culturale celebrata in tutta la provincia è il Sindhi Cultural Day, in cui persone normali abbigliate con scialli e cappelli tradizionali danno vita ad attività all’aperto che vanno dai concerti musicali, agli appuntamenti poetici, ai seminari.[19]

Nel Sindh quasi un abitante su cinque è Muhajir, cioè immigrato dall’India durante il processo di separazione nazionale o suo discendente. Questo gruppo, eterogeneo e multi-etnico ma generalmente di religione musulmana, proveniva da Mumbai, Berar, Province Unite, Hyderabad, Baroda, Kutch e dall’Agenzia Rājputāna, quest’ultima come agenzia britannica che riuniva i vari Stati principeschi dell’attuale India nord-occidentale; ma un altro consistente gruppo, diretto nel Punjab pakistano, proveniva dal Punjab indiano, Haryana, Himachal Pradesh e Delhī (IES, 2019). Oggi questa comunità di 20 milioni di componenti ha mantenuto alcune delle caratteristiche indiane ataviche (come la propensione agli affari), ma normalmente non si identifica nell’etnia o nella regione delle proprie radici, preferendo costruire un’identità surrogata più pragmaticamente entro il nuovo aggregato sociale forzatamente e artificialmente costituito e trovando espressione comune nella lingua nazionale urdu.

Fig. 19 – Nagarparkar: Tempio jainista di Gori (Fonte: https://swarajyamag.commagazinefaith-under-a-shadow)

Dal punto di vista architettonico, anche il Sindh offre una vasta proposta di testimonianze storiche, dai resti della già citata Mohenjo-Daro fino alla modernità. Notevoli esempi sono i Templi Nagarparkar, costituiti da 14 architetture religiose jainiste, ma anche da una moschea che ne mutua lo stile costruttivo. Il Jainismo (la Via della Vittoria), religione dharmica comparsa già nel IX secolo a.C. e i cui fondamenti risalgono al VI secolo a.C., ha lasciato molti splendidi monumenti in tutta l’India; quelli di Nagarparkar, oggi situati vicino al confine indiano, sono un complesso di templi costruiti tra il XII e il XV secolo ispirati all’arte classica hindu dei Gupta. Il Tempio Gori, del 1375-76 e in stile gujǎrāti, contiene degli affreschi jainisti che sono i più antichi ancora esistenti nelle regioni settentrionali del sub-continente indiano e le 52 cupole di stile islamico del suo padiglione per i rituali dimostrano il reciproco scambio nell’arte religiosa della zona.[20]

Fig. 20 – Thatta: Moschea Pir Patho

Sempre nel sud, un altro sito che documenta influenze hindu, persiane, islamiche, mughal e gujǎrāti sullo stile Chaukhandi del Sindh meridionale è la necropoli della collina di Makli presso Thatta, tra le più estese del mondo, che contiene tra 500 mila e un milione di sepolcri dedicati a regnanti, Santi sufi, filosofi e militari. I monumenti funerari, per lo più in arenaria finemente decorata, furono eseguiti tra il XIV e il XVIII secolo (Naqvi, 1973). Thatta, la capitale medievale del Sindh, è anche arricchita da molti edifici dell’era Mughal, tra cui la Jamia Masjid di Shāh Jahān del 1647. La costruzione, che risulta ispirata da molti stili architettonici (mughal, safavide, timuride), rappresenta una mostra di piastrelle tra le più raffinate dell’Asia meridionale.

