IWA MONTHLY FOCUS

SAHEL: LEGITTIMITÀ DELLA FORZA INCONDIZIONATA O COOPERAZIONE GLOBALE PER LO SVILUPPO?

di Glauco D’Agostino

Questo articolo è stato per primo pubblicato in Inglese da “Geopolitica. Revistă de Geografie Politică, Geopolitică şi Geostrategie“, Anul XV, nr. 72 (4 / 2017) “AFRICA FLUIDĂ“, Editura “Top Form”, Editura “Top Form”, Asociaţia de Geopolitica Ion Conea, Bucureşti, 2017. L’autore è componente del Comitato Scientifico Internazionale della rivista.

Fig. 1 – Djenné (Mali), Grande Moschea (foto dell’Autore)

Sommario

Il dopo 11 settembre, con il suo carico di sconvolgimenti nel diritto internazionale (indebolimento delle prerogative statali, monopolio degli interventi bellici, consenso sulle violazioni dei confini per vere o presunte infrazioni umanitarie), ha esacerbato le ostilità e aumentato l’instabilità dei già deboli Paesi del Sahel, oggi ancora più dipendenti di prima da decisioni e azioni dei grandi attori mondiali o dei soggetti non-statali loro emissari. Molti analisti intravedono nelle nuove politiche regionali il pericolo di un neo-colonialismo presentato con le vesti di un “soft power”, il cui scopo rimane funzionale all’interesse di soggetti istituzionali ed economici esterni. Nonostante i propositi enunciati, il G5 Sahel sembra ancora concentrato più sulle finalità di coordinamento anti-terrorismo e di sicurezza piuttosto che sullo sviluppo socio-economico.

Le politiche “espansive” nel Sahel da parte delle potenze globali e delle potenze regionali contermini vedono il seguente quadro: un nuovo ruolo di intervento e mediazione assunto dalla Russia; un ruolo di persuasione (piuttosto che di imposizione) assunto dalla Cina, sempre sotto l’egida dell’ONU e con il consenso degli organismi regionali e nazionali; una competizione per l’egemonia tra l’Algeria, che ha sempre mantenuto una posizione contraria ad interventi militari, e il Marocco, che ha dimostrato ottime capacità di mobilitare risorse finanziarie. Un ennesimo fronte di interferenza è rappresentato da movimenti religiosi che sono accusati di essere la “longa manus” di Stati esteri e che trovano una sponda nelle rivendicazioni tuareg e arabe.

Gli USA sembrano indirizzare le proprie azioni politiche verso un rafforzamento dei programmi militari a difesa dei loro interessi principalmente energetici. L’UE agisce secondo la difesa di alcuni valori che ritiene di esportare (democrazia, diritti umani, stato di diritto), costituendo potenziali forme di pressione volte ad imporre riforme politiche in cambio di aiuti economici condizionati. Sull’operato della Francia pesa l’eredità della Françafrique, cioè della politica neo-coloniale messa in atto dopo la stagione delle indipendenze. Nel Sahel restano le ombre sulle reali motivazioni dei frequenti interventi militari giustificati da ragioni umanitarie o di prevenzione dei conflitti. Sembra evidente che l’instabilità e la dipendenza politica del Sahel non si possano ribaltare utilizzando soltanto politiche di natura militare.

Parole-chiave: Sahel, interferenze, neo-colonialismo, anti-terrorismo, soft power, governance, Françafrique, programmi militari, G5 Sahel, Tuareg, Algeria, Marocco.

 

Fig. 2 – Mappa delle regioni dell’Africa Sahariana (di Peter Fitzgerald, agosto 2008)

Fig. 3 – Il Presidente Macron rende omaggio ai soldati acquartierati nel Sahel

Dipendenza e interferenze

Gao, sul fiume Niger, ospita la più grande base militare francese fuori dal territorio nazionale. L’antica capitale dell’Impero Songhai, che vi introdusse l’Islam, è stata dal 6 aprile 2012 al 14 febbraio 2013 capitale dello Stato indipendente dell’Azawād, un vastissimo territorio nel nord del Mali poi controllato militarmente dalle truppe francesi. Si capisce perché Emmanuel Macron, qualche giorno dopo avere assunto le funzioni di Presidente della Repubblica francese, abbia sentito il dovere di rendere omaggio ai 1.600 soldati acquartierati nel cuore del Sahel.[1] L’episodio è sintomatico del destino di questa antica terra.

Fig. 4 – Rotte commerciali transahariane (Fonte: http://www.aui.ma/personal/~E.Ross/ Sahara_map.jpg)

Dal punto di vista geo-politico, il Sahel, una delle aree più povere e con un incremento demografico tra i più elevati del mondo,[2] esercita una forte attrazione tanto sulle grandi potenze quanto sui Paesi viciniori a causa della presenza di ingenti risorse energetiche (uranio, petrolio, minerali) e per la sua posizione strategica di raccordo tra l’area mediterranea, il Sahara e la vastissima area sub-sahariana. Se a queste caratteristiche geografiche si aggiungono alcune peculiarità comportamentali, come il debole controllo governativo dei territori esterni alle singole capitali,[3] la frequente corruzione delle classi dirigenti e il carattere eversivo di alcuni movimenti politici (endogeni o importati), la costante instabilità di quest’area dalla stagione delle indipendenze in poi trova una plausibile spiegazione.[4]

Nell’essere sede di conflitti (endogeni o importati) il Sahel non è certo solo nel panorama mondiale, ma il dopo 11 settembre, con il suo carico di sconvolgimenti nel diritto internazionale (indebolimento delle prerogative statali, monopolio degli interventi bellici, consenso sulle violazioni dei confini per vere o presunte infrazioni umanitarie),[5] ha esacerbato le ostilità e aumentato l’instabilità dei già deboli Paesi dell’area, oggi ancora più dipendenti di prima da decisioni e azioni dei grandi attori mondiali o dei soggetti non-statali loro emissari. La speranza (o la retorica?) della comunità internazionale confida nella capacità di aggregazione degli Stati del Sahel entro il quadro di alleanze regionali. Ma queste, se non oculatamente indirizzate, rischiano di fiaccare ulteriormente le prerogative sovrane dei governi e di esaltare il ruolo guida degli ispiratori e finanziatori dei provvedimenti conseguenti, sempre esterni rispetto alle realtà locali per ovvie ragioni di capacità economica.

Tutto questo dà adito ad accuse di interferenze che, a guardar bene, non nascono certo a seguito di queste iniziative, essendo stata la storia dell’intera Africa penalizzata dalla soggezione coloniale e anche post-coloniale. Molti analisti intravedono nelle nuove politiche regionali prospettate e in atto il pericolo di un neo-colonialismo “dal volto umano” presentato con le vesti di un “soft power” maggiormente tollerabile dalle popolazioni e dalle classi dirigenti locali, ma il cui scopo rimane funzionale all’interesse di soggetti istituzionali ed economici esterni. Altri guardano al contenuto dei provvedimenti che queste iniziative prevedono, per valutarne l’ottica e le prevedibili conseguenze. In altri termini, anche la sovrapposizione di decisioni esogene su quelle determinate dai singoli governi potrebbe essere accettabile se questa fosse congruente e integrativa rispetto agli interessi nazionali e soprattutto se finalizzata allo sviluppo economico e sociale delle popolazioni, non solo alla loro sicurezza interna.

Fig. 5 – Azawād – Mappa che mostra la massima estensione del territorio in mano ai ribelli nel gennaio 2013 (da Orionist)

Sebbene il Sahel non sia stato immune da efferati conflitti e sanguinose convulsioni politiche, nei decenni scorsi Stati Uniti e Francia hanno sottolineato la necessità di intervenire esclusivamente con programmi di cooperazione militare per eradicare la minaccia terroristica dall’area, trascurando completamente concause storiche interne provocate dalla cattiva gestione coloniale dei problemi di integrazione etnica, di rappresentanza politica e di formazione degli Stati indipendenti.[6] Una svolta determinante giunge nel 2012, quando la rivolta tuareg nel nord del Mali rende evidente l’inefficacia e l’inefficienza di tutti i programmi di natura militare messi in atto nel Sahel dal 1998. A questa presa d’atto segue la continuazione della stessa politica di militarizzazione dell’area, con l’intensificazione della presenza militare straniera, giustificata dai governi interessati dall’urgenza di arginare l’aggressività di movimenti politici ritenuti jihādisti e allineati con al-Qāʿida nel Maghreb Islamico. Resta l’ombra del sospetto che qualche volta questi interventi anti-terrorismo possano servire ancora a supportare o, viceversa, spodestare governi ritenuti rispettivamente amici o nemici, condizionando le sorti istituzionali e politiche dei Paesi.

