IWA MONTHLY FOCUS

LIBANO: UNA “MUTUA COESISTENZA” PER UNA SOLUZIONE POLITICA CHE EVITI INTERFERENZE DI ALTRI PAESI

Il ruolo dei partiti e la funzione di leadership esercitata da dinastie politiche familiari nel quadro di una democrazia selettiva

di Glauco D’Agostino

L’attentato del 12 novembre scorso nel quartiere sciita Burj el-Barajneh di Beirut, che ha provocato 44 morti e oltre 239 feriti nella roccaforte di Ḥizb Allāh, era stato preceduto da un atto politico importante, in direzione della rottura della paralisi che blocca il Paese: per la prima volta da maggio 2014 la Camera dei Deputati libanese si era riunita per approvare più di 40 progetti di legge in attesa di ratifica, tra cui quelli sulla fine del segreto bancario, sulla naturalizzazione degli stranieri con origini libanesi e sul miglioramento delle infrastrutture militari. Per contro, non era stata discussa la riforma della legge elettorale e dell’istituzione presidenziale, e l’elezione del Presidente del Libano era stata rimandata per la 31a volta a causa della mancanza del quorum in Assemblea.

Dopo le minacce dei partiti cristiani di scendere in piazza qualora, nelle more della celebrazione di elezioni legislative da ben sei anni, la riforma della legge elettorale non fosse rientrata nell’agenda politica, finalmente era stato Ḥizb Allāh, attraverso il suo Segretario Generale Ḥasan Naṣrallāh (nel poster esibito da una donna sciita nella foto sopra), a raccogliere l’invito, auspicando un accordo politico complessivo tra i movimenti 8 Marzo e 14 Marzo, così come sono denominati i due opposti schieramenti politici maggiori. Il fatto eclatante è che i due movimenti, per quanto in contrasto tra di loro, da febbraio 2014 rappresentano ambedue l’ossatura fondamentale del governo di unità nazionale del 70enne Tammām Ṣāʾib Salām, appartenente ad una potente famiglia di proprietari terrieri ed eletto alla Camera dei Deputati come indipendente nelle liste di Tayyār al-Mustaqbal (Movimento del Futuro) dell’ex Primo Ministro sunnita Saʿd ad-Dīn al-Ḥarīrī: infatti, 8 portafogli (di cui 2 a membri di Ḥizb Allāh) sono stati attribuiti al Taḥāluf 8 Adhār (Alleanza dell’8 Marzo), 8 (tra cui l’Interno e la Giustizia) alla coalizione anti-siriana Taḥāluf 14 Adhār (Alleanza del 14 marzo) di Ḥarīrī, e 8 a ministri vicini a Mīshāl Sulaymān, Presidente cristiano-maronita in carica all’epoca della formazione del governo e quindi considerato neutrale, e al leader druso Walīd Jumblatt, considerato “centrista”.

Il Patto Nazionale e l’Accordo di Ṭāʾif

Dalla fine del mandato del Presidente Sulaymān il 25 maggio 2014, la Presidenza è vacante ed è retta dal Primo Ministro Salām. La difficoltà di pervenire ad un’elezione condivisa risiede nel confessionalismo specificato dal Patto Nazionale non scritto risalente al 1943 (l’anno del riconoscimento dell’indipendenza del Libano dalla Francia), che prevedeva l’assegnazione di cariche secondo il seguente schema tuttora operante:

  • Ai Cristiano-Maroniti spettano la Presidenza del Libano e il Capo di Stato Maggiore Generale;
  • Ai Musulmani Sunniti il premierato;
  • Ai Musulmani Sciiti la Presidenza del Parlamento;
  • Ai Greco-Ortodossi il Vice Presidente del Parlamento e il Vice Primo Ministro;
  • Ai Drusi il Capo di Stato Maggiore delle Forze Armate.

Inoltre, in forza del Patto Nazionale, i seggi parlamentari erano assegnati nel rapporto 6 / 5 in favore dei Cristiani sui Musulmani, secondo il censimento territoriale e i confini comunali stabiliti nel 1932, quando la maggioranza della popolazione era di religione cristiana.