Karachi, la prima capitale del Pakistan, è una metropoli cosmopolita sul Mare Arabico cresciuta dai 400 mila abitanti ai tempi dell’indipendenza ai 15-20 milioni attuali, sottoposta ad un flusso immigratorio e ad un’urbanizzazione che hanno messo in pericolo l’identità sociale della città, ma anche la riconoscibilità architettonica del suo centro storico. La Jahangir Kothari Parade, una passeggiata inaugurata nel 1920, e Saddar Town (il centro), una concentrazione di architetture coloniali britanniche, hanno cambiato il loro volto sotto il peso di nuovi grattacieli.[21] Ma Karachi può ancora vantare un patrimonio architettonico notevole, seppure in qualche caso bisognoso di maggiore manutenzione:

  • architettura coloniale

Fig. 21 – Karachi: Cattedrale Romano-Cattolica di S. Patrizio

Frere Hall, uno dei primi edifici coloniali essendo stato eretto nel 1865, nacque come Municipio della città. La sua architettura è un primo esempio di fusione stilistica di questo periodo, espressa in gotico-veneziano con elementi britannici e locali.[22] Un altro esempio è il Karachi Port Trust Building del 1916, con facciata curva in stile britannico, hindu e gotico e cupola in stile romano. Il gotico vittoriano si presenta anche nella vicina Torre dell’Orologio di Merewether del 1886 e nella Cattedrale Romano-Cattolica di S. Patrizio. Quest’ultima emerge nel 1881 sullo stesso sito della prima chiesa del Sindh costruita 36 anni prima. Il Palazzo Mohatta, eretto nel 1927 e oggi un museo, palesa uno stile revival indo-pakistano, il che rivela l’origine rājasthāni del suo originario proprietario, che aveva voluto l’uso di pietra rosa di Jodhpur nella sua estetica;

  • architettura moderna

Fig. 22 – Karachi: Masjid-e-Tooba

Fig. 23 – Karachi: Mazar-e-Qāʾid (foto di Shahid Siddiqi, 2017)

Tra i grattacieli si distinguono la sede dell’Habib Bank (1963-72), situato nel centro finanziario di Karachi, e quella dell’MCB Bank (2000-05). Al movimento modernista sono ispirate la Masjid-e-Tooba (o Gol Masjid), realizzata tra il 1966 e il 1969 in stile moderno Mid-century (derivazione dell’International style) con un’enorme cupola di 66 m di diametro, e il Mazar-e-Qāʾid (1970) in marmo bianco, luogo di sepoltura di Muḥammad ‘Alī Jinnah, di sua sorella Mäder-e Millat (Madre della Nazione) Fāṭimah Jinnah e di Liaquat ‘Alī Khān, il primo Capo dell’Esecutivo del Pakistan. L’Ospedale dell’Āgā Khān University, complesso fondato nel 1985 dall’’Āgā Khān IV Shāh Karīm al-Ḥusaynī, rappresenta invece l’ennesimo esempio di edifici moderni che recuperano combinazioni di stili architettonici tradizionali, in questo caso indo-persiano e mughal.

Balochistan

I Balochi, le popolazioni indigene del Balochistan, sono circa 6,8 milioni e rappresentano il 3,6% della popolazione pakistana: il 50% vive in Balochistan, il 40% in Sindh, gli altri in Punjab. Parlano il Balochi, un ramo delle lingue iraniane nord-occidentali, e l’Urdu e sono in maggioranza musulmani sunniti, anche se esistono minoranze sciite e Mahdavi Zikri. Gli Zikri, il cui nome in Urdu deriva dalla corrispondente pratica islamica di invocazione (il dhikr in Arabo), nella Kalima della Shahāda menzionano il nome del Māhdī invece che quello di Maometto come ultimo Profeta di Allah, ma seguono la Sunna (D’Agostino, 2010).

Fig. 24 – Balochi: abito maschile

I Balochi, composti da molti clan e diverse tribù che sono tradizionalmente organizzate e guidate da capi, sono semi-nomadi; alcuni si muovono a seconda delle stagioni, altri vivono stabilmente in una casa lavorando nelle attività agricole. Il loro rapporto con i gruppi etnici dominanti in Pakistan non è facile. Sono accusati di avere uno scarso senso d’identità nazionale e un atipico stile di vita, senz’altro dovuto all’isolamento geografico che ha condotto più del 50% dei Balochi sotto la linea di povertà (IES, 2019). L’abbigliamento maschile è caratterizzato da una jamag (lunga e ampia camicia), uno shalwar (pantaloni a mo’ di pigiama), e un pag (turbante). Le donne indossano il pashk, che è un lungo vestito senza girovita e fino alle caviglie, e uno scialle che copre la testa, le spalle e la parte superiore del corpo; usano elaborate decorazioni e gioielli.

