IWA MONTHLY FOCUS

INNOCENTE O COLPEVOLE? UN BILANCIO DELLA POLITICA ESTERA DI OBAMA

di Glauco D’Agostino

Questo articolo ha rappresentato un feedback dell’autore a quesiti posti su “The Daily Journalist”, Las Vegas, Nevada (USA), e pubblicato il 24 gennaio 2016

Il Presidente Barack Obama con il Presidente turco Abdullah Gül ad una colazione ospitata dal Segretario ONU Ban Ki-Moon presso le Nazioni Unite, New York, N. Y., 23 Settembre 2010 (Foto ufficiale della Casa Bianca di Pete Souza)

Come è naturale che sia, non ha senso giudicare assolutamente positivo o negativo l’operato di un uomo politico di governo, specialmente se si tratta dell’uomo più influente della Terra. Non essendo cittadino americano, eviterò di dare giudizi sulla politica interna messa in atto dall’Amministrazione negli ultimi sette anni (Riforma sanitaria, Legge per la ripresa e il reinvestimento, Riforma di Wall Street, miglioramento delle condizioni di gay e lesbiche, nomina della prima donna ispanica alla Corte Suprema degli Stati Uniti), concentrandomi sul ruolo avuto dagli USA nelle vesti di maggiore potenza mondiale e sui riflessi negli assetti regionali, entrambi concepiti e realizzati dal loro maggiore attore, il Presidente Obama, appunto. Prescinderò anche dalle posizioni propagandistiche mantenute dai partiti americani, tutte finalizzate allo svolgimento della campagna elettorale presidenziale, e volte ad interloquire con un’opinione pubblica interna notoriamente non interessata ad affrontare questioni di largo respiro internazionale e arroccata su possibili vantaggi economici immediati che derivino agli individui dalle politiche pubbliche della Casa Bianca.

Come considerazione generale, mi sembra che l’atteggiamento internazionale di Obama, pur tra mille contraddizioni, sia stato improntato al multilateralismo e alla cooperazione, invertendo il trend imposto dal predecessore Bush, tutto indirizzato a determinare la volontà della superpotenza senza alcuno sforzo di inclusione e di coinvolgimento neanche degli alleati nel processo decisionale svolto a Washington. È un’inversione di tendenza rispetto ad una volontà di intervento bellico che certo aveva fatto esultare le lobbies degli armamenti e aveva apportato benefici agli USA in termini di aumento del PIL a carico delle casse pubbliche, tutto il contrario delle politiche liberiste sbandierate ideologicamente e naturale conseguenza ogni qualvolta un governo punta a risolvere problemi di natura economica interna con lo strumento della guerra.

Questa considerazione generale astrattamente positiva riguarda ancora le intenzioni dell’Amministrazione Obama e certo non lo assolve automaticamente rispetto alla conduzione della politica estera americana. Un bilancio di fine mandato (peraltro non ancora concluso) si fa sull’operato di otto anni sulla base del conseguimento delle finalità espresse. E mi sembra che, tra le altre, Obama avesse espresso queste finalità:

  • la lotta agli effetti della “Grande Recessione” sui mercati mondiali, iniziata proprio negli USA nel 2007-08;
  • la conclusione dell’occupazione americana in Iraq;
  • la distruzione di al-Qā’ida;
  • l’inizio di un nuovo rapporto con il mondo musulmano, fino ad allora concepito come un nemico irriducibile sulla base dello scontro di civiltà teorizzato e sapientemente estremizzato dal Project for the New American Century di Donald Rumsfeld e Dick Cheney.

In più, i concetti di multilateralismo e cooperazione facevano intravedere un’apertura verso una politica di appeasement nei confronti dell’America Latina e dell’area pacifico-asiatica.

Prima di verificare le conseguenze (positive o negative, a seconda dei punti di vista) provocate da queste politiche e soprattutto di riscontrare a chi abbiano apportato vantaggi, dobbiamo annotare che:

  • la Grande Recessione (comunque evitata da Cina e India) non ha condotto ad effetti distruttivi e generalmente destabilizzanti;
  • l’Iraq ha recuperato proprie (per quanto deboli) istituzioni formalmente non dipendenti dagli USA;
  • al-Qā’ida è stata ridimensionata dopo l’asserita eliminazione di bin Lādin;
  • il modo in cui viene percepito il mondo musulmano è notevolmente più consapevole in termini di ruolo religioso e culturale e di importanza sul piano politico internazionale;
  • la Dottrina Monroe nei confronti dell’America Latina è giunta al termine, come affermato dallo stesso Obama a Panama meno di un anno fa.