Oggi, i Musulmani sono più della metà degli abitanti (divisi in parti uguali tra Sciiti e Sunniti) e, dopo che per decenni avevano chiesto una revisione del sistema secondo l’assegnazione di una rappresentanza che tenesse conto del loro maggior peso demografico nella società, hanno visto ricompensati i loro sforzi dall’Accordo di Ṭāʾif del 1989, che ha riconosciuto la parità nel rapporto tra Cristiani e Musulmani per l’attribuzione dei 128 seggi parlamentari e nella composizione del governo, in base al principio della “mutua coesistenza”. Per di più, ciascun sotto-gruppo aderente ad una comunità confessionale possiede un numero fisso di rappresentanti alla Camera dei Deputati, cosicché la competizione elettorale tra candidati in un singolo collegio sia incentrato anche sulla conquista dei voti degli elettori di altra comunità religiosa. I più rappresentati tra i Cristiani sono i Maroniti, i Greco-Ortodossi, i Greco-Melchiti e gli Apostolici Armeni; tra i Musulmani, come è ovvio, i Sunniti, gli Sciiti e i Drusi.

Tuttavia, il conflitto politico attualmente esistente in Libano non è tra Musulmani e Cristiani, ma tra Musulmani Sunniti e Sciiti, con vari gruppi cristiani che si associano di volta in volta ad una delle due fazioni musulmane in lotta, come è testimoniato dall’alleanza che at-Tayyār al-Waṭanī al-Horr (Movimento Patriottico Libero) dei cristiano-maroniti Michel Naim Aoun, suo fondatore, e Gebran Gerge Bassil (a destra nella foto sotto), suo leader e attuale Ministro degli Esteri del Governo Salām, ha contratto con gli Sciiti di Ḥizb Allāh all’interno dell’Alleanza dell’8 Marzo. Sul terreno le linee di separazione che al momento dividono Sunniti e Sciiti sono sostanzialmente quelle che dividevano Cristiani e Musulmani all’epoca della guerra civile tra il 1975 e il 1990.

Gli appelli alla compattezza

In questa situazione di tensione, bisogna anche notare il senso di equilibrio delle dirigenze di tutte le fazioni libanesi in lotta, le quali mostrano l’intenzione di non esacerbare il conflitto fino al punto da ricadere negli anni bui della guerra civile. Il pericolo per gli equilibri statuali giunge semmai da gruppi esterni e dalle continue ingerenze straniere sulla politica interna. Da qui l’appello di Naṣrallāh per una soluzione politica interna che eviti interferenze di altri Paesi. E da qui la volontà di Ḥizb Allāh di non raccogliere le mortali provocazioni inflitte ai propri aderenti da pochi gruppi jihādisti sunniti, evitando ritorsioni, vendette ed escalation pericolose per la stabilità interna del Paese. Questo, benché gli avversari interni ed esterni che ostacolano la partecipazione del Partito di Dio ai processi istituzionali continuino ad infangarlo con accuse di oltranzismo o addirittura di terrorismo o ancora seguitino ad accusarlo di perseguire lo svuotamento dei poteri costituzionali in accordo con Tehrān. Ma intanto è proprio Ḥizb Allāh a subire assalti terroristici e non può essere dimenticato che molti dei suoi leader sono stati vittime di aggressioni mirate, tra cui, per ricordarne alcune:

  • l’attacco a Beirut all’autovettura del Grande Ayatollah Muḥammad Ḥusain Faḍl Allāh, rimasto indenne, ma con l’uccisione di 80 persone l’8 marzo 1985;
  • il rapimento dello Shaykh ‘Abd al-Karīm Obeid da parte di commandos israeliani il 28 luglio 1989;
  • l’eliminazione da parte degli Israeliani del fondatore ‘Abbās al-Musawi con moglie, figlio e altre 4 persone il 16 febbraio 1992 nel sud del Libano;
  • gli omicidi di ʿImād Fāyiz Muġniyya, con autobomba a Damasco il 12 febbraio 2008, e di suo figlio Jihād assieme a 5 combattenti di Ḥizb Allāh e un generale iraniano, da un elicottero israeliano il 18 gennaio 2015 a Qunaiṭra, nella zona siriana del Golan occupato da Israele;
  • l’assassinio a Beirut del comandante militare Ḥasan al-Laqqis, davanti a casa sua il 3 dicembre 2013;
  • l’omicidio nel sobborgo Jaramānā di Damasco del druso Samīr al-Qunṭār, da quattro missili a lunga gittata lanciati da aerei israeliani dallo spazio aereo siriano il 19 dicembre scorso.