Fig. 25 – Siddhi: danza tradizionale Dhamal

Anche i Siddhi, che formano un gruppo etnico originato dai popoli Bantu della regione dell’Africa orientale, risiedono in Balochistan e sono prevalentemente musulmani sunniti con minoranze hindu e cattoliche romane.[23] Il Balochistan, la provincia più grande e meno densamente popolata del Pakistan, condivide parte del suo confine con Iran e Afghanistan, da cui ha storicamente assorbito lingua e costumi. Infatti, qui vivono anche Aymāq e Hazara, i primi in maggioranza musulmani sunniti, ma i secondi sciiti duodecimani e ismailiti. Gli Aymāq, sparsi anche in Khyber Pakhtunkhwa, sono tribù nomadi e semi-nomadi che parlano un dialetto della famiglia iraniana orientale e vivono in tradizionali tende nere afghane. Gli Hazara, originari dell’Hazarajat dell’Afghanistan centrale, parlano una variante del Darī o Farsi e annoverano minoranze sunnite. Ma esistono anche gli Aymāq Hazara, una combinazione delle due etnie che sono musulmani sunniti semi-nomadi e vivono (a differenza degli Aymāq) in yurte di stile mongolo ricoperte di feltro.[24]

Khyber Pakhtunkhwa

Fig. 26 – Pashtun: leader tribali e religiosi a Kandahar, 2010

Il Khyber Pakhtunkhwa è un vero esempio di condivisione del territorio da parte di popoli con differenti costumi e tradizioni che spesso il Pakistan riconosce come norme coesistenti nelle loro aree con le leggi dello Stato. I Pashtun (o Paṭhān) sono l’etnia maggioritaria e condividono molte caratteristiche con i vicini Afghani. Parlano Pashto (o Paṭhānī), una lingua iraniana orientale, ma l’uso dell’Urdu come lingua ufficiale pakistana è diffuso anche a livello popolare. La loro religione è in prevalenza l’Islam sunnita con minoranze sciite duodecimane e hindu. Sono conosciuti per essere profondamente religiosi, dall’organizzazione tribale e collettivista, altamente adattabili alle asperità geografiche e climatiche del territorio. Un altro tratto distintivo del loro carattere è il riferimento ai valori etici e del lavoro e all’ospitalità gratuita da concedere al di là delle differenze etniche e religiose (IES, 2019).

Fig. 27 – Pashtun: pakul

Fig. 28 – Pashtuns: qaraqul

Fig. 29 – Pashtun: pagri di Peshawar

I costumi pashtun sono ricchi e colorati, come può vedersi durante le annuali esibizioni popolari di danza dei Paṭhān Khattak nello stadio di Peshawar. Il loro abbigliamento maschile, a somiglianza del vestiario balochi, è costituito dal khət paṛtūg (in Urdu, shalwar kameez) indossato assieme al pakul, il cappello pashtun. I capi tribali a volte portano il qaraqul, un cappello triangolare di origine centro-asiatica. A Peshawar i giovani uomini di solito indossano un ampio kufi, un berretto senza falda, corto e arrotondato, e a Kandahar un cappello topi tondo o a cilindro. Le donne indossano abiti tradizionali lunghi ornati da gioielli fatti a mano, assieme a cappucci o fazzoletti sulla testa, e nella Valle di Kaghan usano accattivanti abiti fatti a mano.

