IWA MONTHLY FOCUS

TRUMP E l’IRAN: LE LEZIONI CHE VENGONO DALLA STORIA

Le prossime elezioni presidenziali in Iran seguono il cambio di rotta a Washington. I rapporti tra i due Paesi sono stati pieni di contraddizioni, ma non sempre di reale collisione. La Casa Bianca e la sua diplomazia sapranno gestire oculatamente un confronto geo-politico cruciale?

di Glauco D’Agostino

Le incertezze elettorali in Iran e le controversie aperte con gli USA

Il Presidente Ruhani è pronto! Probabilmente il religioso si prepara alla battaglia interna per le elezioni presidenziali del maggio prossimo senza avversari credibili nel campo riformista, ma al contempo si troverà di fronte una coalizione conservatrice più agguerrita rispetto a qualche mese fa, proprio in virtù delle mutate condizioni internazionali. L’avvento del nuovo inquilino della Casa Bianca, in primis. Perché non c’è dubbio che il binomio Obama-Ruhani, prescindendo dal giudizio che si possa dare sui due statisti, ha facilitato le relazioni tra gli Stati Uniti e la Repubblica Islamica, consentendo ai primi di accreditarsi (a torto o a ragione) come campioni del multilateralismo e della cooperazione e alla seconda di far cadere il veto ideologico nei confronti della sua struttura politica (ritenuta poco disponibile al compromesso) e di rientrare nel sistema economico globale.

Oggi, con la nuova politica inaugurata a Washington, l’atteggiamento di Trump, percepito (a torto o a ragione) come anti-islamico, potrebbe condurre al rafforzamento delle componenti fondamentaliste presenti nel Parlamento iraniano, come il Fronte della Stabilità della Rivoluzione Islamica e il Fronte dei Seguaci della Linea dell’Imām e del Leader (appoggiato dai tradizionalisti del Partito della Coalizione Islamica), o quelle attive nella società come il Fronte Yekta (l’Unico). Quest’ultimo nasce nel 2015 come partito informale da personalità vicine all’ex Presidente Maḥmūd Aḥmadinejād e proprio la sua linea è ritenuta da molti il contrappeso adeguato all’aggressività degli Stati Uniti di Trump. In pratica, maggiore l’irruenza della Casa Bianca nei confronti dell’Iran e del mondo islamico, maggiore la probabilità di un taglio fondamentalista prettamente difensivo nella politica futura di Tehrān. Certamente, visto l’ormai pluri-decennale legame tra l’Iran e la Siria, non aiutano gli ultimi avvenimenti del bombardamento americano di una base siriana operativa per azioni belliche contro lo Stato Islamico, decisione unilaterale adottata dal Presidente Trump in contrasto con ogni disposizione internazionale e senza nemmeno il consenso dell’ONU e dello stesso Congresso. E certamente stupiscono le eccezionali capacità divinatorie di Trump in ordine a taluni attentati terroristici in Europa. Tutti elementi di provocazione che sicuramente Tehrān non gradisce.

L’ex Presidente dell’Iran Maḥmūd Aḥmadinejād (al centro) con il Presidente della Siria Baššar al-Asad

Nella situazione attuale, due sono i temi che stanno creando una contrapposizione tra Stati Uniti e Iran, i quali, tra l’altro, non hanno relazioni diplomatiche formali:

  • L’applicazione del Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA o BARJAM in lingua persiana), l’accordo internazionale che impone all’Iran drastici tagli al suo programma nucleare in cambio della graduale abolizione delle sanzioni e che il Presidente Trump vorrebbe accantonare o quantomeno rinegoziare, secondo quanto aveva già annunciato nella sua campagna presidenziale;
  • Le limitazioni all’immigrazione negli Stati Uniti da sei Paesi a maggioranza musulmana (tra cui l’Iran) che il Presidente Trump sta tentando di introdurre attraverso un contestato ordine esecutivo.

In ordine al primo tema, mentre Trump ha considerato l’accordo con l’Iran “uno dei peggiori mai fatti da un Paese nella storia”, la posizione iraniana è stata efficacemente espressa il 16 marzo scorso dal Ministro degli Esteri Moḥammad Javad Zarif in un’intervista al canale televisivo libanese al-Mayādīn, in cui ha sostanzialmente sottolineato:

  1. L’inefficacia delle sanzioni USA contro Tehrān che, invece di essere alleggerite, sono state inasprite il 3 febbraio scorso, nonostante non siano state segnalate significative violazioni dell’accordo da parte iraniana;
  2. “La minaccia nucleare più grande per la regione e per il mondo” costituita dal “regime sionista di Israele”.