Fig. 6 – Mappa politica del Mali (Fonte: http://www.mappery.com/map-of/Mali-Political-Map)

Fig. 7 – Il Segretario Generale dell’ONU Antonio Guterres con i Capi di Stato del G5 Sahel, il Presidente francese Emmanuel Macron e l’Alto Rappresentante dell’UE per gli Affari Esteri Federica Mogherini (Foto ONU)

I nuovi programmi di sicurezza

Il 20 giugno scorso, dopo l’occupazione francese del Mali del 2013, su richiesta di Parigi il Consiglio di Sicurezza dell’ONU ha adottato la Risoluzione 2359[7] che autorizza lo spiegamento di ulteriori 5.000 soldati degli Stati del G5 Sahel oltre le già presenti forze dell’Operazione francese transfrontaliera Barkhane,[8] altre forze speciali statunitensi e tedesche, le truppe della Minusma (la missione ONU di mantenimento della pace in Mali) e quelle degli eserciti nazionali. Il 2 luglio gli Stati del G5 Sahel (Mali, Mauritania, Burkina Faso, Niger e Tchad) hanno varato ufficialmente la nuova forza militare multinazionale, che si concentrerà sulle zone di confine: una lungo la frontiera tra Niger e Mali, un’altra tra il Mali e la Mauritania e una terza a cavallo dei confini tra Burkina Faso, Niger e Mali.[9]

Fig. 8 – Riunione della Piattaforma di Cooperazione per la Sicurezza del G5 Sahel (PCMS) a Nouakchott, in Mauritania, il 24 e 25 ottobre 2017 (Foto UNODC)

Fig. 9 – Mappa politica della Mauritania (Fonte: Perry-Castañeda Library Map Collection, http://www.lib.utexas.edu/maps/)

Fig. 10 – Regione di Liptako-Gourma (Fonte: Institute for Security Studies, https://issafrica.org/iss-today/the-g5-sahel-must-do-more-than-fight-terror)

Il quadro istituzionale di coordinamento denominato G5 Sahel, che ha il suo Segretariato permanente nella Repubblica Islamica di Mauritania, era nato durante un vertice tenuto dai cinque Paesi a Nouakchott dal 15 al 17 febbraio 2014 per la cooperazione regionale in materia di sicurezza e sviluppo e con il sostegno politico, finanziario e tecnico della Francia e dell’Unione Europea. Tre anni dopo, il vertice straordinario di Bamako annunciava a febbraio la volontà di creare una forza militare congiunta in funzione anti-terroristica e il pattugliamento congiunto in atto nella Regione di Liptako-Gourma.[10] Ad aprile successivo il Consiglio di Pace e Sicurezza dell’Unione Africana, suo organo esecutivo, autorizzava la creazione di una forza militare congiunta composta di 5.000 uomini per un periodo iniziale di 12 mesi.[11] Poi, la Risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sopra citata.

Fig. 11 – Operazioni di pace per il Mali e il Sahel nel periodo 2013-2014 (ONU, luglio 2015)

Dunque, nonostante i propositi enunciati nella sua convenzione, il G5 Sahel sembra ancora concentrato solo sulle finalità di coordinamento anti-terrorismo e di sicurezza, secondo le esigenze e le impostazioni dei suoi principali finanziatori (in primis, il Libro Bianco francese del 2013 sulla difesa e la sicurezza nazionale). Così, le necessità di migliorare la governance e di perseguire lo sviluppo socio-economico dell’area risultano retrocesse a finalità di complemento, anche perché l’urgenza di bloccare l’ondata migratoria africana verso l’Europa è vissuta come emergenza securitaria e poco spazio lascia all’approfondimento delle cause che provocano le migrazioni e alle conseguenti misure di riequilibrio da adottare in loco (Lebovich, 2017). Tuttavia, l’Alleanza per il Sahel[12] lascia una finestra aperta verso la cooperazione allo sviluppo nella regione, perché promuove l’azione congiunta di Unione Europea, i suoi stati membri, il Gruppo della Banca Mondiale, la Banca Africana di Sviluppo e l’ONU.[13]

Fig. 12 – Ségou (Mali) – Il campo militare Amadou Sheikou Tall

Fig. 13 – Incontro di sostegno al G5 Sahel a La Celle-Saint-Cloud, vicino a Parigi, il 13 dicembre 2017

Eppure, le risorse finanziarie essenziali per la nuova forza militare (che probabilmente avrà il suo Quartier Generale a Sévaré, città del Mali sud-orientale) sono ingenti: sono stimate in 423 milioni di dollari soltanto nel suo primo anno di operazioni.[14] L’Unione Europea ha impegnato circa 50 milioni di euro per l’inizio delle operazioni e la Francia ha promesso 8 milioni di euro per il supporto logistico. Al recente vertice ospitato da Macron a La Celle-Saint-Cloud, presso Parigi, l’Arabia Saudita ha detto che contribuirà con 100 milioni di euro e gli Emirati Arabi Uniti hanno offerto 30 milioni di euro. Gli Stati Uniti[15] hanno promesso a Macron 60 milioni di dollari,[16] mentre la Gran Bretagna si è rifiutata di finanziare l’iniziativa. Ciascuno dei membri G5 Sahel contribuirà con 10 milioni di euro, ma i loro governi sono già oberati finanziariamente.[17]

In tema di ingerenze negli affari interni dei singoli Stati del Sahel, qui il discorso si estende non soltanto agli interventi o alle presenze militari via via varate dai Paesi che vi nutrono interessi di sicurezza, ma anche a tutte le forme di controllo economico-finanziario e di pressione politica sulle istituzioni, che in ogni caso condizionano le volontà dei governi locali. Oppure le stesse forme di controllo possono essere indirizzate verso soggetti non istituzionali che giocano ruoli importanti (favorevoli o contrari) nei rapporti con i governi. In altri termini, si tratta di allargare l’ottica ad un ambito che va ben oltre l’imposizione ottenuta con la forza, ma che si manifesta attraverso quel “soft power” di cui si accennava in apertura. Spesso un oculato uso degli aiuti forniti ad un Paese possono renderlo mansueto e ben disposto a svolgere specifici compiti per procura nei contesti internazionali o addirittura ad assumere il ruolo di soggetto passivo di un protettorato di fatto. Ovviamente, formulare un giudizio in merito non è facile e senz’altro ci si astiene dal farlo. Tuttavia, se ne possono delineare i contorni registrando i fatti.

Prima di esaminare le ipotetiche ingerenze da parte dei partner occidentali negli affari interni degli Stati del Sahel, si traccia per grandi linee il quadro di alcune politiche per così dire “espansive” da parte delle altre potenze globali e delle potenze regionali contermini.

La Russia

La Federazione Russa gioca un ruolo limitato nel Sahel, ma la nuova funzione di intervento e mediazione assunto da Putin in Medio Oriente ha spinto Mosca a ricercare alleanze anche in Nord Africa, ponendo attenzione alle rive del Mediterraneo e ai Paesi che possono influire sugli assetti geo-politici ed economici anche del Sahel. Lo ha fatto in primo luogo supportando in funzione anti-islamista il regime egiziano di ʿAbd al-Fattāḥ as-Sīsī e in Libia il Feld Maresciallo Khalīfa Belqāsim Ḥaftar e il Consiglio dei Deputati insediato a Tobruk.[18] D’altra parte, Mosca aveva già avuto un “feeling” particolare con il regime di Gheddafi e non certo per il pericolo islamista.