Fig. 30 – Ragazze kaĺaśa

Fig. 31 – Danza kaĺaśa

In questa provincia vivono anche una miriade di etnie. Molte di loro formano più sottogruppi della famiglia etnica dei Dardi, generalmente accomunati da una lingua condivisa di origine indo-ariana, con varianti nei linguaggi etnici locali. La fede religiosa maggioritaria è l’Islam (nelle sue versioni sunnita, sciita e sufi nurbakhshi), ma non mancano minoranze hindu e buddhiste. Tra i più interessanti sottogruppi vi sono:

  1. i Kaĺaśa (Waigali o Wai), indigeni asiatici i cui antenati migrarono in Afghanistan e poi nel distretto di Chitral di questa provincia. Professano una forma di animismo o di antico Induismo, vestono di nero e sono considerati il gruppo etnico-religioso più piccolo e particolare di tutto il Pakistan;[25]
  2. i Kohistani, Musulmani sin dal XV secolo, parlano il Kohistani dell’Indo o Pashto. Hanno abitudini semi-stanziali, vivendo in abitazioni vicine ai campi agricoli in inverno e in campeggi montani in estate.

La provincia di Khyber Pakhtunkhwa include il famoso Khyber Pass, la via di accesso usata nel passato da molti conquistatori; ma soprattutto comprende la regione storica di Gandhāra (la terra della fragranza), corrispondente ad un antico stato esistito per duemila anni dal XV secolo a.C. al VI secolo d.C. È qui che si sviluppò la civiltà Gandhāra ed è questa regione che diventò la culla del Buddhismo e della sua arte, poi estesa all’Estremo Oriente. A cominciare dall’instaurazione dell’ellenistico Regno Indo-Greco e influenzata dall’arte persiana, la civiltà Gandhāra diede vita allo stile greco-buddhista. Restano sue testimonianze del II secolo a.C. nello Stupa Butkara di Mīngawara contenente le reliquie originali del Buddha. Questo stupa è situato nella Valle di Swat, diventata terra di pellegrinaggi verso i circa 400 siti dell’area contenenti migliaia di stupa e monasteri; questo perché la memoria buddhista tramanda che il Buddha stesso, nella sua reincarnazione di Siddhārtha Gautama, abbia predicato alla gente del posto.[26]

Fig. 32 – Peshawar: Moschea Mahabat Khan (foto dell’Ambasciata USA in Pakistan, 2018)

Dal I fino al V secolo d.C. l’architettura buddhista raggiunse l’apice in quella che viene chiamata appunto arte del Gandhāra. A Mardān, nella Valle di Peshawar, restano le rovine del Monastero Takht-i-Bahi (Trono della sorgente d’acqua) e della vicina Città a Sahr-i-Bahlol, un sito archeologico indo-partico. Takht-i-Bahi, del I secolo d.C. e oggi uno dei luoghi santi del Buddhismo, ospita una fila di colossali Buddha in un cortile dello stupa principale.[27] Nel V secolo la regione di Gandhāra è stata per questo meta di pellegrinaggio da parte del monaco buddhista cinese Fǎxiǎn, che per 15 anni ha seguito le orme del Buddha anche nelle Valli di Peshawar e Swat visitando molti luoghi sacri buddhisti (Naqvi, 1973).

L’attuale capoluogo della provincia di Khyber Pakhtunkhwa è Peshawar, la città più settentrionale del Pakistan, che nel II secolo d.C. detenne con il nome di Puruṣapura il titolo di capitale dell’Impero Kushana, quando questo si estendeva da Bukhara al Pamir, all’India centrale.[28] La città vanta mitiche origini (nella tradizione fu creata da Ahura Mazdā, il Dio Supremo dello Zoroastrismo) ed è stata reputata il gioiello della corona di Battriana.

Gilgit-Baltistan e Āzād Jammu e Kashmir

La provincia di Gilgit-Baltistan e il territorio autonomo di Āzād (Libero, in Urdu) Jammu e Kashmir sono qui accomunati per le affinità che li legano alla grande regione storico-culturale del Kashmir. Anche questo territorio è animato da un crogiolo etnico e religioso davvero singolare.