E anche sul secondo tema, il 28 gennaio precedente (cioè il giorno dopo la firma da parte di Trump dell’ordine esecutivo Protecting the Nation From Foreign Terrorist Entry into the United States) Zarif aveva commentato: “Un’evidente offesa al mondo islamico e in particolare alla grande nazione dell’Iran”. Il 3 febbraio l’Āyatollāh Aḥmad Khātamī, membro anziano dell’Assemblea degli Esperti dell’Orientamento e Imām della preghiera del Venerdì di Tehrān, esprimeva il risentimento degli Iraniani nel suo sermone: “Il messaggio degli USA è un messaggio di chi sta combattendo contro la religione e contro l’Islam … Migliaia di Americani sono stati assassinati in Arabia Saudita, ma non un singolo Americano è stato assassinato nei sette Paesi a maggioranza musulmana inclusi nella lista di divieto di visto”.

Il tema è contestatissimo anche all’interno degli Stati Uniti, perché l’ordine esecutivo di Trump infrangerebbe disposizioni costituzionali. Dopo un primo blocco a gennaio da parte di un giudice di Seattle, anche due giudici federali di Hawaii e Maryland hanno fatto lo stesso a metà marzo, il primo argomentando che sono discutibili le ragioni di sicurezza nazionale ed entrambi chiamando in causa la violazione del Primo Emendamento della Costituzione sulla discriminazione religiosa. Trump nega le intenzioni discriminatorie. D’altra parte, le sue intenzioni anti-islamiche erano state rese note da lui stesso nel 2015, quando aveva auspicato “una chiusura totale e completa all’entrata dei Musulmani negli Stati Uniti”. Questo è ricordato dal giudice Watson delle Hawaii a sostegno delle motivazioni della sentenza.

Per Jamāl Abdi, Direttore Esecutivo di NIAC Action (ramo del Consiglio Nazionale degli Iraniani-Americani) che ha il compito di sostenere l’accordo nucleare sull’Iran e difendere le priorità degli Iraniani Americani, “è difficile vedere come chiunque (in Iran) sostenga di impegnarsi con gli Stati Uniti abbia ora alcun tipo di agibilità politica”. Nihād ʿAwaḍ, Direttore Esecutivo e uno dei fondatori del Council on American-Islamic Relations, non ha dubbi sulla politica di immigrazione inaugurata da Trump: “Consegnerà uno strumento di propaganda ai nostri nemici che promuovono la falsa narrativa di una guerra americana contro l’Islam”. Perfettamente in linea con il comportamento di alcuni dimostranti che, durante le manifestazioni del 10 febbraio scorso a Piazza della Libertà di Tehrān con immagini di Trump, Netanyahu e Theresa May accompagnate dalla scritta “Morte al triangolo del diavolo”, portavano striscioni con la scritta: “Grazie al popolo americano per il sostegno ai Musulmani”. Perfino l’ebraica Jewish Voice for Peace ha lanciato un appello dall’America a “resistere in ogni modo possibile. Metteremo i nostri cuori, anime e corpi in prima linea per fermare questi attacchi odiosi e razzisti. Tutti noi apparteniamo a questo Paese”.

Le divergenze storiche strutturali e le aspirazioni geo-politiche di Tehrān

Naturalmente, JCPOA e limitazioni all’immigrazione sono elementi contingenti che si inseriscono in un quadro di sospetti e contrapposizioni iniziate con la Rivoluzione Islamica del 1979. Da allora, le politiche estere delle due nazioni sono state divergenti e hanno coinvolto questioni costitutive, e quindi di lungo periodo, come:

  • La risoluta indipendenza iraniana rispetto ai due blocchi della guerra fredda capeggiati da Stati Uniti e Unione Sovietica, alleati durante la Seconda Guerra Mondiale e determinati fino al 1989 a mantenere il loro dominio sul mondo. Anche dopo la disastrosa disfatta del potere comunista in URSS, la Repubblica Islamica ha mantenuto una propria politica autonoma non dipendente da interessi esteri, preservando ruoli, cultura e tradizioni della nazione. Gli Stati Uniti hanno risposto schiaffeggiando l’Iran con epiteti come “Stato terrorista” e “parte dell’asse del male”;
  • L’atteggiamento antitetico in Medio Oriente e Nord-Africa, con gli Stati Uniti in appoggio a Israele, all’Arabia Saudita e all’Egitto (da Mubārak a Sīsī), e l’Iran a protezione della Siria `alawita degli Asad, di Ḥizb Allāh e delle ragioni palestinesi per la liberazione dei territori occupati;
  • I tentativi di ingerenza americana nella politica interna iraniana, tutti falliti presumibilmente per la scarsa comprensione della commistione tra teocrazia e democrazia islamica e della complessa struttura delle istituzioni iraniane. Questa ingerenza era ed è giustificata da Washington da presunte ragioni ideologiche di opposizione al cosiddetto “avamposto della tirannia” e di promozione della democrazia in senso “occidentale”, in contrasto con il suo appoggio a decine di regimi laici militari in tutto il mondo, Medio Oriente compreso;
  • Il velato sostegno americano al gruppo radical-marxista Mojāhedīn-e Khalq-e Irān (Esercito di Liberazione Nazionale dell’Iran), descritto come “coinvolto in attività terroristiche” dall’ONU, prima utilizzato dagli USA e da Ṣaddām Ḥusayn in funzione anti-iraniana durante la guerra degli anni ’80 e poi dagli stessi Stati Uniti considerato dal 1997 al 2012 come organizzazione terroristica (per attentati a istituzioni iraniane e assassini di migliaia di Iraniani);

