Dai BRICS una lezione di libero mercato all’Occidente. Questione di stile!

di Glauco D’Agostino

Nella contesa geo-politica in atto, c’è un’aggregazione di Paesi che attende. Noi li chiamiamo emergenti, in effetti sono già emersi, mentre qualche altro affonda. Loro, gli emergenti aspettano, giocano sul lungo periodo, loro. Si tratta di aspettare. Quello che inopinatamente si è proclamato Occidente si impiccherà da solo. Non c’è bisogno di spingere troppo.

In una conversazione con gli amici del Rotary, sottolineavo qualche giorno fa che la cultura della programmazione è qualcosa che si coltiva nel tempo. Un’abitudine mentale. Cina e Russia, ad esempio, l’hanno praticata a lungo in virtù dei loro regimi comunisti, fallimentari, certo, e liberticidi. È per questo che se ne sono allontanati e, nel tempo, si sono comportati da bravi discepoli per imparare a maneggiare gli strumenti che portano allo sviluppo. In silenzio. Con mille contraddizioni, certo, e qualche forzatura già preventivata comunque nella loro programmazione.

Di fronte, un’Occidente ubriaco di potere muscolare, arrogante nella sua funzione di leadership esclusiva, che proclama la fine Storia con la vittoria della liberal-democrazia e del neo-liberismo di rapina come diritti inalienabili dell’Uomo. L’auto-proclamato Occidente (dagli Stati Uniti, al Giappone, all’Australia) si convince di essere al centro del mondo, di essere il mondo. Senza approfondire il concetto di liberal-democrazia, le differenze di coloro che lo applicano con diverse accezioni, quale sia la differenza tra libero mercato e liberismo, senza tenere in conto le necessità di chi a questo banchetto non partecipa, guarda da lontano e si accontenta di avere acquisito un concetto che prima non aveva. Così i morti di fame, che però sempre morti di fame restano, adesso sanno che c’è un diritto alla droga, per esempio, quello che determinò l’erosione dell’Impero Celeste perché il mercato della droga detenuto dall’Occidente era troppo striminzito senza il mercato cinese. E via con Hong-Kong e tutto il resto. Ma queste sono divagazioni storiche, scritte di getto perché chi scrive ha la propensione a ricordare i tempi lunghi della storia piuttosto che a soffermarsi sulla notizia del giorno tanto cara agli analisti di grido. E allora ritorniamo all’attualità.

Dice il punto 6 della Dichiarazione di Pechino dei BRICS: “Ricordando la Dichiarazione Congiunta BRICS sul rafforzamento e la riforma del Sistema Multilaterale adottata dai nostri Ministri degli Esteri nel 2021 e i principi in essa delineati, conveniamo che il compito di rafforzare e riformare il sistema multilaterale comprende quanto segue:

  • Rendere strumenti di governance globale più inclusivi, rappresentativi e partecipanti per facilitare una maggiore e più significativa partecipazione dei Paesi in via di sviluppo e meno sviluppati, in particolare in Africa, nei processi decisionali e strutture globali e renderla più adatta alle realtà contemporanee”.

Dice Xi Jinping: “Dobbiamo sostenere l’apertura e l’inclusività e unire la saggezza e la forza collettive. I paesi BRICS non si riuniscono in un club chiuso o in un circolo esclusivo, ma in una grande famiglia di sostegno reciproco e una partnership per una cooperazione vantaggiosa per tutti”.

Da parte sua, Putin parla di “promuovere accordi commerciali al di fuori del sistema del dollaro USA”, di “sviluppare meccanismi alternativi affidabili per i regolamenti internazionali” a questo proposito e di “esplorare la possibilità di creare una valuta di riserva internazionale basata sul paniere di valute BRICS”.

Questo è il quadro in cui si muove la crisi d’Ucraina. Altro che Donbass e Zaporizhzhja (in Ucraino), Zaporozh’e (come si chiamava quando studiavo a Mosca) o Aleksandrovsk (per gli amanti dell’Impero Tsarista), stando attenti a non finire per questo nelle grinfie dell’ormai dequalificato Corriere della Sera. Le manovre diversive dell’informazione oligarchica interessata nascondono il vero problema parlando di obici e missili di varia potenza, di vittorie improbabili, di regime-change imminenti e castronerie varie. Qui il vero problema è l’indebolimento di una moneta globale che non regge più il peso della mancata modernizzazione del Paese che in solitudine gestisce l’istituto di emissione. Altro che diritti umani e tribunali internazionali di dubbia fama che attuano vendette per conto terzi. La situazione è molto più rivoluzionaria di quanto sembri rispetto all’ordine mondiale d’ispirazione atlantica. Atlantica, non euro-atlantica come qualcuno si ostina a dire per salvarsi l’anima.

“Coloro che cercano di creare monopolio, blocco e barriere nella scienza e nella tecnologia per interrompere l’innovazione e lo sviluppo di altri Paesi e mantenere la loro posizione dominante sono destinati a fallire”, dice ancora Xi Jinping. La frase si limita alla scienza e alla tecnologia, ma suona come un monito per tutti i campi.