In Gilgit-Baltistan l’etnia prevalente è quella dei Balti, che hanno discendenza tibetana con aggiunte dardiche e sono presenti anche nelle città di Lahore, Karachi, Islāmābād e Rawalpindi. La loro lingua è della famiglia sino-tibetana e in maggioranza professano l’Islam sciita con minoranze musulmane sunnite o sufi nurbakhshi e gruppi allogeni aderenti al Buddhismo Tibetano o alla religione Bön di carattere animista e sciamanica. Musulmani sciiti, ma di culto ismailita nizarita, sono presenti nella regione di Hunza del Gilgit, oltre che nel Distretto di Chitral del Khyber Pakhtunkhwa. Appartengono ai seguenti gruppi:

  1. i Wakhi (o Khik), che parlano una lingua della famiglia iraniana;
  2. i Burusho (o Botraj), stanziati anche nella Valle di Nagar del Gilgit e che si esprimono in Burushaski (che è una lingua isolata) o in Khowar.

Soprattutto in tutte le predette province, ma anche nel Sindh, vivono i Gujǎr, un grande gruppo eterogeneo differenziato internamente in termini di cultura, religione, occupazione e status socio-economico.

Fig. 33 – Kashmiri: il pheran, abito tradizionale femminile

Alla famiglia etnica dei Dardi già descritta appartengono anche i Kashmiri dell’Āzād Jammu e Kashmir, originari della Valle del Kashmir amministrata dall’India e simili per costumi alla regione di Jammu. Oltre alla loro lingua Kashmiri, utilizzano l’Hindustani (una combinazione Hindi-Urdu) e sono prevalentemente musulmani con minoranze hindu e sikh. La loro storia è strettamente connessa alle vicende della partizione dell’India britannica nel 1947, quando lo Stato Principesco di Jammu e Kashmir, che all’epoca aveva il 77% della sua popolazione aderente all’Islam, ebbe l’opportunità di unirsi al Dominion britannico del Pakistan appena nato. Il locale Mahārāja, un credente hindu, favorì l’intervento dell’esercito indiano, che così s’impadronì del territorio. Le parti, sotto l’auspicio dell’ONU, raggiunsero un accordo provvisorio per cui una piccola parte dell’ex Stato Principesco restò sotto amministrazione pakistana, mentre la maggior parte fu assegnata all’amministrazione del governo di Delhī, provocando un esodo verso la parte libera del territorio, quella appunto denominata Āzād.[29]

Una storia connessa agli stessi eventi è quella degli Stati Principeschi di Hunza (o Kanjut) e Nagar. All’epoca entrambi scelsero di unirsi al Pakistan, sebbene questa decisione sia ancora contestata dall’India che tuttora ne rivendica la sovranità. Dopo il 1947 i due Stati Principeschi sono stati riconosciuti come soggetti autonomi del Pakistan fino al 1974, quando il governo federale li sciolse, dando vita in seguito ai Territori del Nord e poi alla provincia di Gilgit-Baltistan.

Fig. 34 – Valle di Hunza: la Rocca di Baltit (foto di Joan Torres)

Fig. 35 – Valle di Hunza: il ponte Husseini (foto di Joan Torres)

Le aree nord-orientali of Pakistan sono disseminate di antiche fortezze e torri. Nell’estrema parte settentrionale del Pakistan confinante con il Corridoio afghano del Wakhan e la Regione Autonoma Uyghura cinese dello Xīnjiāng, la Rocca di Baltit sorge vicino a Karimabad, una città nella Valle di Hunza del Gilgit. La Rocca di Baltit, una costruzione in stile balti del XVII secolo sul sito di precedenti storiche roccaforti, vanta un’architettura simile a quella del Palazzo del Potala di Lhasa, la capitale del Tibet. Baltit è il nome originario della città, che è stata ribattezza Karimabad in onore dell’’Āgā Khān IV Shāh Karīm, 49° Imām Nizarita della comunità ismailita dei Khoja. La sua Aga Khan Trust for Culture, un’agenzia dell’Aga Khan Development Network, ha infatti condotto il restauro della Rocca negli anni ’90.