Schierata in modo discreto per il mantenimento dello “status quo” durante le rivoluzioni arabe, la Federazione Russa ha stretto i rapporti con l’Algeria attraverso gli accordi di cooperazione Sonatrach-Gazprom sull’esplorazione e produzione di idrocarburi nel bacino di Berkine (al confine con la Tunisia), accordi siglati già nel 2009 nell’ambito della partnership strategica inaugurata nel 2001.[19] Nel 2014 la russa Rosatom State Atomic Energy Corporation ha siglato un memorandum di mutua assistenza con la corrispondente autorità algerina e due anni dopo con quella tunisina.[20] Ma il più grande aiuto che la Russia ha fornito all’Algeria (e per cui Algeri deve essere grata) è la possibilità di compensare parzialmente il debito di 4,5 miliardi di dollari attraverso l’acquisto di armi russe, il che contribuisce a far recuperare a Mosca il medesimo ruolo nel settore degli armamenti avuto dall’URSS durante la guerra fredda, specialmente con Algeria, Egitto e Libia. Alla stessa Libia di Gheddafi nel 2008 era stato cancellato il debito di 4 miliardi di dollari nei confronti della Russia con lo stesso sistema transattivo (Facon, 2017).

In ogni caso, tutto questo attivismo di Mosca nella regione segna il ritorno di Putin sulle sponde del Mediterraneo con il chiaro intento di ottenere un ritorno in termini di fidelizzazione politico-economica e di conseguente riferimento internazionale per l’asse Algeri-Tobruk-Il Cairo.

La Cina

Fig. 14 – Mappa politica del Sudan e del Sud Sudan (Fonte: https://www.thinglink.com/ scene/885206811320254465)

La più evidente presenza cinese nel Sahel non è tanto di carattere militare, quanto invece manifestata nel settore energetico. Pechino aveva iniziato una partnership con Kharṭūm per lo sviluppo della sua industria petrolifera nel 1997,[21] poco prima che il teologo Ḥasan ‘Abd Allāh et-Turabi fosse allontanato dalle cariche istituzionali.[22] Peraltro, il Sudan era ancora sotto sanzioni USA e in preda ad una sanguinosa guerra civile dal 1983. La China National Petroleum Corporation vi aveva comunque operato colossali investimenti e aveva trovato per questo poca competizione sul mercato.

Fig. 15 – Kharṭūm (Sudan) (di kopi_kocok via flickr)

Fig. 16 – Sudan – Le piramidi nubiane di Meroe (di Jenni Marsh, CNN, 10 maggio 2017)

Dopo che a gennaio del 2005 il Comprehensive Peace Agreement tra il governo e il Movimento per la Liberazione del Sudan aveva posto fine alla seconda guerra civile e aveva fondato le basi per l’indipendenza del Sud Sudan, nel 2008 Pechino si affrettava ad aprire un proprio consolato a Djuba, considerato che il 75% dei pozzi petroliferi era localizzato proprio nel Sud Sudan, anche se la maggior parte degli impianti di raffinazione si trova tuttora al Nord. Dopo il riconoscimento dell’effettiva indipendenza ottenuta dal sud nel 2011, la Cina mantiene intense relazioni con entrambi gli Stati, perché la mancanza di sbocchi sul mare costringe il governo di Djuba a dover dipendere da quello di Kharṭūm per il trasporto del petrolio verso Port Sudan, sul Mar Rosso, attraverso la rete degli oleodotti sudanesi. Dal 2013, poi, gli interessi cinesi nella produzione petrolifera sono a rischio a causa della guerra civile scoppiata nel Sud Sudan.

Proprio la questione sud-sudanese ha contribuito a mitigare la rigida politica di non-intervento utilizzata da Pechino fino ad allora,[23] specialmente quando decide di diventare membro della Commissione Congiunta di Monitoraggio e Valutazione (JMEC) insediata dall’Autorità Intergovernativa per lo Sviluppo (IGAD), l’organismo di supervisione dell’Accordo di Pace di Addis Abeba del 2015.[24] In pratica, da allora accetta un ruolo di persuasione (piuttosto che di imposizione) sotto l’egida dell’ONU e con il consenso degli organismi regionali e nazionali, principalmente in presenza di crisi umanitarie. Certo, la sua base navale militare a Djibuti[25] sembra servire più i propri interessi geo-politici e commerciali che propositi di conciliazione delle controversie, soprattutto quando si evidenzi la competizione inevitabilmente posta in atto con le altre due importanti basi navali presenti sempre a Djibuti, quella degli Stati Uniti e quella giapponese. Ma chi ha detto che queste debbano gestire un monopolio nell’area?

Fig. 17 – Mappa politica del Tchad (Fonte: https://nl.dreamstime.com/royalty-vrije-stock-foto-tsjaad-image6306585)

Lo stesso approccio la Cina mantiene nelle altre crisi del Sahel.[26] Abbandonando la linea del solo finanziamento e supporto alle missioni ONU, dal 2015 Pechino offre le sue truppe alla Minusma. Ma la sua politica di penetrazione nel Sahel non passa certo attraverso la sporadica presenza militare. La dirigenza cinese intende basare la sua politica estera nell’area (come in tutta l’Africa) sulle partnership che da un lato aiutino gli Stati a ridurre i singoli debiti nazionali e dall’altro aprano la strada alla Cina per l’acquisizione di concessioni governative nel settore delle risorse naturali e per l’esecuzione dei propri investimenti, in particolare nel settore infrastrutturale in cui il Sahel evidenzia enormi carenze. Una strategia “win-win” che tiene conto del rispetto dei concetti di sovranità e solidarietà (Antončić, 2017). Ne è un esempio il rapporto costruito dal 2006 (anno della ricostituzione delle relazioni diplomatiche) con il Tchad.[27] Ovviamente, il gigante asiatico si aspetta anche da N’Djamena, come da tutte la capitali dei Paesi africani partner, un ritorno d’immagine positiva, ma anche di impegno a suo fianco nelle questioni di politica internazionale.

Le potenze regionali nord-africane e i movimenti religiosi d’importazione

Il Paese nord-africano maggiormente interessato alle vicende del Sahel è senza dubbio l’Algeria e questo per motivi connessi alla sua sicurezza. Tuttavia, Algeri ha sempre mantenuto una posizione contraria ad interventi militari su territori di stati sovrani, tanto per se stessa quanto per le potenze mondiali,[28] in questo rimanendo coerente con quanto scritto nella sua Costituzione,[29] con la propria storia di vittima delle azioni coloniali europee e con il ruolo storico di membro attivo del Movimento dei Paesi Non-Allineati, cui a tutt’oggi aderisce.[30] Per esempio, si è opposta all’intervento NATO in Libia sulla base della considerazione che la Rivoluzione libica riguardasse problemi interni al Paese; e ugualmente già nel 2012 aveva ammonito la Francia a non invadere il Mali, prevedendo ripercussioni di natura terroristica sul suo territorio, puntualmente subite dopo l’intervento francese dell’anno dopo (Porter, 2015).

L’azione politica algerina, sebbene in presenza di un costante aumento del suo bilancio militare dal 2011, è comunque sempre stata incentrata sul rafforzamento degli scambi commerciali con i Paesi del Sahel sulla base di accordi bilaterali e sempre nel quadro istituzionale dei principi forniti dall’Unione Africana, anche perché ben consapevole di rappresentare assieme al Marocco la più forte economia dell’area in termini di investimenti esteri (Lebovich, 2017). D’altro canto, le preoccupazioni per la sicurezza all’interno e all’esterno delle sue frontiere hanno indotto l’Algeria a promuovere le seguenti iniziative, che comportano l’eventualità di operazioni militari sempre in accordo con i Paesi interessati e nel quadro di cooperazioni regionali autorizzate dagli organismi internazionali preposti:

  • il Comité d’État-Major Opérationnel Conjoint (CEMOC), organismo di raccordo tra i capi militari di Algeria, Mali, Mauritania e Niger con il compito di controllo e intervento su un’area trans-frontaliera di quasi 2.000 km di lunghezza e una profondità di quasi 1.000 km. Non casualmente il Comitato è basato a Tamanghaset, il più importante centro dei Tuareg algerini;[31]
  • il Processo di Nouakchott, nato a marzo 2013 e sfociato il 18 dicembre 2014 nella Dichiarazione di Nouakchott per il potenziamento della cooperazione regionale in materia di sicurezza, sottoscritta sotto l’egida dell’Unione Africana da Burkina Faso, Tchad, Mali, Mauritania, Niger, Algeria, Libia, Senegal, Costa d’Avorio, Guinea e Nigeria.[32]