Se questo è il quadro strutturale (anche abbastanza scontato e ideologico), pochi analisti mettono in luce quella che è un’evidenza scaturente dai fatti. Cioè che, per lo meno dal 1986, alla reciproca violenza verbale è corrisposta una politica estera della Casa Bianca (e dei suoi inquilini, sia democratici sia repubblicani) che ha in qualche modo favorito l’Iran, consentendogli di conquistare quel ruolo regionale cui il suo “regime teocratico” legittimamente aspira. In pratica, trenta anni di politica americana in Medio Oriente hanno determinato l’indebolimento o l’eliminazione di tutti i nemici reali e potenziali, istituzionali e politici che potevano limitarne l’espansione dell’influenza territoriale. A Oriente i Talebani (fondatori di un Emirato Islamico, ma sunnita) e al-Qāʿida (che aveva contribuito alla vittoria contro l’URSS, ma composto prima di tutto da fondamentalisti wahhābiti). A Occidente l’Iraq di Ṣaddām Ḥusayn, laico e ba’athista (come d’altra parte i siriani Asad), ma massacratore di Sciiti a cominciare dal Grande Āyatollāh Moḥammad Baqir aṣ-Ṣadr, discendente diretto del 7° Imām Sciita Duodecimano Mūsā al-Kāżim e 5° martire dell’Islam sciita.

Dall’11 settembre, gli Stati Uniti hanno iniziato una lotta contro il fondamentalismo islamista sunnita, prendendo di mira dopo Ṣaddām Ḥusayn anche la rete degli Ḥaqqānī in Pakistan e lo Stato Islamico in Siria e Iraq. Ovviamente, la politica di Washington non ha mai messo in pericolo la stabilità della Turchia (alleato NATO), di Israele (essendone il maggiore sponsor) e dell’Arabia Saudita e dei suoi satelliti del Golfo (per ragioni petrolifere); e non è un caso se proprio questi ultimi attori regionali citati sono i più preoccupati dell’ampliamento dell’agibilità iraniana in Medio Oriente, a cominciare dall’influenza esercitata sugli Ḥūthi dello Yemen, continuando con il ruolo principe giocato da  Ḥizb Allāh a sostegno di Asad, per finire ai rinvigoriti intendimenti nucleari di Tehrān. Per questo Israele e Arabia Saudita hanno osteggiato l’avvicinamento dell’Iran a Washington e Mosca e disapprovato il JCPOA. Oggi le rispettive potenti lobbies cercano di cavalcare la nuova, confusa strategia di politica estera di Trump, cercando di condizionarne le scelte. Ma, come si può constatare dalle osservazioni che precedono, difficilmente si può addossare soltanto a Obama una politica di apertura agli Āyatollāh, basandola su presupposti ideologici e di filo-islamismo, e difficilmente si può giocare la carta di una presunta Islamofobia americana per conquistare spazio sul terreno geo-politico perso.

Re ‘Abd Allāh di Arabia Saudita (sinistra) e l’Israeliano Binyamin Netanyahu

La questione del nucleare

La questione del nucleare iraniano risale agli anni ’50 del secolo scorso, quando il Presidente Dwight  Eisenhower, sulla scia del famoso discorso “Atomi per la Pace” tenuto all’Assemblea Generale dell’ONU l’8 dicembre 1953, quattro anni dopo promuove l’Accordo tra Stati Uniti e Iran per la Cooperazione sugli Usi Civili dell’Energia Atomica, consentendo di trasferire uranio arricchito in Iran. Poi, Tehrān firma il Trattato di Non Proliferazione delle Armi Nucleari nel 1968, ratificato dal Parlamento nel 1970, e nel 1975 il Presidente Gerald Ford consente l’impiego di materiale fissile americano nei reattori iraniani e l’acquisto e gestione di impianti americani di ritrattamento nucleare per l’estrazione del plutonio dal combustibile del reattore. Tutto questo è giustificato dal fatto che l’Iran dello Shāh “era un Paese alleato e si trattava di una transazione commerciale”, per citare le tardive parole del 2005 di Henry Kissinger (con lo Shāh nella foto sotto), all’epoca dei fatti Segretario di Stato dell’Amministrazione Ford.