Per comprendere la natura dei costumi in Baltistan bisogna andare nella Valle di Skardu, nota come Tibet Khurd (Piccolo Tibet) fin dall’era Mughal per lo stile di vita degli abitanti simile a quello del Tibet. Yabgo Khar (il forte sul tetto) è un antico forte e palazzo situato a Khaplu, a est della città di Skardu e lungo la via che conduce verso il Ladakh, una regione del Jammu e Kashmir amministrato dall’India. L’architettura del forte, costruito nel 1840, dimostra influenze stilistiche tibetane, kashmiri, ladakhi, balti e centro-asiatiche, esaltando la multi-culturalità corrispondente alla posizione geografica e alle commistioni etniche derivanti dalla sua storia. Anche Yabgo Khar è stato di recente restaurato a cura dell’Aga Khan Trust for Culture.[30] Tra le sue architetture più interessanti, Khaplu annovera alcuni edifici ispirati allo stile in uso nella Valle del Kashmir: per esempio, la Moschea Chaqchan (Moschea Miracolosa) aderente al culto sufi della Nurbakhshiyya, una derivazione della Kubrāwiyya che enfatizza l’unità nella Umma islamica. L’edificio presenta una tecnica di costruzione a graticcio dal 1370, quando la popolazione si convertì in massa dal Buddhismo all’Islam e lo eresse.[31]

Il Territorio della Capitale 

“La città del Futuro” la chiamò l’urbanista greco Konstantinos Doxiadis, il padre dell’echistica, quando nel 1959 concepì il progetto della nuova capitale su impulso del Feldmaresciallo Moḥammad Ayyūb Khān, che da poco aveva conquistato la responsabilità di Presidente del Pakistan. La città, che significativamente prese il nome di Islāmābād in omaggio all’elemento unificante della nazione, assunse ufficialmente il suo ruolo di capitale nel 1961 e quello effettivo cinque anni dopo. Nell’elaborazione del suo piano generale, Doxiadis applicò l’idea della dynapolis a ventaglio, una città moderna nell’estetica e nel funzionamento, con un impianto a diffusione lineare generato da un polo centrale. La costruzione degli edifici diede priorità alle funzioni governative e amministrative. Seguirono tutti gli altri elementi costitutivi di una città pianificata ordinata e razionale, con quartieri residenziali, zone commerciali, cinture verdi, ampie arterie e nodi di trasporto, tutte componenti urbane sottoposte al controllo di una rigida zonizzazione.[32]

Non tutti sono d’accordo sulla scelta governativa di affidare i maggiori interventi edilizi a architetti e imprese provenienti dall’estero, perché alcune valutazioni ritengono che il tentativo di mediazione tra modernità e caratteristiche stilistiche tradizionali, così come percepite da sensibilità esterne al territorio, abbia dato vita ad architetture ibride senza un carattere identitario (Alvi, 2009).

Edward Durell Stone, che ha progettato gli edifici Aiwan-e-Sadr (il Palazzo Presidenziale) e Majlis-e-Shūrā (il Parlamento) e il blocco ministeriale del Governo pakistano, tutti in stile orizzontale, ha cercato di seguire un approccio mughal. Ma l’architetto turco Vedat Ali Dalokay ha deliberatamente progettato la Grande Moschea Shāh Fayṣal in uno stile islamico contemporaneo di ispirazione astratta. E l’architetto giapponese Kenzō Tange si è affidato a uno stile formalista-modernista per l’edificio dell’Adālat-e-Uzma Pākistān (la Corte Suprema del Pakistan). In particolare, la Grande Moschea, ormai un simbolo della città e dell’intera nazione, rompe con la tradizione e introduce innovazioni nel linguaggio architettonico e una nuova estetica: evita la cupola classica, evoca una tenda araba del deserto e presenta minareti di stile turco.