Fig. 18 – Nouakchott (Mauritania) – Moschea saudita, 2007

Tutto sommato, queste iniziative rispecchiano lo stesso schema di altre simili iniziative a impulso extra-africano, come quella del G5 Sahel esposta in precedenza. Ma non può non ricordarsi l’impegno di Algeri per il raggiungimento dell’Accordo per la Pace e la Riconciliazione in Mali di maggio-giugno 2015 (oggi comunque in stallo),[33] a seguito del quale l’Algeria si è imposta come Paese leader nella mediazione regionale tra Stati e tra organizzazioni non-statali presenti sul territorio.[34]

Algeri tiene moltissimo anche alla propria sovranità e alla non-ingerenza nei propri affari interni. Per esempio, non ha esitato a schierare decine di migliaia di soldati al confine libico durante la Rivoluzione del 2011, temendo effetti di “spillover” sul suo territorio. Similmente, l’Algeria non è membro dell’Organizzazione Mondiale del Commercio[35] perché, tra l’altro, si è opposta alla richiesta dell’organismo di consentire l’importazione di prodotti alcoolici, il che contraddirebbe i principi islamici della sua popolazione.[36]

Fig. 19 – Mappa del Sahara Occidentale (ONU, novembre 1995)

Il vero problema diplomatico algerino nel Sahel è la rivalità con il Regno del Marocco, che si esprime in una vera e propria competizione per determinare una egemonia sull’area. L’Operazione Africa Lion 2015[37] ha sollevato ad Algeri forti preoccupazioni per il rafforzamento dei legami tra Rabat e Washington e le sue ripercussioni sulla posizione giuridica internazionale del Sahara Occidentale. Ma l’antagonismo va oltre questa specifica annosa questione e investe la concorrenza per gli investimenti nell’area, dove il Marocco ha creato ottime relazioni politiche e commerciali con il Mali e il Senegal e ha dimostrato ottime capacità di mobilitare risorse finanziarie nei settori bancario, delle telecomunicazioni e dei trasporti aerei (Lebovich, 2017).

Nella stessa fattispecie rientra il contrasto che ha opposto Algeria e Libia per il controllo del Sahel, perlomeno fino alla caduta di Gheddafi e alla disintegrazione dello Stato libico.[38] Le illazioni che riguardavano le due nazioni erano che Gheddafi aspirasse al patrocinio di tutte le rivendicazioni tuareg in Mali al fine di aggiungere un altro tassello al suo progetto di Lega Popolare e Sociale delle Tribù del Gran Sahara, che doveva riunire i leader di 21 Paesi desertici del Nord Africa e del Medio Oriente; e che il comportamento algerino svelasse l’intenzione di considerare il Sahel come la “pattumiera” di casa in cui confinare tutti gli elementi di insicurezza presenti sul suo territorio (per esempio, l’Organizzazione di al-Qāʿida nel Paese del Maghreb Islamico – AQIM e il Movimento per l’Unità e il Jihād in Africa Occidentale – MUJAO).

Fig. 20 – Tuareg vicino Tinbuktu (da Eyre, 2003)

Il focus, come si vede, era ed è sul nord del Mali, specialmente sui territori di Tinbuktu, Gao e Kidal, a ragione delle loro enormi riserve di petrolio e gas non ancora utilizzate e su cui la società statale algerina del petrolio e del gas Sonatrach ha operato notevoli investimenti. D’altra parte Gheddafi già dal 1998, con la creazione della Comunità degli Stati del Sahel e del Sahara (CEN-SAD) di sua ispirazione e finalizzata alla creazione di una vasta zona di libero scambio in Nord Africa (e che escludeva l’Algeria), aveva già ipotecato uno strumento di controllo politico-finanziario sul Sahel. Oggi una simile più limitata aspirazione sembra avere il Feld Maresciallo libico Ḥaftar nei confronti di Tchad e Niger (Lebovich, 2017).

Fig. 21 – Bobo-Dioulasso (Burkina Faso) – Grande Moschea (di Geri, settembre 2007)

Un ennesimo fronte di interferenza, questa volta da parte di organizzazioni non di diretta emanazione statale, è rappresentato dai movimenti religiosi di derivazione estera, cioè ONG, organizzazioni caritatevoli e movimenti di predicazione e conversione. Il fenomeno è stato ed è diffuso nel nord del Mali come elemento sussidiario alla carenza di presenza dello Stato, che invece su quel territorio ha imposto per decenni la legge marziale. In pratica, il vuoto è stato colmato da varie organizzazioni islamiche di provenienza asiatica e con concezioni assai diverse rispetto al sincretismo sahariano. Quest’ultimo si era formato nei secoli anche con l’apporto sufi alla costruzione di un’identità islamica peculiare di queste terre (Chauzal e van Damme, 2015). La storia religiosa del Sahel è molto complessa e qui non si può fare altro che riferirsi alle esperienze delle varie confraternite sufi che sul Sahel hanno influito.[39] Ognuna di loro esercita un’influenza in termini di attrazione spirituale, che viene utilizzata in termini di gravitazione culturale e politica dagli Stati che si ritengono loro progenitori o comunque odierni patrocinatori.

Il problema attuale per i governi locali nasce dalla nuova presenza di movimenti religiosi che sono accusati di essere la “longa manus” di Stati esteri (come Libia, Arabia Saudita, alcuni Emirati del Golfo e persino Pakistan). Questi movimenti mirano ad esercitare la loro influenza sul territorio e trovano una facile sponda nelle rivendicazioni delle popolazioni tuareg e arabe per un federalismo (Fronte Popolare dell’Azawād) o per un autonomismo islamista (Alto Consiglio per l’Unità dell’Azawād) o ancora per un jihād islamico (ʾAnṣār ad-Dīn). Dunque, il problema risiederebbe nella natura estera di quei movimenti ispiratori e non nel loro messaggio. Ma il problema si inverte nella lettura degli Stati cosiddetti “occidentali” perché la connivenza di quei movimenti con gli Stati esteri non è facile da dimostrare sul piano internazionale (anche perché sarebbero coinvolti Paesi amici ed alleati), mentre gli stessi sono più attaccabili con azioni militari ricorrendo al pericolo del radicalismo islamico. Insomma, un bel rompicapo!

Tolte di mezzo le aggregazioni autonomiste e federaliste, che sembrerebbero rappresentare questioni interne allo Stato maliano, l’interventismo occidentale si è allora concentrato su alcuni gruppi già citati (AQMI, MUJAO e ʾAnṣār ad-Dīn), che sono sempre di formazione locale, e su altre che sono effettivamente di ispirazione esogena, quali:[40]

  • i Deobandi del Tablighi Jamā‘at (Gruppo di Diffusione della Fede), movimento missionario pacifista trans-nazionale nato in India nel 1926 e presente nel Mali settentrionale dagli anni ’90 del secolo scorso;
  • i Wahhābiti di ispirazione saudita del Battaglione Signed-in-Blood (con base a Gao), fondato nel 2012 dall’algerino Mokhtar Belmokhtar, già Comandante della Zona Sahara-Sahel di un gruppo autonomo di al-Qāʿida nel Maghreb Islamico.

Gli Stati Uniti

Negli ultimi anni gli Stati Uniti sembrano riscoprire l’importanza strategica del Sahel e indirizzare le proprie azioni politiche verso un rafforzamento dei programmi militari nella regione a difesa dei loro interessi principalmente energetici.[41] L’Ufficio per gli Affari Africani del Dipartimento di Stato USA basa le proprie politiche su quattro orientamenti prioritari:[42] rafforzare le istituzioni democratiche; sostenere la crescita economica e lo sviluppo dell’Africa; promuovere la pace e la sicurezza; promuovere opportunità e sviluppo.