Anche la comunità drusa sta facendo di tutto per evitare tensioni con i Sunniti, e Walīd Jumblatt, uno dei suoi leader più rappresentativi, si è impegnato a scongiurare scontri con Jabhat an-Nuṣra nelle zone di frontiera con la Siria, soprattutto per la preoccupazione che i suoi correligionari presenti nella provincia siriana di as-Suwaydāʾ possano subire ritorsioni dalle forze filo-qāediste installate a Qunaiṭra. Per questo l’atteggiamento morbido di Jumblatt ha enfatizzato la necessità di compattezza delle fazioni libanesi di fronte alle provocazioni esterne e la cautela nell’atteggiamento da assumere nei confronti delle comunità dei profughi sunniti che sono scappate in Libano dalla Siria.

Le articolazioni della politica

Fin qui si è parlato di rapporti tra confessioni religiose perché è il sistema costituzionale che pone l’enfasi su di loro. Viceversa, la strutturazione dei partiti in Libano si configura diversamente da quella presente nelle democrazie cosiddette occidentali, perché il loro portato non è ideologico, bensì di rappresentanza di esigenze popolari concrete o di mera funzione elettorale, spesso, come si è visto, diluita dentro aggregazioni interconfessionali di più ampia portata. Questo da una parte comporta la sottolineatura di un personaggio all’interno di una determinata costituency, ma dall’altra la frammentazione del potere partitico, come è evidente dalla scarsa consistenza dei gruppi parlamentari e dal loro elevato numero. Molto più importante è la funzione di leadership esercitata da dinastie politiche familiari che detengono il potere dentro le formazioni loro emanazione: per esempio, gli Ḥarīrī nella comunità sunnita, i Jumblatt e gli Arslan nella comunità drusa, i Gemayel nella comunità cristiano-maronita, i Ṣadr per la comunità sciita. Ovviamente, anche il richiamo confessionale ha un suo rilevante ruolo, qualora siano in gioco questioni interne riguardanti la religione o temi di politica estera riconducibili ad alleanze internazionali con ricadute sull’assetto degli equilibri interni.

Tenendo conto delle considerazioni di cui sopra e vista l’estrema volatilità dell’appartenenza politica e partitica dei singoli parlamentari, l’attuale composizione della Camera dei Deputati (una sua sessione nella foto sotto) dovrebbe verosimilmente rispecchiare la seguente situazione:

  • l’Alleanza dell’8 Marzo detiene 60 seggi, di cui la maggior parte distribuita tra il già citato Movimento Patriottico Libero del cristiano-maronita Gebran Bassil, ai due partiti sciiti Ḥarakat ʾAmal (Movimento della Speranza) e Ḥizb Allāh (tramite la sua ala politica Blocco di Lealtà alla Resistenza), e ai suoi alleati drusi di Ḥizb ad-Dīmuqrāṭī al-Lubnāni (Partito Democratico Libanese), fondato e presieduto dall’Emiro Ṭalāl Arslan;
  • l’Alleanza del 14 marzo possiede 45 seggi, di cui la maggior parte distribuita tra il già citato Movimento del Futuro del sunnita Ḥarīrī e i suoi alleati cristiano-maroniti di al-Quwwāt al-Lubnāniyya (Forze Libanesi) e di Ḥizb al-Katā’ib al-Lubnānīya (Partito Falangista Libanese), facenti capo il primo a Samīr Farid Jaʿjaʿ e l’altro a Samy Gemayel;
  • i social-democratici di Ḥizb at-Taqaddumī al-Ištirākī (Partito Socialista Progressista) di Walīd Jumblatt, formazione ufficialmente laica ma supportata in prevalenza da Drusi, detengono 7 seggi;
  • gli altri 16 seggi sono appannaggio di deputati indipendenti o di alcuni gruppi minori non aggregati ai precedenti.

Da notare come nessuna delle aggregazioni raggiunga la maggioranza assoluta dei seggi, rendendo necessaria la formazione di un governo di unità nazionale, che è quello attualmente in carica.

In questo quadro, il più forte partito con base elettorale musulmana è il liberal-nazionalista Movimento del Futuro, seguito dai due partiti sciiti ʾAmal e Ḥizb Allāh e dal druso Partito Socialista Progressista. Il primo raccoglie l’eredità politica del filo-saudita Rafīq al-Ḥarīrī, il due volte premier assassinato nel 2005, ed ha assunto la forma partitica sotto la guida del figlio Saʿd ad-Dīn nel 2007, prima di risultare il più votato partito della nazione alle ultime elezioni del 2009.