Con l’arrivo del sistema degli Āyatollāh alla fine degli anni ’70 e dopo la lunga guerra con l’Iraq, a metà degli anni ’90 l’Iran annuncia un futuro accordo con la Russia per completare la centrale nucleare di Būshehr, sulla costa del Golfo. Ma non è prima del 2002 che soprattutto Stati Uniti e Israele denunciano un presunto programma clandestino iraniano di armi nucleari attraverso un impianto di arricchimento di uranio a Natanz, nella provincia di Eşfahān, e un reattore ad acqua pesante ad Arāk, nella provincia di Markazī. Sono gli anni del dopo 11 settembre, quando Stati Uniti e Israele sono dominati rispettivamente dall’oltranzista George Bush jr. e dal massimalista Ariʼēl Sharōn e in Iran il Presidente è il riformista Seyyed Muḥammad Khātamī, in teoria maggiormente accettato da tutto il mondo occidentale rispetto al rappresentante di una fazione conservatrice. Eppure, gli Stati Uniti utilizzano il già citato gruppo radical-marxista Mojāhedīn-e Khalq-e Irān, all’epoca da loro stessi considerato terrorista, per formulare le suddette accuse contro l’Iran, nonostante Tehrān neghi l’uso degli impianti a scopo bellico e acconsenta ad accogliere ispettori dell’Agenzia Internazionale per l’Energia Atomica.

Proprio in materia di negoziato nucleare si distingue il ruolo del futuro Presidente Ruhani, quando, nella qualità di Segretario del Supremo Consiglio per la Sicurezza Nazionale e di capo negoziatore nucleare nelle trattative con Francia, Germania, Gran Bretagna e Unione Europea, nel 2004 aderisce ad un accordo preliminare per sospendere la produzione iraniana di uranio arricchito, pur rivendicando il diritto dell’Iran alla produzione di energia nucleare per scopi pacifici. Dal 2005, con la Presidenza Aḥmadinejād e la conseguente ripresa dell’arricchimento di uranio a Natanz, l’AIEA inasprisce il suo atteggiamento, portando l’affaire iraniano davanti al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, che a fine 2006 approva sanzioni contro Tehrān più volte aggravate negli anni successivi. Mentre Bush, oltre a imporre proprie sanzioni, vuole interpretare come in Iraq il ruolo di “giustiziere unilaterale dell’ordine internazionale”, decide di passare alla guerra cibernetica sporca e, con l’aiuto di Israele, nel 2008 provoca danni alle strutture di produzione nucleare di Natanz utilizzando virus informatici. È il momento di massima tensione nei rapporti tra Stati Uniti e Iran e di massima sudditanza di Washington a Tel Aviv, dove dal 2008 al “falco” Sharōn è subentrata la “colomba” centrista Ehud Olmert.

La musica non cambia quando negli Stati Uniti inizia la Presidenza Obama con Hillary Clinton alla Segreteria di Stato, due democratici, e in Israele ritorna alla Presidenza Binyamin Netanyahu, un neo-Sionista radicalizzatosi durante la Guerra d’Attrito contro l’Egitto tra il 1967 e il 1970. Assieme continuano la guerra cibernetica contro l’Iran e nel 2010 colpiscono di nuovo, mettendo fuori uso un quinto delle centrifughe iraniane. Soltanto nel 2013, con l’arrivo del cattolico liberal John Kerry alla Segreteria di Stato, iniziano i negoziati formali per il JCPOA tra la Repubblica Islamica dell’Iran, i cinque Paesi permanenti del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e la Germania. Dopo un anno e mezzo di trattative, ad aprile 2015 i sette adottano l’accordo-quadro e nel luglio successivo approvano l’intero Piano, con disposizioni per la revisione del programma nucleare iraniano e l’abolizione condizionata delle sanzioni. Un buon auspicio per relazioni più stabili in Medio Oriente e Asia Centrale. Poi, l’arrivo di Trump…

Tuttavia, l’ossessione degli Stati Uniti e dello stesso Iran per il nucleare non può essere compreso senza collocarla nella percezione del quadro geo-politico in cui la nazione persiana è immerso e che è così caratterizzato:

  • Una dotazione stimata di riserve petrolifere che è la quarta al mondo (dopo Venezuela, Arabia Saudita e Canada) con quasi 160 miliardi di barili e una produzione giornaliera di 3,6 milioni di barili; il che rappresenta un’evidente opportunità per il settore estrattivo internazionale, che in Iran potrebbe investire fino a 200 miliardi di dollari nel prossimo futuro e che, di conseguenza, non gradisce certo imposizioni di sanzioni;
  • Una delicata posizione sul Golfo, di cerniera tra il Medio Oriente e l’Asia Centrale, che non solo la pone a confronto (o in contrapposizione) con i vicini confinanti, ma la vede circondata a distanza da cinque potenze dotate di armamenti nucleari come Russia, Israele, Pakistan, India e Cina, con la costante presenza di truppe americane (nei Paesi arabi del Golfo, in Afghanistan, Iraq, Turchia, Giordania, Egitto, Siria e Pakistan) e con basi militari russe (in Siria, Armenia, Georgia, Kazakhstan, Tadzhikistan e Kyrgyzstan), britanniche (in Bahrein, Qatar, Cipro e Nepal) e turche (in Qatar, Iraq, Siria e Cipro).

È chiaro che in questa situazione una prospettiva di accordo per la stabilità emerge come soluzione “win-win” e che ogni ostruzionismo risulterebbe irresponsabile, oltre che incomprensibile agli attori della diplomazia e dell’economia mondiale.

L’aspirazione iraniana all’autonomia politica e la Rivoluzione Islamica

Franklin D. Roosevelt, Joseph Stalin e Winston Churchill a Tehrān (foto della Franklin D. Roosevelt Presidential Library)

In realtà, nell’ultimo secolo la Persia (Iran dal 1935) non ha avuto una storia facile e tranquilla, tutt’altro! Ma non certo per colpa sua. Intanto non ha partecipato alle due guerre mondiali, proprio perché la prospettiva dello sfruttamento del petrolio (la prima produzione data 1908) aveva condotto all’Intesa di S. Pietroburgo del 1907, con la sua conseguente divisione in sfere d’influenza britannica e russa e successiva invasione anglo-russa nel 1914; e alla Conferenza di Tehrān del 1943, in cui gli Alleati avevano prolungato la già biennale presenza militare anglo-sovietica.

Con questo background, era comprensibile che lo Shāh dell’Iran Moḥammad Rezā Pahlavi considerasse gli Stati Uniti, che intanto inviavano aiuti militari ed economici, più affidabili rispetto ai suoi quarantennali vessatori, proseguendo i buoni rapporti con Washington iniziati nel 1883 dai suoi predecessori Imperatori Qājār. Fino al 1953, quando un colpo di stato sostenuto da CIA e MI6 britannico rovesciavano il governo del nobile qājāro Muḥammad Mossadeq, Capo del Fronte Nazionale, ormai in aperta opposizione alla linea politica dello Shāh. Il motivo era ancora una volta il petrolio, perché due anni prima Mossadeq (nella foto a lato) era stato nominato Primo Ministro su un programma di nazionalizzazione dell’industria petrolifera approvata dal Parlamento e aveva dovuto subire forti ripercussioni da parte della Anglo-Iranian Oil Company (poi British Petroleum). In più, come sempre, giocava il ruolo geo-politico: era iniziata la Guerra Fredda, cioè il dominio alternativo ma esclusivo da parte di USA e URSS. E l’Iran, che comunque era stata difesa dal Presidente Truman rispetto alle mire sovietiche sulla propria provincia di Azerbaijan, ora, con il Presidente Eisenhower alla Casa Bianca, ne pagava il prezzo in termini di autonomia politica nazionale.

Durante gli anni ’50 e ’60 la politica dello Shāh nei confronti degli Stati Uniti dei Presidenti Eisenhower, Kennedy e Johnson fu di completa lealtà, soprattutto nel ruolo di argine al comunismo e di sostegno a Israele; in cambio, richiedeva aiuti economici controbilanciate da riforme interne. Con il varo della Dottrina Nixon nel 1969 e il conseguente coinvolgimento delle potenze regionali nel contrasto ai Sovietici, l’Iran conseguiva il consenso ad accedere ad aiuti militari consistenti e ancora all’inizio del 1978 il Presidente Carter considerava il Paese “un’isola di stabilità”, deliberatamente ignorando i segnali di malcontento tra la popolazione verso quella che era considerata un’eccessiva occidentalizzazione del Paese.