Fig. 22 – L’ex Presidente del Mali Amadou Toumani Touré

Se nonché, proprio il primo punto sembrerebbe venire in contrasto con presunte esigenze francesi di determinare le leadership delle nazioni francofone ritenute impropriamente di sua competenza sulla scorta del proprio ruolo in quanto potenza ex-coloniale.[43] Ne è un esempio l’appoggio francese al colpo di stato del 2012 contro il Presidente del Mali Amadou Toumani Touré, regolarmente eletto sia nel 2002 sia nel 2007, e la difesa del nuovo regime golpista insediato a Bamako quando i Tuareg di ʾAnṣār ad-Dīn dichiararono l’indipendenza dell’Azawād. La reazione sarà il successivo intervento militare francese un anno dopo con l’Operazione Gattopardo. Difficile sostenere che questo intervento sia stato effettuato per rafforzare le istituzioni democratiche.

I programmi militari e di aiuti economici varati dagli Stati Uniti, che non hanno mancato di incoraggiare repressioni politiche interne da parte dei governi locali, sono stati:

  • la Pan-Sahel Initiative, nata a novembre del 2002, resa operativa alla fine del 2003 e finalizzata alla lotta al terrorismo in Mali, Mauritania, Niger e Tchad e a proteggere i loro confini;
  • la Trans-Sahara Counterterrorism Initiative del 2004 e la Trans-Sahara Counterterrorism Partnership dell’anno dopo, espansioni della precedente iniziativa anche a Marocco, Algeria, Tunisia, Senegal e Nigeria e oggi allargata a Libia e Burkina Faso.[44]

Dal 1° ottobre 2008 questo programma è posto sotto la responsabilità dell’U.S. Africa Command.[45] Nel solo Sahel, tra posizioni di sicurezza cooperativa, sedi operative avanzate e altri reparti militari, gli Stati Uniti sono presenti in Burkina Faso, Tchad, Mali, Niger e Sud Sudan. Una delle basi più importanti è quella di Niamey, in Niger, e quella di N’Djamena, in Tchad, è stata frequentemente utilizzata per le operazioni militari contro Boko Haram.

A questi programmi che comportano prevalentemente interventi militari in loco, se ne aggiungono altri gestiti da AFRICOM per la formazione e l’addestramento sempre nel settore militare, per la vendita di armi e altro, come tra gli altri:

  • l’African Contingency Operations Training and Assistance (ACOTA), parte della Global Peace Operations Initiative (GPOI), che nell’area ha come partner Burkina Faso, Mali, Mauritania e Niger;
  • il Foreign Military Sales Program, che nell’area ha come partner il Mali;
  • l’Africa Regional Peacekeeping (ARP) Liaison with African “peacekeeping” military commands, che nell’area ha come partner Mauritania, Sahara Occidentale, Niger, Tchad e Sudan;
  • la Security Governance Initiative, che nell’area ha come partner Mali e Niger.[46]

L’Unione Europea

L’Unione Europea pone a base della sua politica nella regione la Strategia per lo Sviluppo e la Sicurezza nel Sahel, adottata nel 2011,[47] e il Piano d’Azione Regionale per il Sahel per il periodo 2015-2020, adottato nel 2015.[48] Quattro le linee d’azione individuate: sviluppo, buon governo e risoluzione dei conflitti interni; azione politica e diplomatica; sicurezza e stato di diritto; contrasto all’estremismo violento e alla radicalizzazione.

Sin dal 2007 ha messo in campo le seguenti missioni di carattere militare o civile:

  • EUFOR Tchad (missione militare resa operativa nel 2008 e dissolta nel 2009, quando la missione ONU Minurcat ha rilevato la forza europea);[49]
  • EUCAP Sahel Niger (European Union Capacity Building Mission in Niger, missione civile adottata nel 2012 e tuttora in corso);[50]
  • EUTM Mali (European Union Training Mission in Mali, missione militare istituita nel 2013, resa operativa nel 2016 e tuttora in corso);[51]
  • EUCAP Sahel Mali (missione civile decisa nel 2014, iniziata nel 2015 e tuttora in corso).[52]

Fig. 23 – Mopti (Mali), Porto fluviale (foto dell’Autore)

Accanto alle varie iniziative di cooperazione regionale allo sviluppo (alcune finanziate tramite il suo Fondo Europeo di Sviluppo), l’Unione Europea ha inoltre varato nel 2001 l’iniziativa Tutto tranne le armi (EBA),[53] nel quadro del suo Sistema Generalizzato di Preferenze (GSP),[54] che favorisce le importazioni dai Paesi meno sviluppati (nel nostro caso tutti i Paesi del Sahel), le quali sono esenti da dazi e privi di quote; nel 2014 lo Strumento che contribuisce alla stabilità e alla pace[55] per fornire fondi destinati alla prevenzione dei conflitti e alle situazioni pre- e post-crisi; e nel 2015 il Programma di supporto alla sicurezza nelle regioni di Mopti e Gao e gestione delle aree di confine (PARSEC Mopti-Gao),[56] come annesso all’istituzione del Fondo Fiduciario di Emergenza per l’Africa per affrontare le crisi migratorie nella regione del Sahel / Lago Tchad, del Corno d’Africa e del Nord Africa.[57]

Una caratteristica della politica estera UE (in particolare verso i Paesi del Sahel) è la difesa di alcuni valori che ritiene di esportare: la democrazia, i diritti umani e lo stato di diritto. In particolare, l’UE dispone dello Strumento Europeo per la Democrazia e i Diritti Umani (EIDHR),[58] in attuazione dell’art. 21 del Trattato sull’Unione Europea.[59] Senza mettere in discussione la nobiltà dei propositi, non si può non sottolineare che questo costituisca una vera e propria forma di pressione (se non di ingerenza nella formazione delle decisioni) perché volta ad imporre riforme politiche in cambio di aiuti economici condizionati. Non aderendo al “suggerimento” politico, il Paese candidato agli aiuti deve rinunciarci.[60] Certo, la crisi migratoria potrebbe invertire i ruoli…

La Francia

Per alcuni l’eredità francese nel Sahel rappresenta un’opportunità, per altri un problema. La questione attuale non è tanto il giudizio storico sulla sua presenza coloniale, quanto la valutazione sulle modalità della sua presenza post-coloniale. Ma la stessa Francia si rende conto dell’impossibilità di mantenere 36.000 soldati fuori dal suolo metropolitano a causa degli elevati costi gestionali di stazionamento permanente e delle continue missioni operative promosse in loco.[61] L’oneroso accordo di difesa sottoscritto con il Mali dopo l’occupazione francese del nord nel 2013 ha probabilmente fatto capire a Parigi che era giunta l’ora di ripartire tra i suoi alleati europei il peso finanziario delle cosiddette operazioni anti-terrorismo nel Sahel, magari in cambio della cessione di un pezzo di influenza politico-economica, per quanto illusoria agli occhi degli analisti avveduti. Anche perché il fallimento della missione ONU Minusma per il mantenimento della pace in Mali (con più di cento caschi blu rimasti uccisi) (Busch, 2017) rendeva evidente la necessità di allargare l’ottica ad una dimensione regionale. Così si spiega il varo dell’iniziativa G5 Sahel, di cui si è ampiamente parlato in apertura, e perché un mese dopo l’insediamento del Presidente Macron all’Eliseo il Consiglio di Sicurezza dell’ONU (di cui la Francia è autorevole membro con diritto di veto) abbia autorizzato la forza militare congiunta legata all’iniziativa.

Ma Parigi continua ad avere un problema di opacità della sua politica estera. Pesa sul suo operato l’eredità della Françafrique, cioè della politica neo-coloniale messa in atto dopo la stagione delle indipendenze dei Paesi prima appartenenti al suo impero coloniale, per mantenere la sua influenza su di loro attraverso relazioni politiche, economiche e militari non sempre trasparenti e presumibilmente parallele rispetto ai governi in carica.[62] Nel Sahel, invece, restano le ombre sul sostegno alle trascorse dittature militari in Tchad e quelle sulle reali motivazioni dei frequenti interventi militari giustificati da ragioni umanitarie o di prevenzione dei conflitti.

Fig. 24 – N’Djamena (Tchad) (da Climate Data.org.)