Detto questo, è pur vero che:

  • gli effetti della crisi finanziaria dei mercati sono superati negli USA, ma continuano ad affliggere profondamente gran parte dei Paesi europei ed influenzano ancora la capacità di recupero dei Paesi della fascia asiatica sul Pacifico. Di conseguenza, il coordinamento internazionale che Obama si era legittimamente intestato attraverso gli strumenti del G-20 e dell’FMI potrebbe giustamente essere ritenuto insufficiente;
  • l’Iraq neo-indipendente sconta oggi i macroscopici errori commessi durante e dopo la sua invasione da parte della coalizione a guida “occidentale” contro Ṣaddām Ḥusayn (una volta nostro caro alleato), lasciando il campo all’insorgere della nuova entità statuale dello Stato Islamico;
  • l’estremismo islamico non era certo rappresentato soltanto dalle velleità di bin Lādin (una volta nostro caro alleato), ma fenomeno ben radicato da circa 150 anni nella storia medio-orientale e nord-africana come pensiero strutturato e complesso, non da liquidare semplicemente come manifestazione delinquenziale temporanea e localizzata, ma da studiare, comprendere, affrontare con le armi diplomatiche e soltanto dopo eventualmente da condannare ed estirpare con metodi altrettanto violenti. Obama ha avuto il merito di riconoscere che l’intervento militare non è sempre risolutivo di problemi così profondamente consolidati e che occorreva un’altra strategia. Quanto questa nuova strategia (se ce n’è stata una) abbia funzionato, gli analisti dovranno continuare a chiederselo per i prossimi anni (qualora questa resti immutata nella volontà del prossimo Presidente), perché i risultati della politica estera si misurano nelle proiezioni future, non certo sulla base dell’immediato soltanto perché si apre una campagna elettorale;
  • l’insufficiente appoggio di Obama al tentativo di democrazia islamica ha generato sentimenti ambivalenti in coloro che ci avevano creduto e vi avevano investito il loro futuro politico: da una parte, i moderati sono stati disillusi ed hanno compreso che i retorici appelli alla democrazia del mondo occidentale si infrangono ben presto (come sempre!) di fronte alle logiche geo-politiche e degli affari, per cui meglio restare a casa; dall’altra, i più estremisti hanno cominciato a riflettere sull’ipocrisia dell’assunto che il modello occidentale offra le stesse opportunità a tutti, perché percepiscono che libere elezioni non servono se il vincitore non è quello “giusto” (vedi gli esempi di Algeria 1992, Palestina 2006 e, ultimo e clamoroso, Egitto 2012). In pratica la loro sensazione è che neanche con Obama il mondo occidentale si sia convinto che una democrazia sia migliore (come asserisce) rispetto ad un’inflessibile dittatura alla Sīsī, che garantisca docile sottomissione e contemporaneamente eliminazione delle forze politiche ritenute “pericolose”. Per cui, meglio affidarsi alla lotta armata.

Tuttavia, in una prospettiva più vasta, è innegabile che il Presidente Obama abbia colto due successi evidenti della sua politica estera con le aperture verso due Paesi ritenuti avversari storici degli USA: la Repubblica Islamica dell’Iran e Cuba. È evidente che nessuna lettura ideologica può essere data a queste disponibilità al confronto, essendo il primo un governo quasi-teocratico e il secondo un regime comunista. Questo indispettirà sia la destra, sia la sinistra, sia i conservatori, sia i democratici, ma i rispettivi supporter devono rendersi conto della vetustà delle loro concezioni ottocentesche ormai superate.