Il conservatore ʾAmal (acronimo di Afwāj al-Muqāwama al-Lubnāniyya, Distaccamenti della Resistenza Libanese), fondato nel 1974 dal leader religioso Mūsá aṣ-Ṣadr e da Ḥusayn al-Ḥusaynī (uno degli artefici dell’Accordo di Ṭāʾif), è considerato meno vicino all’Iran rispetto ad altri movimenti sciiti e quello più legato alla Siria, di cui approvò l’intervento in Libano nel 1976 e la sua successiva presenza militare fino al 2005. La leadership del movimento è dal 1980 saldamente nelle mani di Nabīh Barrī, Presidente della Camera dei Deputati dal 1992.

A differenza di ʾAmal, Ḥizb Allāh, il movimento ispirato da Faḍl Allāh e fondato nel 1982 nella Valle libanese della Beqāʿ da ‘Abbās al-Musawi con un programma sociale di contrasto al neo-liberismo e con finalità di assistenza alle popolazioni colpite dalla guerra, è favorevole all’introduzione di un governo islamico con metodi pacifici e intrattiene da sempre buoni rapporti con l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina. Dal 1992 la sua ala politica partecipa alle elezioni generali. Dal 2006 un memorandum d’intesa tra Naṣrallāh e il leader cristiano-maronita Aoun lega i due movimenti nell’Alleanza filo-siriana dell’8 Marzo, dopo che il Movimento Patriottico Libero di Aoun nel 1989 aveva iniziato la guerra contro la presenza siriana in Libano e nel 2005 aveva partecipato alla cosiddetta Rivoluzione dei Cedri e all’Alleanza anti-siriana del 14 marzo.

Una vicenda simile a quella di Aoun ha coinvolto Walīd Jumblatt e il suo Partito Socialista Progressista, quando nel 2011, dopo una visita a Damasco, abbandonò le sue posizioni anti-siriane e l’Alleanza del 14 marzo, consentendo la nascita del governo di Najīb Mīqātī, predecessore dell’attuale governo Salām di unità nazionale. Fondato nel 1949 da Kamāl Jumblatt, padre di Walīd e leader del partito fino al suo assassinio nel 1977, il PSP persegue un programma finalizzato al secolarismo, arabismo e abolizione del sistema confessionale.

Dalla democrazia quantitativa alla democrazia selettiva e confessionale

Proprio a proposito del sistema confessionale, l’argomento coinvolge la natura stessa dell’esistenza del Libano, perché derivato dal Regno Arabo di Siria nel 1920 a protezione della minoranza cristiano-maronita, la quale, senza ormai le garanzie prima offerte dall’Impero Ottomano in base agli accordi siglati sin dal XVI secolo, ricercava una tutela. Restava, tuttavia, il problema di regolare i rapporti tra soggetti di etnie e religioni diverse entro una cornice che si voleva democratica e pluralista. La prima Costituzione libanese del 1926, l’anno in cui divenne repubblica, già stabiliva l’elezione dei deputati secondo separazioni religiose, concetto poi esasperato nella sottoscrizione del Patto Nazionale di cui si è parlato. Ma la questione riguarda anche la tipologia e il contenuto della democrazia, laddove il sistema libanese si caratterizza per la facoltà concessa alle comunità religiose di applicare il proprio Statuto Personale, secondo il principio che il diritto da applicare nelle contese giuridiche non è determinato per territorio, ma sulla base della comunità alla quale si afferisce.

Questo impianto relativizza il potere dello Stato di intervenire sulla libertà del cittadino, così imponendo indistintamente la propria potestà ordinamentale, esaltando, invece, la qualità e la specificità dei raggruppamenti sociali in cui i cittadini naturalmente si riconoscono attraverso una giurisdizione autonoma in materia civile: dalla democrazia quantitativa alla democrazia selettiva e confessionale!

Certo, il sistema è lungi dall’essere perfetto, come dimostrano le vicende sopra descritte e la tormentata successione di conflitti interni remoti e recenti della sua storia. Ma qui è in gioco la particolare concezione pluralista di uno Stato che delega parte dei propri poteri per avvicinarsi ai costumi differenziati dei suoi cittadini e rinuncia a prevaricarli sulla base di una supposta uniformità di valori e comportamenti della società.

Dopotutto, l’identificazione religiosa, la convivenza e la regolamentazione dei rapporti tra comunità preesistevano nella coscienza comune dei Libanesi ben prima dell’approvazione della prima Costituzione, essendosi formate sotto l’applicazione del sistema ottomano dei millet per i gruppi distinti delle comunità non Musulmane!

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