Questione di stile, titola l’articolo! Senza imitare linguaggi da ‘ndranghetos come quelli di alcuni leader occidentali (omettiamo i nomi per questione di stile!), il leader comunista cinese fa lezione di libero mercato all’Occidente, sempre più orientato verso la centralizzazione dell’economia e l’utilizzo di sanzioni. Certo Xi non può dare lezioni sul piano interno, ma l’Occidente non può darle né sul piano interno né su quello estero.

L’escalation occidentale verso l’accentramento dell’economia si sviluppa particolarmente dagli anni 2000 con l’enorme produzione degli armamenti utili per sostenere le “operazioni speciali antiterrorismo” (non guerre, una specie di quelle russe in Ucraina) che vanno a sostenere il PIL americano in difficoltà sul controllo dei fondi d’investimento. Ma l’intervento di stile sovietico di Bush sull’economia non regge perché è la grande anima innovatrice americana che è in crisi e adesso si basa sulla libera finanza speculatrice che in realtà è la foglia di fico per mascherare un controllo del mondo che ormai è chiaramente in declino. Perché? Perché, fatto imprevisto da Fukuyama, sulla scena mondiale si affacciano altri attori che maneggiano il libero mercato mondiale meglio dei premi Nobel laureati a Oslo e Stoccolma che consigliano Washington. Così, mentre il mondo si emoziona per Greta Thunberg e le sue giuste rivendicazioni esposte all’ONU, l’Africa si rivolge a Pechino per rimediare ai morsi della fame e Washington e Bruxelles pensano bene di rimediare ai loro conti che non consentono più la “fiesta”, scatenando guerre di destabilizzazione, ma per i diritti umani, in mezza Africa, in Medio Oriente e anche ai confini con la Cina. Tanto, il pericolo è l’Islam.

Pechino sta a guardare, non si scompone. Sta già pensando al 2080. Questione di programmazione! E intanto mobilita la diplomazia e riunisce attorno a sé attori importanti, motivandoli con l’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai e con i BRICS: assieme, mezzo mondo. A Washington sono preoccupati. Che facciamo? Semplice! Usiamo l’arma delle sanzioni, che è un’arma, ma soltanto affama i popoli, non li uccide sotto le bombe. E allora via con la stagione monopolistica delle sanzioni unilaterali e secondarie, secondo gli insegnamenti del libero mercato, naturalmente.

Così gli Stati Uniti (e la stupida Europa al suo traino) si fanno nemici mezzo mondo, comprese due potenze che loro considerano minori, ma che pur sempre sono potenze nucleari e con veto al Consiglio di Sicurezza dell’ONU. In più, nell’Assemblea Generale che esprime l’orientamento politico dei Paesi membri, non si vota per censo o per numero di portaerei come si aspettavano gli oligarchi occidentali, ma con il sistema liberal-democratico di un Paese un voto. E allora nella risoluzione contro la Russia per l’invasione dell’Ucraina (che ci si attendeva unanime perché il mondo ha determinato chi è l’aggressore) vota anche il Burundi, l’Eritrea, l’Etiopia, il Gabon, lo Zimbabwe, il Laos, persino il Nicaragua, pensate. Chissà come ha votato la Repubblica Islamica dell’Iran sotto sanzioni americane da tempo immemorabile ed ora candidata a entrare nei BRICS assieme all’Argentina. Non mi va di fare l’elenco dei voti contrari e degli astenuti e incrociarli con quelli che sono sotto sanzioni americane. Roba che lasciamo ai Ragionieri della geo-politica.

Però Washington si accorge che i Paesi che ha sanzionato sono più di 40, cui si aggiungono le sanzioni personali (un’invenzione nel diritto internazionale) che coinvolge decine di Capi di Stato e di governo e migliaia di cugini, cognati, fratellastri, amanti ufficiali e LGBTQ+ e dà ordine ai propri servizi di scovarne di più perché va data loro una lezione. Un atteggiamento da Stato etico più che liberal-democratico. Ma questa volta l’atteggiamento para-razzista si rivolge al nuovo nemico: la Russia. Così si ritrova contro il mondo islamico che ha offeso prima e ora tutti i russofoni che demonizza oggi. Speriamo che non venga in mente a qualcuno (ma non è escluso) di inventarsi un blocco navale attorno alla Cina. Basterebbe che i diritti umani versione americana fossero messi in dubbio a Kiribati, mettendo in pericolo la sicurezza degli Stati Uniti nel Pacifico.

Un racconto un po’ colorito, vero? Sempre meno del racconto che i media occidentali rifilano a proposito della stabilità economico-finanziaria (e mentale) dell’onnipotente Occidente. Con diritti umani, guerre, sanzioni e atteggiamenti imperiali si può arrestare una crisi che è strutturale, riguarda la salute delle sue istituzioni ormai fatiscenti, coinvolge la brama di consumo dei suoi cittadini e limita la capacità di entrare nello scolvolgente XXI secolo? Perché di sconvolgimento si tratta e non senza conseguenze. Dietro l’angolo c’è un mondo multipolare che preme per essere ascoltato e non lo chiede all’America come diritto octroyée, se lo conquista lottando per la propria sopravvivenza rispetto ad un potere che ha approfittato del proprio effimero vantaggio militare e si è appropriato di un termine, Occidente, sulla cui accezione forse non tutti gli “Occidentali” concordano in virtù dei divergenti fondamenti culturali.

L’attacco all’Occidente non arriva né dalla Cina, né dalla Russia! Giù le mani dall’Occidente!

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