Queste illazioni, vere o presunte, non cambiano il quadro storico delle azioni belliche e dei programmi di assistenza militare nel Sahel, tra cui si ricordano:

  • le Operazioni Sparviero in Tchad dal 1986 e Gattopardo in Mali dal 2013, sostituite nel 2014 dalla già citata Operazione transfrontaliera Barkhane, forte di 4.000 uomini e basata in Tchad a N’Djamena;[63]
  • l’iniziativa Rafforzamento delle Capacità Africane di Mantenimento della Pace (RECAMP), iniziata nel 1997 per migliorare le capacità militari delle truppe africane coinvolte in operazioni di peacekeeping;[64]
  • Fig. 25 – Ouagadougou (Burkina Faso) – Dimostrazioni contro l’allora Presidente Blaise Compaoré nell’ottobre 2014

    il Piano triennale Sahel,[65] varato nel 2009 per Niger, Mauritania e Mali e che ha costituito il modello per la Strategia per lo Sviluppo e la Sicurezza nel Sahel dell’Unione Europea (Busch, 2017);

  • l’Operazione segreta Sciabola (a volte riconosciuta a volte smentita dalla Francia), iniziata ad Atar, in Mauritania, nel novembre 2009, continuata a Mopti, in Mali, nel gennaio 2010 e tra il 2011 e il 2014 permanentemente installata a Ouagadougou, in Burkina Faso, con estensioni in Niger, Mauritania e Mali.[66]

Fig. 26 – Arlit (Niger)

Non è un segreto per nessuno che uno dei maggiori interessi francesi nel Sahel risieda nella produzione di uranio, tutto concentrato in Niger, in particolare nella zona di Arlit, ad appena 170 km dalla frontiera algerina. La Francia importa dal Niger il 40% delle sue necessità energetiche (che sono imperniate sull’energia nucleare) e il Niger è il terzo produttore di uranio al mondo, dopo Canada e Australia. Tutto secondo i canoni classici di domanda e offerta, quindi. Ma il problema è che i profitti della Areva, la multinazionale controllata dallo Stato francese concessionaria delle miniere di Arlit, sono più del doppio rispetto al PIL del Niger, secondo il Fondo Monetario Internazionale.[67]

Fig. 27 – Arlit (Niger) (Fonte: https://tegenwichtplatform.wordpress.com/ 2017/07/27/)

Fig. 28 – Mappa politica del Niger (Fonte: https://www.globalresearch.ca/hybrid-war-can-wreak-havoc-across-west-africa-3/5590166)

Difficile sostenere che questo monopolio non crei una dipendenza anche politica dello Stato africano, che è penultimo dei Paesi del mondo (prima della Repubblica Centrafricana) nella classifica 2015 dell’Indice dello Sviluppo Umano dell’ONU,[68] e dove più del 60% della popolazione vive con meno di un dollaro al giorno. Difficile, anche, non insinuare che le operazioni militari francesi promosse nel Sahel abbiano a che fare con la protezione di preziosi interessi specifici, piuttosto che con l’estremismo islamico e i diritti umani. Tutto, comunque, secondo i principi stabiliti con i patti bilaterali di decolonizzazione, che consentono a Parigi di intervenire su richiesta dei Paesi francofoni “amici” e di mantenervi basi militari. E a nulla sono valse le storiche resistenze di alcuni di questi Paesi (e tra di loro, guarda caso, proprio il Mali!), perché l’ombra del colpo di stato “in difesa della democrazia” è sempre dietro l’angolo, come hanno dimostrato le vicende del Sahel degli ultimi 50 anni.[69]

Conclusione

Sembra evidente che l’instabilità e la dipendenza politica del Sahel non si possano ribaltare utilizzando soltanto politiche di natura militare, anche perché queste hanno fallito i loro obiettivi in passato. I problemi vanno individuati nell’infrazione dei principi sanciti dalla stessa ONU che le potenze mondiali avevano modellato secondo gli equilibri del momento; e ancora prima nell’infrazione dei principi dichiarati dalla stessa Carta Atlantica che le potenze “occidentali” avevano voluto a fondamento del loro comportamento.[70]

Oggi, con la rincorsa al nuovo ordine mondiale, quei principi sembrano delegittimati, puro esercizio intellettuale, subordinati agli interessi nazionali delle super-potenze, le quali così perseguono ancora una volta (a più di 130 anni di distanza dalle indicazioni della Conferenza di Berlino) il dominio sulle loro aree di influenza. In nome di una radicalizzazione in atto, le parole d’ordine sono tornate ad essere grandeur o America First, altro che diritti umani! Ed è la stessa ONU ad essere delegittimata dalla radicalizzazione della maggiore potenza mondiale, che oggi la depotenzia in termini finanziari. Tutto questo ipocritamente motivato e convalidato (anche presso le opinioni pubbliche) da prioritarie (ed anzi esclusive) esigenze di sicurezza e di lotta ad un indefinito terrorismo (ogni cancelleria statuisce: terrorista è chi dico io!)

L’analisi poco serve se non corredata da possibili indicazioni di prospettive che, come già visto in questo testo, non mancano nelle intenzioni espresse nei documenti e che tuttavia sono poco praticate nella realtà. Nel caso del Sahel, occorrerebbe, quindi, tenere conto quanto meno delle seguenti questioni:

  • le dinamiche politiche e le decisioni in materia economica e di investimento sono prerogative dei singoli Stati, pur auspicando forme di coordinamento a livello regionale e sempre che sia evitata ogni interferenza negli affari interni all’ombra di iniziative internazionali promosse per scopi non rispondenti agli interessi dell’area;
  • perseguire un approccio alle politiche per l’area che sia coordinato territorialmente e settorialmente potrebbe prevenire gli effetti negativi derivanti da investimenti convogliati su un unico target (il rafforzamento della sicurezza, in questo caso) per l’evidente parzialità dei risultati conseguiti e la scarsa performance degli indici di costo/beneficio;
  • una maggiore considerazione dei reciproci rapporti diplomatici tra Stati dell’area e tra questi e le potenze regionali che in vario modo li influenzano migliorerebbe l’esecuzione di iniziative volte alla sicurezza complessiva interna ed esterna;[71]
  • tenere conto delle apprensioni in sede regionale verso iniziative ritenute etero-dirette consentirebbe di attenuare il contrasto dichiarato o sottinteso verso le iniziative stesse.[72]

Sarebbe l’inizio di un percorso virtuoso che tutto il Sahel richiede e su cui è basata almeno la sua speranza di sopravvivenza, se non di riscatto.

 

[1] Romain Herreros (19/05/2017). Au Mali, Macron veut “accélérer”, “sans barguigner”, contre les jihadistes. Vedi http://www.huffingtonpost.fr/2017/05/19/emmanuel-macron-sur-la-base-militaire-de-gao-au-mali_a_22098936/

[2] Tutti i Paesi dell’area sono classificati dalla Banca Mondiale come a basso o medio-basso reddito (fino a 4.000 dollari pro-capite annui) e con un incremento demografico superiore al 100% nel periodo 1960-2015. Vedi The World Bank, WDI 2017 Maps, https://data.worldbank.org/products/wdi-maps.

[3] Mark Vincent Abdilla (25 agosto 2014). American Presence in Africa: Military Intervention in Somalia and the Sahel, University of Malta, Mediterranean Academy of Diplomatic Studies, pag. 57.

[4] Andrew Lebovich (luglio 2017). Bringing the Desert Together: How to Advance Sahel-Maghreb Integration, European Council on Foreign Relations (ECFR), London (UK), pag. 2.

[5] Taylor B. Seybolt (2007). Humanitarian Military Intervention. The Conditions for Success and Failure. Stockholm International Peace Research Institute (SIPRI), Solna (Sweden), pag. 1.

[6] Grégory Chauzal e Thibault van Damme (marzo 2015). The roots of Mali’s conflict. Moving beyond the 2012 crisis, Clingendael, Netherlands Institute of International Relations, Conflict Research Unit (CRU) Report, The Hague (Netherlands), pagg. 43-48.