Il 16 gennaio 1979 lo Shāh lasciava il Paese, dopo quasi un anno di scioperi e dimostrazioni e incalzato dal suo acerrimo avversario Seyyed Ruhollāh Khomeini, ormai esacerbato da 15 anni di esilio. Il Sovrano raggiungeva prima l’Egitto, ma dall’ottobre seguente trovava rifugio negli Stati Uniti su invito del Presidente Carter. Intanto Khomeini era atterrato a Tehrān il 1° febbraio (il suo arrivo nella foto a lato) e il 1° aprile aveva istituito la Repubblica Islamica dell’Iran. Il giorno del ritorno dell’Āyatollāh il Dipartimento di Stato aveva evacuato 1.350 Americani: questo indicava il sospetto della Casa Bianca verso il cambio di regime a Tehrān, benché il ruolo di Washington nei giorni caldi di gennaio fosse stato ambiguo e tutto sommato aperto ai nuovi interlocutori iraniani. Mentre da una parte a sud si rafforzava la barriera anti-comunista dopo l’invasione sovietica dell’Afghanistan di un mese prima, dall’altra il risorgere di un sistema islamico dominante (il primo dalla caduta del Califfato Ottomano) inseriva elementi di imprevedibilità che metteva in imbarazzo la politica di sostanziale controllo delle potenze regionali nell’ambito della Guerra Fredda. La Repubblica Islamica nasceva all’insegna dello slogan “né Est né Ovest” e prometteva scompensi ben più importanti di quelli attuati dal pretenzioso Movimento dei Non-Allineati.

L’occasione della rottura con l’Iran fu offerta al Presidente Carter il 4 novembre di quell’anno dalla presa in ostaggio di 60 diplomatici americani dell’Ambasciata a Tehrān da parte di un gruppo di studenti rivoluzionari (vedi foto a lato). Consapevole o meno della preparazione dell’azione, Khomeini la supportò, provocando la reazione di Carter una settimana dopo in termini di sospensione delle importazioni di petrolio iraniano e di negazione della richiesta di consegna dello Shāh, ospitato a New York per cure oncologiche. Dopo un’altra settimana sette ostaggi furono rilasciati e un altro dopo otto mesi; i restanti 52 sarebbero stati rilasciati dopo 444 giorni di prigionia. Il 7 aprile 1980 gli Stati Uniti rompevano le relazioni con l’Iran e il 17 dello stesso mese falliva una missione per la liberazione degli ostaggi ordinata dal Presidente Carter. Il 17 luglio lo Shāh moriva in Egitto senza che la crisi degli ostaggi accennasse a terminare. Il loro rilascio sarebbe avvenuto il 20 gennaio 1981, giorno dell’insediamento del nuovo Presidente americano Ronald Reagan, dopo che gli Accordi di Algeri del giorno prima avevano provveduto a rimuovere il congelamento da parte americana di beni iraniani (depositi bancari, oro e altre proprietà) e a impegnare Washington a non interferire politicamente o militarmente negli affari interni dell’Iran.

Intanto, il 21 settembre 1980 l’Iraq, il cui Presidente e Primo Ministro Ṣaddām Ḥusayn si era già distinto sin dall’inizio del suo mandato per l’avversione contro gli Sciiti, aveva aggredito l’Iran rivoluzionario di Khomeini in una guerra che sarebbe durata otto anni. Gli Stati Uniti si schieravano dalla parte di Ṣaddām Ḥusayn, fornendogli per tutto il periodo bellico aiuti politici, economici, militari e d’intelligence, chiudendo gli occhi sul suo uso di armi chimiche, concedendo all’Iraq la cancellazione dalla lista degli Stati sponsor del terrorismo e varando sanzioni contro l’Iran. Tuttavia, come lo scandalo Iran-Contras evidenzia, il Presidente Reagan non si faceva scrupolo di vendere armi anche all’Iran degli Āyatollāh, giustificando l’operazione con la volontà di stabilire legami con elementi moderati locali (probabilmente l’allora Presidente del Parlamento Āyatollāh Rafsanjānī) capaci di indurre Ḥizb Allāh a liberare ostaggi americani detenuti in Libano.

Al di là delle reali intenzioni svelate dalle inchieste del 1986 (e cioè il dirottamento dei proventi della vendita delle armi verso i ribelli anti-comunisti del Nicaragua), fu proprio quell’anno ad invertire una tendenza americana decisamente avversa all’Iran, anche osservando che proprio in quell’anno finalmente il Consiglio di Sicurezza dell’ONU richiedeva un cessate il fuoco, il quale sarebbe arrivato a luglio del 1988 con un tragico bilancio di un milione di morti. Vice Presidente degli Stati Uniti era George Bush senior ed era l’ultimo anno della Presidenza di Reagan, cui sarebbe succeduto. In questa continuità d’impostazione, era comunque già iniziata una presa d’atto americana della solidità della Repubblica Islamica, un giudizio più neutrale sul suo ruolo geo-politico e, anzi, una conseguente politica medio-orientale che avrebbe avvantaggiato proprio l’Iran, come sottolineato in precedenza.