Fig. 36 – Islāmābād: Monumento al Pakistan (foto di Muhammad Ashar, 2016)

Infine, tra le ultime architetture arrivate ad impreziosire una città dal volto multiforme, il Monumento al Pakistan inaugurato soltanto 12 anni fa è dedicato all’unità nazionale. La sua architettura del pakistano Arif Masoud è forse la più brillante sintesi artistica del sentimento pakistano, compendio della sua consapevolezza storica proiettata nella contemporaneità. Lo stile è ancora una volta improntato alla delicatezza dell’arte Mughal. I lineamenti della struttura in granito a forma di petalo evocano le muqarnas, vale a dire le volte con stalattiti sovrapposte e sempre più prominenti, che decorano, ad esempio, la Moschea dell’Imām a Eşfahān. I quattro petali più grandi rappresentano le culture costitutive della nazione: la Punjabi, la Sindhi, la Balochi e la Pashtun; quelli più piccoli sono dedicate alle minoranze, all’Āzād Jammu e Kashmir e alle Aree Tribali.[33]

Conclusione

Il Monumento al Pakistan sembra proprio il modello cui riferirsi per comprendere il significato della presenza del Pakistan nel panorama centro-meridionale asiatico. Qui forse il ruolo dell’Islam come elemento fondante e cuore unificante dell’identità nazionale non è risaltato abbastanza. Naturalmente l’Islam è la ragione determinante della sua struttura culturale e artistica non solo nei tempi recenti (la sua formazione come Repubblica Islamica), ma a partire dal 711, quando Moḥammed bin Qāsim conquistò Sindh, Balochistan e parte del Punjab, estendendo lo status di Ahl al-Kitāb (Gente del Libro) a Induisti e Buddhisti radicati nella zona. E poi, gradualmente continuando in un lento crescendo, con i Sultanati Ghaznavide, Ghuride, di Dehlī, fino allo splendore Mughal.

Fig. 37 – Tipico camion pakistano (foto di Alexandros.Papadopoulos, 2009)

Tuttavia, lo abbiamo visto, le minoranze (uno dei petali più piccoli del Monumento al Pakistan) sono parte integrante della sua cultura: da quelle etniche di Saraiki, Siddhi, Aymāq, Hazara e Dardi, a quelle multi-etniche come Muhajir e Gujǎr, da quelle religiose Cristiane, Buddhiste e Bön, a quelle etnico-religiose Hindu, Sikh e Parsi zoroastriani. Queste minoranze devono rappresentare per il Pakistan non un problema, ma una ricchezza riconosciuta nei termini che sono stati qui delineati, accanto alle autonomie regionali che esprimono le culture costitutive della nazione (i quattro petali più grandi). In questo senso, la questione delle Aree Tribali (un altro petalo del Monumento) resta, a mio avviso, controversa da quando la semi-autonomia regionale di cui godevano è stata abolita nel 2018 con il loro completo assorbimento nella provincia di Khyber Pakhtunkhwa. Infine, la situazione nel Grande Kashmir, non definita sul piano formale internazionale: la questione dell’unione degli ex Stati Principeschi alternativamente al Pakistan o all’India rappresenta una ferita ancora aperta, non tanto dal punto di vista della gestione amministrativa (ora praticamente accettata dalle parti), quanto sul piano del sentimento popolare che vive i territori persi come una lesione della propria identità nazionale.

Stando così le cose, il Pakistan può vincere la propria sfida per un’ordinata coesistenza interna ed esterna ricorrendo alle radici della propria storia e all’unità d’intenti delle proprie componenti, senza rinunciare peraltro all’essenza multiforme della propria struttura culturale. Ancora una volta citando le parole di Jinnah (Jillani, 2013): “Dovremmo cominciare a lavorare in questo spirito e nel corso del tempo svaniranno tutte queste spigolosità fra comunità della maggioranza e delle minoranze, la comunità hindu e quella musulmana, perché anche per quanto riguarda i Musulmani ci sono Paṭhān, Punjabi, Sciiti, Sunniti e così via, e tra gli Hindu ci sono Bramini, Vaishnava, Khatri, ma anche Bengalesi, Madrasi e così via”.

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