[7] Ahmedou Ould – Abdallah (30 giugno 2017). France G5 Sahel Summit in Bamako. Vedi Centre for Strategies and Security for the Sahel Sahara,

http://www.centre4s.org/en/index.php?option=com_content&view=article&id=184:france-g5-summit-in-bamako-&catid=39:article.

[8] Iniziata nel 2014 e seguita alla chiusura delle Operazioni francesi Sparviero dal 1986 in Tchad e Gattopardo dal 2013 in Mali.

[9] French and West African Presidents Launch Sahel Force (3 luglio 2017). Vedi http://uhuruspirit.org/news/?x=10483#.WjlJudLia70.

[10] Il pattugliamento è sotto il controllo dell’Autorità di Sviluppo Integrato della Regione di Liptako-Gourma, che due secoli fa era dominata dallo Stato Islamico dell’etnia Peul.

[11] Il mandato ricevuto includeva: combattere il terrorismo, il traffico di droga e la tratta di esseri umani; contribuire al ripristino dell’autorità statale e al ritorno degli sfollati e dei rifugiati; facilitare il più possibile le operazioni umanitarie e la fornitura di aiuti alle popolazioni colpite; e contribuire all’attuazione di strategie di sviluppo nei Paesi del G5 Sahel. Vedi August 2017 Monthly Forecast (31 luglio 2017), http://www.securitycouncilreport.org/monthly-forecast/2017-08/sahel_2.php.

[12] Iniziativa congiunta di Francia, Germania e UE e lanciata a Parigi il 13 luglio dal Presidente Macron e dalla Cancelliera Merkel.

[13] L’Agenzia Francese di Sviluppo dovrebbe erogare aiuti per 200 milioni di euro per un’iniziativa dell’Alleanza chiamata Tiwara. Vedi Elena Blum (14 luglio 2017), «Nous voulons montrer aux populations du Sahel qu’une action publique est entreprise pour eux».,  http://www.lemonde.fr/afrique/article/2017/07/14/nous-voulons-atteindre-les-populations-du-sahel-et-leur-montrer-qu-une-action-publique-est-entreprise-pour-eux_5160756_3212.html.

[14] ‘UN Should Do Its Best to Find Money’ for New Army in Africa – Libyan Politician (05.11.2017). Vedi https://sputniknews.com/analysis/201711051058836455-libya-migration-crisis-sahel-army/

[15] Gli USA contribuiscono nella misura del 28-32% del bilancio del Dipartimento per le Operazioni di Mantenimento della Pace dell’ONU. Vedi A. Ould – Abdallah (30 giugno 2017), France G5 Sahel Summit in Bamako, cit.

[16] S. Arabia pledges $100 million and UAE $30 million for Sahel anti-terror force (13 dicembre 2017). Vedi http://www.france24.com/en/20171213-africa-counter-terrorism-sahel-saudi-arabia-pledges-100-million-uae-g5-macron.

[17] Tchad, Burkina Faso e Niger hanno schierato circa 4.100 soldati nella Minusma, che ne ha sul campo 12.000. Niger e Tchad forniscono anche truppe ad una simile forza regionale composta dai Paesi del bacino del Lago Tchad per combattere i militanti di Boko Haram della Nigeria. Il Tchad, che possiede le Forze Armate più capaci della regione ma ha anche difficoltà economiche derivanti dalla recessione, ha espresso riluttanza ad impegnare ulteriormente le sue truppe, a meno che non ricevano più sostegno internazionale. Vedi August 2017 Monthly Forecast (31 luglio 2017), cit.

[18] Isabelle Facon (luglio 2017). Russia’s quest for influence in North Africa and the Middle East. Fondation pour la Recherche Stratégique, Observatoire du monde arabo-musulman et du Sahel, pagg. 3-14.

[19] Gazprom International completes exploration in Algeria (29 aprile 2016). Vedi http://www.gazprom-international.com/en/news-media/articles/gazprom-international-completes-exploration-algeria.

[20] A fronte di queste collaborazioni di natura economica, Mosca fornisce ad Algeri formazione nel campo dell’anti-terrorismo, come anche fa con Tunisi.

[21] China’s Foreign Policy Experiment in South Sudan (10 luglio 2017). Vedi International Crisis Group, Report N° 288 / AFRICA, https://www.crisisgroup.org/africa/horn-africa/south-sudan/288-china-s-foreign-policy-experiment-south-sudan.

[22] Turabi, che all’epoca era Presidente del Parlamento sudanese e aveva dato filo da torcere all’asse Washington-Riyāḍ, era venuto in contrasto con il Presidente Bashir sull’entità dei poteri presidenziali.

[23] Il non intervento si sostanziava per Pechino nel non determinare o appoggiare cambi di regime e operazioni militari unilaterali o, in ogni caso, intromissioni in materia di governance interna. Vedi China’s Foreign Policy Experiment in South Sudan, cit.

[24] IGAD (17 agosto 2015). Agreement on the Resolution of the Conflict in the Republic of South Sudan. Vedi http://www.smallarmssurveysudan.org/fileadmin/docs/documents/IGAD-Compromise-Agreement-Aug-2015.pdf.

[25] Dalla sua inaugurazione di luglio 2017 la base è gestita dalla Marina dell’Esercito Popolare di Liberazione.

[26] Diego Antončić (2017). The EU and China in the Sahel: Similarities in Challenges and Differences in Visions, in EU-China Observer, Department of EU International Relations and Diplomacy Studies, n. 3.17  Exchanging Ideas on EU-China Relations: An Interdisciplinary Approach, pagg. 12-15.

[27] In cambio dell’opportunità di investimenti realizzati nel settore petrolifero, stradale e aeroportuale, Pechino ha oggi manifestato la disponibilità ad intervenire con aiuti nei settori dell’istruzione di base e scientifica e dell’assistenza medica. Vedi Chad – China Relations (31-10-2016), https://www.globalsecurity.org/military/world/africa/cd-forrel-prc.htm

[28] Geoff D. Porter (2015). Questioning Algeria’s Non-Interventionism. Institut Français des Relations Internationales (IFRI), Politique étrangère 3:2015 Focus | Algeria, a New Regional Power?, pag. 1.

[29] Constitution de la République Algérienne Démocratique et Populaire (8 dicembre 1996), Chapitre III L’État, art. 26. Vedi http://www.ilo.org/wcmsp5/groups/public/—ed_protect/—protrav/—ilo_aids/documents/legaldocument/wcms_125825.pdf

[30] Non-Aligned Movement, Centre for South-South Technical Cooperation (ultima consultazione 31 dicembre 2017). NAM Member Countries. Vedi http://csstc.org/v_ket1.asp?info=11&mn=1.

[31] Au cœur du Cemoc à Tamanrasset (s.d.). Vedi https://www.liberte-algerie.com/reportage/au-coeur-du-cemoc-a-tamanrasset-96574/print/1.

[32] African Union Peace and Security (19 dicembre 2014). Nouakchott Declaration of the 1st summit of the countries participating in the Nouakchott process on the enhancement of security cooperation and the operationalization of the African Peace and Security Architecture in the Sahelo-Saharan Region. Vedi http://www.peaceau.org/en/article/nouakchott-declaration-of-the-1st-summit-of-the-countries-participating-in-the-nouakchott-process-on-the-enhancement-of-security-cooperation-and-the-operationalization-of-the-african-peace-and-security-architecture-in-the-sahelo-saharan-region.

[33] Arthur Boutellis and Marie-Joëlle Zahar (giugno 2017). A Process in Search of Peace: Lessons from the Inter-Malian Agreement, IPI, International Peace Institute, New York, pagg. 12-21.

[34] Grégory Chauzal e Thibault van Damme (marzo 2015). The roots of Mali’s conflict, cit., pag. 54.

[35] World Trade Organization (ultima consultazione 31 dicembre 2017). Members and observers of the WTO. Vedi https://www.wto.org/english/thewto_e/countries_e/org6_map_e.htm

[36] Geoff D. Porter (2015). Questioning Algeria’s Non-Interventionism, cit., pag. 3.

[37] Esercitazione militare patrocinata dall’U.S. Africa Command e condotta in Marocco dal Marine Corps Forces Europe and Africa. Vedi United States Africa Command (s.d.), African Lion, http://www.africom.mil/what-we-do/exercises/african-lion.