Il dopo-Khomeini

Dopo la morte del Grande Āyatollāh Khomeini il 3 giugno 1989, gli avvenimenti rilevanti che hanno influenzato le relazioni USA-Iran sono state per grandi linee:

  • L’invasione dell’Iraq dell’ex alleato Ṣaddām Ḥusayn a gennaio del 1981, operata da una coalizione di 34 Paesi a guida USA in risposta all’invasione iraqena del Kuwait dell’agosto precedente. Subito l’Āyatollāh Rafsanjānī, nel suo ruolo di Presidente dell’Iran dal 1989, si offre come mediatore tra Stati Uniti e Iraq, ma la reazione del Presidente Bush si dimostra fredda, essendo intenzionato a stroncare la resistenza della Guardia Repubblicana iraqena. La guerra cesserà a fine febbraio, senza che Bush infierisca fino al punto da far cadere Ṣaddām. Nonostante la formale opposizione dell’Iran a una costante presenza americana nel Golfo, il Presidente Rafsanjānī fa sapere ad una platea di esperti di sicurezza estera che “l’Iran l’accetterebbe come una realtà“;
  • L’insediamento del democratico Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1993. Due anni dopo, il nuovo Presidente inaugura un embargo totale contro l’Iran valido per le aziende americane di tutti i settori, interrompendo un interscambio ormai crescente dalla fine della guerra con l’Iraq nel 1988. Svelando il volto della sua fama di “centrista moderato”, nel 1996 questo embargo sarà esteso a tutte le società estere con investimenti in Iran e Libia, tra le proteste dell’Unione Europea, che riterrà l’atto invalido. Ma quello che è sorprendente è la motivazione a supporto dell’embargo: “L’impegno comune per rafforzare la nostra lotta contro il terrorismo … l’Iran e la Libia sono due dei più pericolosi sostenitori del terrorismo nel mondo. La legge … contribuirà a negare a quei Paesi il denaro di cui hanno bisogno per finanziare il terrorismo internazionale … e per ottenere armi di distruzione di massa”. Era iniziata la retorica della lotta al terrorismo per avallare una guerra commerciale nemmeno tanta velata;
  • L’elezione di Muḥammad Khātamī alla Presidenza iraniana nel 1997. Il Presidente riformista inizia il suo mandato rilasciando cinque mesi dopo l’insediamento un’intervista alla CNN, in cui auspica un dialogo con gli Stati Uniti in termini di civilizzazioni e culture e centrato sulla volontà di pensatori e intellettuali, in qualche modo distinguendo tra sensibilità dei popoli e dei governi. Khātamī sottolinea anche le radici religiose su cui entrambi i Paesi sono stati fondati, richiamando l’esperienza dei Padri Pellegrini. Gli Stati Uniti, sotto il clima intimidatorio varato da Clinton, rispondono a tono, intimando al governo iraniano di risarcire con centinaia di milioni di dollari i familiari di un giovane americano vittima di un attentato terroristico (un’aberrazione giuridica!) e accomunando al-Qāʿida, la Repubblica Islamica e Ḥizb Allāh in una presunta alleanza terroristica contro di loro;

Gli ex Presidenti dell’Iran Muḥammad Khātamī (destra) e Maḥmūd Aḥmadinejād

  • Gli attentati dell’11 settembre. Quattro mesi dopo l’evento e un anno dopo il suo insediamento da Presidente, George W. Bush, durante il discorso sullo Stato dell’Unione, inventa un “asse del male”, in cui assimila Iran, Iraq e Corea del Nord ai terroristi per il possesso di missili a lungo raggio che minaccerebbero gli Stati Uniti. Il Presidente Bush è un repubblicano, ma nei toni anti-iraniani è esattamente congruente con la linea Clinton; ed esattamente conforme alla politica americana dal secondo dopoguerra di non consentire nessuna autonomia che possa autorizzare “terze posizioni” rispetto a quelle dominanti. Nella percezione iraniana tutto questo riecheggia le imposizioni subite ad opera delle potenze “occidentali” nel 1953 e nel 1979. Intanto, agli ingombranti vicini Talebani è stato distrutto l’Emirato Islamico, concorrente dell’Imamato Sciita sul piano dottrinale e supportato da Arabia Saudita e Pakistan sul piano geo-politico;
  • L’ascesa di Maḥmūd Aḥmadinejād alla Presidenza iraniana nel 2005. L’elezione di un ingegnere su posizioni fondamentaliste dopo un teologo moderato rappresenta la comprensibile reazione del popolo e delle istituzioni iraniane alla politica muscolare della Casa Bianca. Inizia l’epoca dell’inasprimento delle parti sul dossier nucleare, della guerra cibernetica sporca e dell’aggravio delle sanzioni, di cui si è già parlato in precedenza. Intanto, l’avversario sunnita Ṣaddām Ḥusayn è stato già eliminato proprio dagli Americani;