Dopo avere inasprito le sanzioni contro l’Iran all’inizio di questo decennio, il Presidente ha completamente invertito il suo atteggiamento, iniziando un lento avvicinamento diplomatico a Tehrān, da una parte costringendo gli Āyatollāh ad un controllo più rigoroso sul loro programma nucleare, ma dall’altra consentendo il rientro in scena di un protagonista indiscusso delle dinamiche medio-orientali, senza il quale è impossibile dare un assetto credibile alle istituzioni di quei Paesi. Anche questo scompagina gli attuali fautori dei vecchi schieramenti della guerra fredda, se è vero che attraverso questa operazione la Russia rientra pienamente nella costruzione degli equilibri internazionali, come le compete per storia e dimensioni. È un errore da parte del Presidente americano? Dipende dalla concezione degli equilibri mondiali e, lo abbiamo già detto, Obama punta sul multilateralismo. Un discorso simile vale per Cuba, nel momento in cui proprio l’accordo con l’Iran toglie a Castro, Maduro e tutti i regimi latino-americani avversi a Washington l’arma ormai spuntata del ricatto politico appoggiato da Tehrān.

Viceversa, tra le questioni non risolte da Obama, si possono annoverare senz’altro:

  • l’utilizzo di droni per effettuare esecuzioni extragiudiziali mirate su singole persone, in piena continuità con l’era Bush ed anzi in incremento rispetto a questa. A parte considerazioni di natura morale e di violazioni del diritto internazionale da parte di un Premio Nobel per la Pace, bisogna ricordare che queste azioni hanno comportato negli ultimi anni la perdita della vita per centinaia di civili inermi e ritenuti coinvolti nei combattimenti;
  • la questione della chiusura dei campi di detenzione di Guantánamo Bay, la famigerata prigione dove, in spregio alla Costituzione e alle leggi internazionali, si sono effettuate detenzioni arbitrarie e si sono compiute torture ed altre nefandezze denunciate dalla comunità internazionale. Nonostante la volontà e i tentativi di Obama, il lager resta ancora in funzione;
  • l’”affaire” Afghanistan, dopo l’annuncio di qualche mese fa del prolungamento della presenza americana nel Paese, la quale smentiva di fatto le premesse della Resolute Support Mission (anche attraverso la presunta autorizzazione fornita dalla Casa Bianca all’estensione delle missioni americane contro i Tālibān), e smentiva le promesse fatte da Obama durante la campagna elettorale che lo portò alla Presidenza;
  • la questione palestinese, di fatto estromessa dall’agenda della Casa Bianca in omaggio alla particolare partnership che gli USA mantengono con Israele e le relative lobbies, e nonostante il rapporto tra Obama e Netanyahu si sia deteriorato a causa dell’apertura di Washington a Tehrān e a causa dell’ostinazione dello Stato Ebraico nell’estendere il piano di occupazione illegale nei territori sotto la giurisdizione dell’Autorità Nazionale Palestinese. Si ricorda anche che con l’Amministrazione Obama gli USA hanno osteggiato il riconoscimento dello Stato di Palestina e posto il veto su ogni risoluzione dell’ONU che lo abbia concesso;
  • la questione africana nel suo complesso. Dopo il disastroso intervento militare in Somalia negli anni ‘90, con la completa disintegrazione dello Stato, gli USA sono tornati in Africa con l’operazione contro Mu‘ammar Qaddāfī, ancora una volta con la completa disintegrazione dello Stato, a somiglianza delle situazioni somala e iraqena. Si direbbe un’incapacità di gestire le situazioni post-belliche dopo aver bombardato e un’inabilità a individuare le strutture portanti di uno Stato che non sia quello americano, con la pretesa, però di salvaguardare gli interessi delle popolazioni “liberate”. Questa incapacità non è certo da addebitare a Obama, sembra un vizio storico delle Amministrazioni americane, tutte sbilanciate verso la gestione delle ricostruzioni post-belliche.

In definitiva, Obama è innocente o colpevole?, capace o incapace? Difficile che un Capo di Stato di questa importanza possa trovare unanimità di giudizio sul suo operato. Qui si è cercato di enucleare pochi e significativi effetti della sua politica estera. Il verdetto lo daranno gli storici. Tra un anno il nuovo Presidente deciderà se emularlo o aborrirlo o se, come sembra giusto e fatale, agire in continuità con le ambiguità caratteristiche di una grande potenza!

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