[38] Grégory Chauzal e Thibault van Damme (marzo 2015). The roots of Mali’s conflict, cit., pagg. 22-29 e 43-47.

[39] Per esempio, Shādhiliyya e Idrīsiyya dei Ṣūfī berberi del Marocco, Darqawiyya e Alawiyya di Marocco e Algeria, Rahmaniyya della Cabilia algerina, Sanūsiyya di Libia e Sahel, Sammāniyya del Sudan, Tijāniyya dell’Africa occidentale e Sudan e del suo Impero Toucouleur, Murīdiyya di Senegal e Gambia e l’influenza di una miriade di confraternite sufi nate in Egitto. Vedi Glauco D’Agostino (giugno 2010), Sulle Vie dell’Islam. Percorsi storici orientati tra dottrina, movimentismo politico-religioso e architetture sacre, Gangemi, Roma, Italia.

[40] Glauco D’Agostino (25 gennaio 2014). I Tuareg sperano, con molta pazienza. Per ora… Vedi Islamic World Analyzes, http://www.islamicworld.it/wp/iwa-monthly-focus-7/

[41] Mark Vincent Abdilla (25 agosto 2014). American Presence in Africa, cit. pag. 7.

[42] Marco Massoni (2016). Sahel and Sub-Saharan Africa, in Ministero della Difesa, Centro Militare di Studi Strategici (CeMISS), Osservatorio Strategico, Year XVIII, issue VII, pag. 66.

[43] Gary K. Busch (29 giugno 2017). The U.S. and the wars in the Sahel. Vedi https://www.pambazuka.org/human-security/us-and-wars-sahel.

[44] U.S. Department of State (s.d.). Programs and Initiatives. Vedi https://www.state.gov/j/ct/programs/index.htm#TSCTP.

[45] Comando Combattente Unificato con sede a Stuttgart (in Germania), competente per le relazioni e le operazioni militari USA in tutto il continente africano, ad esclusione del solo Egitto.

[46] The White House (6 agosto 2014). Fact Sheet: Security Governance Initiative. Vedi https://obamawhitehouse.archives.gov/the-press-office/2014/08/06/fact-sheet-security-governance-initiative.

[47] European Union External Action Service (21 giugno2016). Strategy for Security and Development in the Sahel.

Vedi https://eeas.europa.eu/sites/eeas/files/strategy_for_security_and_development_in_the_sahel_en_1.pdf

[48] Council of the European Union (20 aprile 2015). Council conclusions on the Sahel Regional Action Plan 2015-2020. Vedi http://www.consilium.europa.eu/media/21522/st07823-en15.pdf

[49] European Union External Action Service (1° gennaio 2015). EUFOR Tchad/RCA. Vedi http://www.eeas.europa.eu/archives/csdp/missions-and-operations/eufor-tchad-rca/index_en.htm.

[50] EUCAP Sahel Niger (20 giugno 2016). About EUCAP Sahel Niger. Vedi https://eeas.europa.eu/csdp-missions-operations/eucap-sahel-niger/3875/about-eucap-sahel-niger_en.

[51] EUTM Mali (s.d.). About us. Vedi http://eutmmali.eu/en/about-us/

[52] EUCAP Sahel Mali (s.d.). Mandate. Vedi https://eucap-sahel-mali.eu/about_en.html#mandate.

[53] Diego Antončić (2017). The EU and China in the Sahel, cit., pag. 13.

[54] European Union (19 dicembre 2017). Generalised System of Preferences (GSP). Vedi http://ec.europa.eu/trade/policy/countries-and-regions/development/generalised-scheme-of-preferences/

[55] European Commission (s.d.). The Instrument contributing to Stability and Peace (IcSP). Vedi https://ec.europa.eu/europeaid/sectors/human-rights-and-governance/peace-and-security/instrument-contributing-stability-and-peace_en.

[56] European Commission (13 giugno 2016). Programme d’Appui au Renforcement de la Sécurité dans les régions de Mopti et de Gao et à la gestion des zones frontalières (PARSEC Mopti-Gao). Vedi https://ec.europa.eu/europeaid/sites/devco/files/t05-eutf-sah-ml-2016_fr.pdf

[57] European Commission (18 dicembre 2017). EU Emergency Trust Fund for Africa. Vedi https://ec.europa.eu/europeaid/sites/devco/files/eu-emergency-trust-fund-africa-20171218_en.pdf

[58] European Commission (s.d.). The European Instrument for Democracy and Human Rights. Vedi http://www.eidhr.eu/

[59] EUR-Lex (s.d.). Versione consolidata del trattato sull’Unione europea e del trattato sul funzionamento dell’Unione europea – Trattato sull’Unione europea (versione consolidata), Titolo V Disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione e disposizioni specifiche sulla politica estera e di sicurezza comune, Capo 1 Disposizioni generali sull’azione esterna dell’Unione, Articolo 21, in Gazzetta ufficiale n. C 326 del 26/10/2012.

[60] Diego Antončić (2017). The EU and China in the Sahel, cit., pag. 14.

[61] Gary K. Busch (29 giugno 2017). The U.S. and the wars in the Sahel, cit.

[62] Molte sono le voci, ad esempio, che hanno adombrato passate relazioni clientelari o costituzione di reti finalizzate al finanziamento dei partiti politici francesi.

[63] Ahmedou Ould – Abdallah (30 giugno 2017). France G5 Sahel Summit in Bamako, cit.

[64] Andrea de Guttry, Emanuele Sommario e Lijiang Zhu (2014). China’s and Italy’s Participation in Peacekeeping Operations, Lexington Books, Lanham, Maryland (USA), pag. 165.

[65] Christopher S. Chivvis (2016). The French War on al Qa’ida in Africa, Cambridge University Press, New York, NY (USA), pagg. 45-46.

[66] Yanis Thomas (10 marzo 2015). Les Opérations Sabre et Barkhane en violation de la Constitution. Vedi https://survie.org/billets-d-afrique/2015/243-fevrier-2015/article/les-operations-sabre-et-barkhane-4908.

[67] Julia Hahn (28 maggio 2014). Niger sets new terms in uranium ore deal with Areva. Vedi Deutsche Welle, http://www.dw.com/en/niger-sets-new-terms-in-uranium-ore-deal-with-areva/a-17667618.

[68] United Nations Development Programme (s.d.). Key to HDI countries and ranks, 2015. Vedi Human Development Report 2016, http://hdr.undp.org/sites/default/files/rankings.pdf

[69] Tra gli altri, si ricordano i colpi di stato in Alto Volta 1966, Mali 1968 e 2012, Tchad 1975 e 1990, Burkina Faso 1983 e 1987, Niger 2010 e Mauritania dal 1978 in poi con ben sei colpi di stato.

[70] Tra gli altri, vi è il divieto di adeguamenti territoriali contro i desideri dei popoli interessati; il diritto all’autodeterminazione dei popoli; l’abbattimento delle barriere commerciali; la cooperazione economica globale e la promozione del benessere sociale; un mondo libero dal bisogno e dalla paura; libertà di navigazione; disarmo delle nazioni aggressive e disarmo comune nel dopoguerra.

[71] Per esempio, questo è il caso delle diffidenze esistenti tra Mali e Burkina Faso a causa di passate guerre locali (quelle del 1974 e 1985) e tra Marocco e Algeria per la situazione nel Sahara Occidentale.

[72] È ancora il caso dell’Algeria verso il G5 Sahel, considerata aggregazione regionale ispirata dalla Francia, ex potenza coloniale, ancora riferimento privilegiato per i Paesi di tutta l’Africa Occidentale.

 

Bibliografia

  1. Abdilla, Mark Vincent (25 agosto 2014). American Presence in Africa: Military Intervention in Somalia and the Sahel, University of Malta, Mediterranean Academy of Diplomatic Studies.
  2. Antončić, Diego (2017). The EU and China in the Sahel: Similarities in Challenges and Differences in Visions, in EU-China Observer, Department of EU International Relations and Diplomacy Studies, n. 3.17 Exchanging Ideas on EU-China Relations: An Interdisciplinary Approach.
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