Una sessione del Parlamento iraniano nel 2008

  • L’elezione di Barack Obama alla Casa Bianca nel 2008. Appena due giorni dopo, da Aḥmadinejād giunge il primo messaggio ad un neo-eletto Presidente americano dopo la Rivoluzione Islamica: “Spero che preferisca effettivi interessi pubblici e giustizia alle interminabili esigenze di una minoranza egoista e colga l’opportunità di servire il popolo in modo che sia ricordato con grande considerazione”. È un messaggio di augurio che auspica migliori relazioni. Mentre Obama continua la guerra cibernetica iniziata da Bush, nel 2009 si rivolge al popolo iraniano, esprimendo la volontà “che la Repubblica Islamica dell’Iran occupi il suo giusto posto nella comunità delle nazioni”. Allo stesso tempo, richiama ad “effettive responsabilità”. Qualche mese dopo, quando già il Presidente Aḥmadinejād ha conseguito la sua rielezione, Obama reitera il messaggio: “Se Paesi come l’Iran sono pronti ad aprire il pugno, troveranno da parte nostra una mano tesa”. Da parte sua, Aḥmadinejād, rinnovando il senso dei gesti distensivi del suo predecessore Khātamī, non esita a mostrare Corano e Bibbia nelle sue mani durante la sua partecipazione all’Assemblea Generale dell’ONU nel 2010. L’anno dopo in Pakistan Obama eliminerà ʾUsāma bin Lādin, enorme fonte di preoccupazione anche per Tehrān alle sue frontiere orientali;
  • L’elezione di Ḥasan Ruhani alla Presidenza iraniana nel 2013. L’elezione di un religioso esponente della democrazia islamica segue di qualche mese l’arrivo alla Segreteria di Stato americana di John Kerry dopo il contestato periodo di Hillary Clinton, di cui sono ben noti i forti legami con le lobbies Una volta raggiunto l’accordo sul nucleare a Vienna nel 2015 dopo 23 mesi di trattative, Ruhani così si esprime: “Questa amministrazione crede nel dialogo. Io stesso ho diretto la prima squadra negoziale del nucleare nel 2003 – quando non erano state imposte sanzioni … La fermezza, la resistenza, la pazienza, la perseveranza e il sostegno della grande Nazione dell’Iran sono state davvero la chiave per questa vittoria”. Da parte sua, Kerry tweetta: “L’accordo è un passo che allontana lo spettro di un conflitto, in direzione di una prospettiva di pace. Questo è il buon accordo che abbiamo cercato”. Merito anche del popolarissimo Moḥammad Javad Zarif, Ministro degli Esteri iraniano e Capo negoziatore nelle trattative. Insomma, Obama-Ruhani e Kerry-Zarif (i secondi nella foto sotto): due combinazioni diplomatiche perfette per un’intesa produttiva.

Ora la palla passa a Trump e Tillerson. Chi saranno gli interlocutori iraniani? Lo vedremo presto. Ma non è detto che, a questo punto, la linea di Ruhani e del Consiglio di Coordinamento del Fronte Riformista che lo candida risulti quella più gradita alla parte più istintiva e reattiva della popolazione. Il Presidente uscente dovrà probabilmente fronteggiare agguerriti avversari come: il tradizionalista Seyyed Moṣṭafā Āgā Mir-Salim, nominato dal Partito della Coalizione Islamica; il fondamentalista Ḥamīd Baghaei, già Vice Presidente dell’Iran e Capo dell’Amministrazione Presidenziale nel biennio 2011-13; Mas‘ūd Zaribafan, della Società dei Devoti della Rivoluzione Islamica e Capo della potente Fondazione degli Affari dei Martiri e dei Veterani tra il 2009 e il 2013; Alireza Zakani, dell’Associazione degli Aderenti alla Via della Rivoluzione Islamica; e lo stesso ex Presidente Maḥmūd Aḥmadinejād. Entro i primi quattro giorni dall’inizio delle procedure di registrazione tutti sono già ufficialmente aspiranti candidati, ma tutto è comunque vincolato all’esame delle candidature da parte del Consiglio dei Guardiani della Costituzione prima dell’inizio della campagna elettorale il 28 aprile.

Per contro, l’Āyatollāh ‘Alī Khāmene’i (nella foto sotto), il Rahbar con le sue prerogative istituzionali, sembra prediligere la continuità. Lo testimonia l’atteggiamento del conservatore ‘Alī Larijani, Presidente del Parlamento e consigliere di lungo corso della Guida Suprema, che ha deciso di non appoggiare alcun candidato fondamentalista in opposizione alla candidatura di Ruhani!

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